Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Incontro delle Associazioni professionali nazionali di Scuola e dell’Università Firenze, 26 ottobre 2023

Sommario Intervento di introduzione..................................................................................................1 Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita................2 «La scuola che fa grandi. Don Milani a Barbiana».........................................................7 La lezione di Don Milani. Esclusi di oggi, cittadini di domani....................................11 «Non uno di meno!». La sfida educativa oggi.................................................................17 La radicalità del tema della povertà educativa..............................................................20 L’attualità dell’I CARE. Barbiana: una piccola scuola che apre alla «comunità mondo».................................................................................................................................23 Una presenza viva, che permane..............................................................................................23 Don Milani raccontato agli studenti........................................................................................23 «Perché a Barbiana?».................................................................................................................24 L’attualità dell’I CARE.................................................................................................................24 La scuola.......................................................................................................................................26 «Che cosa direbbe don Milani?»..............................................................................................27 Don Lorenzo Milani e la Costituzione.............................................................................28 Conclusioni del Convegno.................................................................................................34 Le potenzialità e le speranze del convegno Diesse, Aidu, Disal, Aimc, Uciim..........36 Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita..............36 Premessa....................................................................................................................................... 36 Don Milani, risorsa ancora in gran parte inesplorata..........................................................36 Un mio primo incontro fortuito e una prima sconfitta........................................................37 L’intreccio fra le tre conversioni di Lorenzo Milani..............................................................38 La Costituzione come contenuto da insegnare e con cui illuminare l’intera istituzione scolastica ....................................................................................................38 La testimonianza di don Milani, parola centrale del convegno........................................39 Vivere la testimonianza di don Milani e di papa Francesco nel clima e col metodo del Sinodo...........................................................................................40 L’attualità di una testimonianza, in una società disorientata..............................................42 L’impegno a vivere la testimonianza di don Milani, nella catechesi di Papa Francesco...........................................................................................43 Discorso fatto alla Curia romana il 21.12.2023, in occasione del Natale.......................43 Conclusione.................................................................................................................................. 44 Nota bibliografica........................................................................................................................45

1 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Alessandra Petrucci, Rettrice dell’Università di Firenze Intervento di introduzione … Sono cadenze periodiche quelle che ci vedono impegnati a ricordare la figura di Don Milani. Nel mese di gennaio ha esordito il Centro Ricerche «scientia Atque usus», che ha progettato la realizzazione del Centro di Documentazione e Comunicazione Generativa «Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana». Nel mese di giugno, si è tenuto il Convegno annuale della Società Italiana di Pedagogia, a cui hanno partecipato tantissimi Pedagogisti, convenuti anche nel ricordo dei 100 anni dalla nascita di Don Lorenzo Milani. Oggi, si tiene l’incontro delle Associazioni cattoliche della Scuola e dell’Università, in collaborazione con la FUCI di Firenze, insieme ad altri Enti ed Istituzioni, che operano per valorizzare e favorire la professionalità e la dignità culturale degli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, contribuendo all’evoluzione del sistema scolastico della nostra società, con particolare riferimento al pluralismo educativo ed ai compiti dei docenti e del personale direttivo. E non a caso, partecipa a questo incontro anche Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, l’Agenzia che ha il compito di sovraintendere al sistema pubblico nazionale di valutazione della qualità delle Università e degli Enti di ricerca, destinatari di finanziamenti pubblici, di indirizzare le attività dei Nuclei di valutazione e valutare l’efficacia e l’efficienza dei programmi pubblici di finanziamento e di incentivazione alle attività di ricerca e innovazione. ANVUR e Scuola di Barbiana: sembrano distanti, ma c’è un filo rosso che li lega e che io vedo nei termini «diversità» e «inclusione», due dei punti cardine su cui si fonda anche il nostro Ateneo. Il sistema universitario, infatti, ha un ruolo di indirizzo, che deve essere aperto e libero, valorizzando le diversità, per non appiattire il sistema stesso, attuando politiche d’inclusione, in un approccio collaborativo, ai fini dell’acquisizione delle competenze. Il concetto di competenza implica, infatti, quello di inclusione, in un cammino collegiale e condiviso, con attenzione non solo alle vulnerabilità fisiche, ma alla biodiversità, allo sviluppo ecosostenibile, al pluralismo, all’intercultura, alla solidarietà, alla cooperazione educativa. Come non pensare all’insegnamento di Don Milani oggi, nel 2023, Anno delle competenze? Il primo impegno dell’Università si realizza proprio nella formazione delle competenze, da intendersi nel loro valore di abilità acquisite e consolidate. Compètere, cum e pètere: andare insieme, dirigersi insieme verso un’unica destinazione, convergere in un medesimo punto, tendere ad un obiettivo comune. In questo «cum», con, io vedo uno dei messaggi di Don Milani, che si realizza nell’approccio condiviso anche alla lotta contro la povertà educativa, che è ancora un problema concreto e tangibile in tante zone del nostro Paese. Questa è la radice, questo deve essere il senso dell’impegno dell’Università, al quale l’Ateneo fiorentino si ispira: ben venga, quindi, la riflessione di oggi, contributo fondamentale a un dibattito aperto e proficuo.

2 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita Ringrazio gli organizzatori dell’incontro non solo per l’invito che mi è stato rivolto, ma soprattutto per aver pensato a questo momento di riflessione e testimonianza. A me non compete delineare storicamente la figura e l’opera di don Milani, ma semmai avviare il nostro dialogo puntato sull’attualità, sull’oggi della nostra testimonianza, sull’impegno di educazione a favore dei bambini, ragazzi e giovani. Una riflessione sulla testimonianza di don Milani ha senso se interroga e illumina i nostri tentativi e la nostra attuale esperienza. È questo un momento in cui la sfida educativa, talora delineata come vera emergenza, è evidente nella sua imponenza. Pensiamo ai fatti di cronaca di questi mesi riguardanti violenze di giovani su giovani, e di ragazzi su ragazzi. La sofferenza muta di tanti giovani si ripercuote molto spesso contro sé stessi e il proprio corpo, nelle minacce contro la propria vita, nei comportamenti autolesivi, nei disturbi del comportamento alimentare e nel ritiro dalla scuola e dalla vita sociale. Molto, troppo alto, l’indice di dispersione scolastica, di disoccupazione giovanile e di giovani che non lavorano e non studiano (Neet). Si comprende che tanti ragazzi e giovani soffrono di ansia per l’incertezza in cui sentono avvolto il proprio futuro. Alcune inchieste giornalistiche di questi giorni (1) rendono evidente il disagio di tanti giovani. Sono tutti fenomeni che devono interrogarci profondamente, perché è in gioco la felicità e la vita dei nostri ragazzi. E se non sappiamo offrire e testimoniare a loro grandi ragioni di vita, allora è in gioco la solidità stessa del nostro futuro. I giovani, infatti, sono come una spia della nostra capacità di pensare il futuro e della tenuta valoriale del nostro tessuto sociale. Al tempo stesso è forte nei giovani la richiesta di senso e di riferimenti comunitari. È forte la domanda di educazione. La giovinezza è un tesoro grande, una ricchezza peculiare, per ciò che è in sé stessa e per la fecondità che sa dare. È sempre una primavera, un cominciamento, un’apertura all’infinito, al futuro e alla felicità. Interroghiamoci: sappiamo guardare con stima e fiducia i nostri giovani, sappiamo offrire a loro una compagnia autorevole che li aiuti ad essere quel che sono, sappiamo sostenerli nel realizzare il sogno di una vita bella e intensa? Sono queste le domande che mi pongo spesso. Nell’agosto scorso, nella Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona, abbiamo potuto vedere tanta bella gioventù mobilitarsi nella ricerca e contemplazione del «più bello, più grande, più attraente e necessario» (Francesco), proposto e testimoniato dal Papa. La giovinezza ha bisogno di compagnie autorevoli e proposte alte. Questa è l’educazione, capace di trasmettere non solo informazioni e di formare abilità, ma di formare ad una posizione umana aperta e fiduciosa verso la vita e capace di relazione. Non possiamo non lasciarci interpellare dalla realtà tentando un discernimento comune e un’azione comunitaria. La Chiesa può farlo in forza della sua missione, come ci ricorda il Concilio Vatica- (1) M.E. Viggiano, Assistenza e ascolto, una rete di salvezza per gli adolescenti, in Corriere della Sera 17 ottobre 2023, 33; M.N. De Luca, Uccidersi di fame. L’epidemia invisibile Record di disturbi alimentare tra i teenager: i malati sono 1,5 milioni. Ma i centri chiudono, in La Repubblica 23 ottobre 2023, 28-29.

3 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA «tirare fuori il meglio di ogni persona, a lucidare il diamante che il Signore ha posto in ognuno» (4). Don Lorenzo Milani ha vissuto con ardente passione educativa il suo amore per i ragazzi e i giovani come forma della sua ricerca dell’Assoluto, secondo la stupenda testimonianza della sua guida spirituale, don Raffaele Bensi: «Per salvare l’anima venne da me. Da quel giorno d’agosto fino all’autunno, si ingozzò letteralmente di Vangelo e di Cristo. Quel ragazzo partì subito per l’assoluto, senza vie di mezzo. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, doveva subito ferirsi e ferire» (5). L’anima del ministero sacerdotale di don Milani era la sua personale ricerca dell’Assoluto, come anche testimoniato dalla mamma Alice: «Solo in seminario Lorenzo trovò subito ciò che istintivamente cercava con tutto sé stesso: una ragione assoluta per vivere, una disciplina costante» (6). Ha chiosato il Papa: «Senza questa sete di Assoluto si può essere dei buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti, preti veri, capaci di diventare servitori di Cristo nei fratelli» (7). L’educazione si nutre di questa sete di verità e di vita dell’educatore, che deve sentirsi interpellato personalmente dalle domande ultime: Chi sono io? Cosa è la vita? Qual è il destino dell’uomo? Solo a questa condizione, l’insegnamento si rivela non un mestiere tra gli altri, ma un appassionante cammino intellettuale, umano, cristiano. L’essere inquietati dalla domanda dell’assoluto è la condizione essenziale e permanente perché si possa essere appassionati di qualunque lavoro, specie di quello educativo. Il Papa, alla tomba di don Milani, ha ripreso questo aspetto decisivo dell’educazione, vera missione, suggerendo preziose indicazioni: «Una missione di amore, perché non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare. E da insegnare ci sono tante cose, ma quella essenziale è la crescita di una coscienza libera, no II: «la santa madre Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso ed allo sviluppo della educazione» (GE, Proemio). La Chiesa ha a cuore il tema dell’educazione perché ama l’uomo nella sua interezza, ha a cuore il bene dei bambini, ragazzi e giovani e non può non essere sollecita per la loro formazione, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale (2). Ha detto efficacemente papa Francesco: «Conosciamo il potere trasformante dell’educazione: educare è scommettere e dare al presente la speranza che rompe i determinismi e i fatalismi con cui l’egoismo del forte, il conformismo del debole e l’ideologia dell’utopista vogliono imporsi tante volte come unica strada possibile. Educare è sempre un atto di speranza che invita alla co-partecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in un’altra logica diversa, che sia in grado di accogliere la nostra comune appartenenza… Noi riteniamo che l’educazione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia. L’educazione è soprattutto una questione di amore e di responsabilità che si trasmette nel tempo di generazione in generazione». È un compito urgente: «Oggi c’è bisogno di una rinnovata stagione di impegno educativo, che coinvolga tutte le componenti della società. Ascoltiamo il grido delle nuove generazioni, che mette in luce l’esigenza e, al tempo stesso, la stimolante opportunità di un rinnovato cammino educativo» (3). Non possiamo voltarci dall’altra parte. La sapienza della tradizione cristiana ha considerato non a caso l’insegnamento un’opera di misericordia spirituale, capace di offrire agli giovani il senso del vivere, di (2) Cf. Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008. (3) Francesco, Videomessaggio in occasione dell’incontro promosso e organizzato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica: «Global Compact on Education. Together to look beyond», 15 ottobre 2020. (4) Francesco, Discorso ai membri della «Fraternidad de Agrupaciones Santo Tomás de Aquino» (FASTA), 30 settembre 2022. (5) N. Fabbretti, Intervista a Mons. Raffaele Bensi, in Domenica del Corriere 27 giugno 1971. (6) N. Fabbretti, «Mio figlio don Milani». Intervista a Alice Milani Weiss, in Il Resto del Carlino, 8 Luglio 1970. (7) Francesco, Discorso commemorativo alla tomba di don Lorenzo Milani, Giardino adiacente la Chiesa di Sant’Andrea a Barbiana (Firenze), 20 giugno 2017, n. 3.

4 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA l’“io” diventa sé stesso solo dal “tu” e dal “voi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a sé stesso». L’educazione “non è imposizione, ma realmente apertura dell’‘io’ al ‘tu’, al ‘noi’ e al ‘Tu’ di Dio”» (10). L’amore alla verità, quindi, si declina come amore al frammento di verità e di bene presente in chiunque e in ogni cosa. Lo sguardo educato dalla fede è sempre ecumenico e magnanimo. Il Papa, inoltre, parla dell’educazione come promozione della libertà della coscienza. La tensione alla verità, che è propria dell’educazione, suppone l’affermazione del valore intangibile dell’uomo, di ogni uomo, che deve essere accolto e rispettato come un dato in nessun modo manipolabile, insieme alla stima per la grandezza della sua coscienza. Su queste fondamenta può svilupparsi un’educazione che ami la libertà, la capacità critica, il pluralismo, la pace. Pluralista e pacifica è una società nella quale le differenti libertà umane possano affermarsi, secondo la verità riconosciuta dalla coscienza, senza contraddirsi. Lo sviluppo di una socialità davvero libera e plurale esige l’umile e progressiva educazione a una conoscenza critica, e suppone la fiducia nella sua coscienza. È triste constatare che, negli ultimi anni, siano diminuite in modo significativo, a livello mondiale, le spese per l’educazione, mentre le spese militari hanno superato addirittura il livello registrato al termine della «guerra fredda» e che sembrano destinate a crescere ancora. Don Milani testimonia l’importanza del rapporto educativo tra ragazzo e adulto. Scriveva il grande teologo Hans Urs von Balthasar che è caratteristica dei figli degli uomini «la meravigliosa predisposizione di poter essere immessi nella tradizione dell’umanità attraverso degli esseri umani» (11). Questa «meravigliosa predisposizione» ci definisce talmente che il rapporto con noi stessi e il mondo è per sempre e misteriosamente segnato dalle persone che ci hanno educato. L’immissione nella «tradizione dell’umanità» è opera di padre e madre, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune. Troviamo scritto in Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Questo è un appello alla responsabilità. Un appello che riguarda voi, cari giovani, ma prima di tutto noi, adulti, chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico, come ricerca del vero, del bello e del bene, pronti a pagare il prezzo che ciò comporta. E questo senza compromessi» (8). Può educare solo chi sente in sé il richiamo dell’assoluto, la ricerca degli uomini della verità, della bellezza e della bontà. L’educazione si nutre, dice il Papa, del confronto con la realtà. In altra occasione, Francesco ha spiegato che educare significa «aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! […] Se uno ha imparato a imparare, – è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà!» (9). La scuola educa aprendo la ragione e il cuore dell’alunno alla realtà, nella totalità delle sue dimensioni e profondità. Per questa ragione, don Milani usava il libro e il giornale, la letteratura e la politica. Se non ci si confronta con la realtà nella totalità dei suoi elementi, si è facili preda delle ideologie. Compito dell’educazione è aprire il discente (meglio, il discepolo) alla realtà, facendone percepire la grandezza e la vera profondità. In tal modo il discepolo è anche aperto alla comprensione di sé stesso, liberato dall’inevitabile parzialità cui va incontro chi resta chiuso nei propri sogni e nelle ombre della sua propria mente. L’accesso alla realtà libera l’uomo dalla chiusura in sé stesso e ne allarga gli orizzonti all’infinitamente grande, al mistero che circonda ogni cosa conosciuta. La realtà più grande è l’altro, il tu, la cui «scoperta» libera dalla solitudine. «In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa sé stessa solo dall’altro, (8) Francesco, Discorso commemorativo alla tomba di don Lorenzo Milani, Giardino adiacente la Chiesa di Sant’Andrea a Barbiana (Firenze), 20 giugno 2017, n. 2. (9) Francesco, Discorso al mondo della scuola italiana, Roma 10 maggio 2014. (10) Benedetto XVI, Discorso alla Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010. (11) H.U. von Balthasar, Esistenza sacerdotale, Brescia 2010, 39.

5 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA libertà e la responsabilità di coloro che vengono educati. L’educatore rischia sulla loro libertà (nel delicato equilibrio con la necessaria disciplina) e ne promuove continuamente la responsabilità, ossia il desiderio e la capacità di divenire artefici della propria crescita nella risposta creativa alla proposta dell’educatore (16). Il maestro e il discepolo sono reciprocamente implicati in quanto (e se) entrambi coinvolti in una comune passione per la verità. L’educazione, in tal modo, si rivela come l’appassionante cammino verso la verità, la bellezza e il bene che coinvolge insieme maestro e discepolo in una instancabile reciproca accoglienza. L’educatore è comunque testimone di una qualche ipotesi di verità, se non altro per il modo di considerare e di trattare il soggetto da educare o da istruire. È una passione, quella dell’educare, che vive e cresce a quattro condizioni. La prima condizione è la fiducia nell’uomo. L’uomo può conoscere e la realtà si concede a chi la interroga con umiltà. Il ragazzo deve sentire su di sé la fiducia del maestro. La seconda condizione è la lealtà con la verità, quando essa si offre a noi, e quindi la disponibilità a fare il cammino che le grandi domande suscitano: «Lo studio serve a porsi domande, a non farsi anestetizzare dalla banalità, a cercare senso nella vita» (17); «Ognuno è chiamato a confrontarsi con grandi domande che non hanno risposta, una risposta semplicistica o immediata, ma invitano a compiere un viaggio, a superare sé stessi, ad andare oltre. È un processo che un universitario comprende bene, perché così nasce la scienza. E così cresce pure la ricerca spirituale. Essere pellegrino è camminare verso una meta o cercando una meta. […] Cercare e rischiare: ecco i due verbi del pellegrino. Cercare e rischiare» (18). Benedetto XVI chiama «pastorale dell’intelligenza» questo prendere sul serio la curiosità intellettuale dei bambini, ragazzi di maestri, fratelli e amici. La scuola è un luogo privilegiato di tali relazioni e incontri. Ciascuno di noi può agevolmente far memoria degli incontri che hanno segnato la sua vita. Gli educatori che più incidono sono certamente quelli dotati di esperienza e competenza, ma soprattutto quelli che testimoniano un coinvolgimento personale con le persone e la realtà. Questi educatori sanno esprimere una vera autorevolezza, segno di amore. Scriveva don Milani: «Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato […] Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decide di creature, troverai Dio come un premio» (12). Vorrei sottolineare un aspetto della relazione educativa. Gli educatori sono significativi nella misura in cui sono così aperti da lasciarsi ogni giorno sorprendere e provocare dalla presenza dei loro ragazzi: «Abbiamo un cuore abbastanza aperto da lasciarci sorprendere ogni giorno dalla creatività di un bambino, dalle speranze di un bambino? Mi lascio sorprendere dai pensieri di un bambino? Mi lascio sorprendere dalla sincerità di un bambino? Mi lascio sorprendere anche dalle mille monellerie di un bambino, dei tanti ineffabili “Pierino” che si trovano nelle nostre classi?» (13). Don Lorenzo Milani, si lasciava sorprendere dai suoi ragazzi. Don Milani diceva che occorre saper leggere la storia negli occhi dei ragazzi: «E allora il maestro deve essere per quanto può, profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso» (14). Qui si tocca un punto decisivo: «Il rapporto educativo è […] anzitutto l’incontro tra due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà» (15). Un incontro tra persone diviene rapporto quando suscita una reciproca responsabilità. Ciò significa che l’educazione matura in un rapporto nel quale entrano in gioco anche la (12) Lettera a Nadia Neri, 7 gennaio 1966. (13) J.M. Bergoglio, Omelia nella Messa per l’educazione, Buenos Aires 18 aprile 2007, citato in A. Spadaro, «Sette pilastri dell’educazione secondo J.M. Bergoglio», in La Civiltà Cattolica 2018 III 352. (14) Lettera ai giudici, 18 ottobre 1965. (15) Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008. (16) Benedetto XVI, Discorso per la consegna alla Diocesi di Roma della Lettera sul compito urgente dell’educazione, 23 febbraio 2008. (17) Francesco, Incontro con gli studenti e il mondo accademico, Bologna 1° ottobre 2017. (18) Francesco, Incontro con i giovani universitari dell’ «Universidade Católica Portugesa» (Lisbona), 3 agosto 2023.

6 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA con l’affettività, è anche una questione di compagnia, vive sempre di riferimenti comunitari. È il senso della scuola, come quella di Barbiana. e giovani, aiutandoli ad allargare gli orizzonti della loro intelligenza e ad aprirsi al mistero di Dio, superando i condizionamenti di una razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere oggetto di esperimento e di calcolo (19). La terza condizione è l’implicazione dell’affettività: In questo cammino, più che un moralistico e muscolare appello alla volontà, serve un’esperienza di piacere. Insegnava Simone Wiel - nelle Riflessioni sull’utilità degli studi scolastici al fine dell’amore di Dio - che «l’intelligenza può essere guidata soltanto dal desiderio. E perché ci sia desiderio dev’esserci anche piacere e gioia. L’intelligenza si accresce e dà frutti solo nella gioia». Resta, infatti, sempre vero che l’uomo si muove spontaneamente, senza costrizione, solo quando si trova in relazione con ciò che lo attrae e suscita in lui il desiderio (20). Il compito fondamentale dell’educatore è allora mettere il discepolo in relazione con la grandezza, potenza e bellezza delle cose e assecondare l’innata curiosità di comprenderne il perché. Si conosce ciò che sta a cuore: «Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario del motto fascista “Me ne frego”» (21). La conoscenza, proprio per la sua connessione (19) Benedetto XVI, Discorso di apertura del convegno della diocesi di Roma, Roma 11 giugno 2007. (20) Cf. Benedetto XVI, Esort. ap. Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, n. 2. (21) Lettera ai giudici, 18 ottobre1965.

7 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Sandra Gesualdi, Vicepresidente Fondazione Don Milani «La scuola che fa grandi. Don Milani a Barbiana» Per prima cosa voglio dare il benvenuto e voglio salutare subito i ragazzi e le ragazze del Liceo artistico Porta Romana IV E di Oreficeria e dell’Alberti Dante II B biennio di scultura perché questa mattina non facciamo altro che parlare di loro ma è giusto che siano loro i protagonisti. Spero che dopo ci facciate più domande possibili e ci mettiate il più possibile in difficoltà e poi, venendo da Barbiana, faccio subito la disturbatrice: mi hanno chiesto se dopo il mio intervento è possibile fare cinque minuti di pausa in modo tale che le due classi, quella qui in sala e quella che adesso è nella saletta delle colonne, si possano scambiare per dare l’opportunità a tutti di godersi in presenza queste discussioni. Detto ciò, vi vorrei subito far arrivare e fare entrare in punta di piedi a Barbiana e come meglio se non con le parole che Lorenzo scrive alla mamma. Le lettere alla mamma rileggetele, perché sono pennellate di poesia e di umanità nero su bianco. Barbiana, 7 agosto 1960: «Cara mamma, ti scrivo dal piazzale dove oggi par d’essere all’Accademia di Brera (che fra l’altro Lorenzo aveva frequentato per due anni quando decise di fare il pittore e non proseguire il percorso accademico). Ogni ragazzo si è fatto un cavalletto e una tavolozza, abbiamo scoperto la maniera economica di fare i colori abbondanti, sodi come quelli ad olio e che non sporcano i vestiti, si impastano ad acqua e colla vinavil, la sera si ricoprono d’acqua e durano quanto si vuole. Mi interrompono continuamente per farmi vedere i loro quadri e non mi riesce più di scriverti». Barbiana, 4 ottobre 1960 è la lettera successiva alla mamma: «Cara mamma, oggi è arrivato il materiale per il ponte e in mezza giornata si è costruito con tutti i ragazzi, qualche uomo e il muratore del Comune; non so se ti ricordi che ti avevo raccontato che avevo chiesto al Sindaco di fare un ponte vero sul torrente, per un piccolissimo bambino che viene ogni giorno a scuola da un’ora e mezzo di distanza, hanno fatto un vero ponte di 6 metri. Il bambino è così felice, c’è scritto il suo nome sul cemento perché quel ponte lontanissimo è dentro il bosco e da lì ci passa solo lui, Lucianino con il dito ha scritto su quel ponte». Barbiana, 27 Luglio 1962: «Cara mamma, oggi hanno fatto il terzo bagno questa volta l’acqua era quasi in vetta, è un divertimento vederli sguazzare nell’acqua anche se nessuno impara a nuotare perché c’entrano tutti insieme; son fitti fitti come al mare di Viareggio a ferragosto. La sera mi metto in poltrona a sdraio sulla spiaggia, la spiag-

8 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA piccola Chiesa del 1100 con 7 panche scricchiolanti e mangiate dai tarli e niente di più e lui si chiede di chi devo essere pastore? dove sono le mie anime? Le va a cercare porta per porta, uno per uno, li va a cercare e trova i barbianesi: erano i servi della gleba, gli ultimi degli ultimi, coloro che ancestralmente si tramandavano il loro essere poveri fra i poveri, figli di mezzadri di montagna, nipoti di mezzadri, padri di mezzadri non avrebbero avuto nessun altro destino se non quello di zappare. E zappare patate perché non siamo nel Chianti, ma siamo nel Mugello quello duro, solo patate e castagne e, quando il tempo è buono, anche grano e niente altro, coltivare e lavorare dodici, quattordici ore al giorno per dare la metà del proprio lavoro, sudore e fatica a un padrone, che non fa niente, ma prende sempre la parte migliore, e tenere per sé e per la propria famiglia numerosissima, soltanto la parte peggiore. I barbianesi sono chiusi e timidi, li descrive così alla mamma, timidi da non aver neanche il coraggio di guardarlo in faccia e per lui è sconvolgente. Lui che è stato educato alla libertà dello spirito critico, per cui gli occhi sono la luce della sapienza, del sapere, di quello che ho dentro della coscienza e loro non avevano neanche il coraggio di alzarli quegli occhi! Il primo giorno si dispera, il secondo giorno li va a cercare, il terzo giorno capisce che a Barbiana manca tutto, le strade, l’acqua potabile, la luce elettrica, ma senza tutto ciò si può sopravvivere, non si può vivere, però, senza un’arma fondamentale, quella chiave che apre tutte le porte, «la parola». A Barbiana mancavano le parole, Don Lorenzo lo capisce subito, i barbianesi non sapevano parlare, non possedevano le parole, un centinaio poco più, quelle che erano utili e necessarie per andare giovedì mattina a scambiare i polli a Vicchio quando c’era il mercato. Quello era l’unico momento in cui i barbianesi entravano in relazione con l’altro, non praticavano l’alterità, non ne avevano la possibilità. Quando andavano a Vicchio e avevano questo momento di socialità si portavano gli scarponi dietro, questo me lo raccontava mio nonno, ogni volta che lo dico ribollo di rabbia, perché si vergognava di essere barbianese quindi, cambiandosi gli scarponi e mettendosene un paio puliti, si camuffava. Pensate esseri umani che si dovevano camuffare perché si vergognavano di quello che erano e quante Barbiana ci sono ancora oggi, ora, che arrivano e si vergognano di non gia di mosaico di marmo in riva al mare e respiro aria di mare mescolata ad aria di montagna. Mi dispiace proprio che tu non sia qui con me a vedere la bellezza». «Cara Elena - 1966 – scrive Don Lorenzo ad Elena Brambilla, Mauro si è finalmente deciso a partire per l’Inghilterra, contemporaneamente mi è stata finalmente offerta l’occasione di spedire anche Carla di quindici anni, così la prima ragazzina di Barbiana avrà finalmente la parità dei maschi e così anche lei partirà per l’Inghilterra». Vorrei parlarvi per ore e ore di questa scuola così speciale per tutti e per ciascuno come fu la scuola di Barbiana. La scuola della grandezza perché avete visto che cosa insegnava Don Lorenzo, avete sentito che hanno costruito a Barbiana l’Accademia di Brera, i ponti, i mari e poi anche le strade. Sono partiti per l’Erasmus a quindici anni da Barbiana, ma che cos’era Barbiana nel 1954 quando Don Lorenzo ci arriva a 31 anni? Quest’anno è il centenario di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, sembra un personaggio enorme, ormai un gigante della scuola, Don Lorenzo priore di Barbiana dal 1954 e lo è ancora perché dopo di lui nessun altro prete è arrivato a Barbiana. Quando arrivò a Barbiana quel giorno di dicembre si guardò intorno e disse: «Ma priore di che cosa mi hanno fatto?» perché Barbiana era un luogo non luogo, era il nulla, per arrivarci non c’era neanche una strada carrabile, tutti i giorni doveva indossare degli scarponi per poter calpestare quel pezzo di terra così dimenticata, abbandonata, e Papa Francesco la chiamerebbe la periferia del mondo. Barbiana era la periferia per il mondo e chi erano i Barbianesi? Erano i fantasmi coloro di cui la storia si sarebbe sicuramente dimenticata, perché la storia è fatta da chi ha il potere della parola e della scrittura, colto e ricco. Mai la storia viene fatta dagli ultimi, da chi non ha voce e Don Lorenzo trova proprio gli ultimi più ultimi, quelli per i quali il Vangelo dice di fare spazio sui troni, di buttare fuori i ricchi, i potenti e metterci gli ultimi. I barbianesi erano proprio loro e appena Don Lorenzo arriva a Barbiana, dopo il primo momento di sconforto, cala il buio: è un buio denso, fitto, c’è una solitudine che urla e bisogna avere una grande forza dentro di sé per poter stare soli a Barbiana. Don Lorenzo il giorno dopo va a cercare subito i barbianesi perché Barbiana è fatta da una casa colonica che era tutta diroccata e una

9 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA vece di andare scuola. Ecco perché in Lettera alla professoressa sostengono «la scuola è sempre meglio della merda» era «la merda» vera quella che avrebbero dovuto pulire tutti i giorni nelle stalle. Ed ecco perché la scuola di Barbiana dura 365 giorni l’anno, dieci ore al giorno, festivi, sabato e domenica compresi, perché le mucche hanno il vizio di fare la cacca 365 giorni l’anno, festivi compresi e la scuola era l’alternativa potentissima a quel destino bieco. Ecco quello di cui parlava Monsignore: dare una risposta esattamente a quella realtà lì, la scuola deve dar risposta a necessità reali, concrete e i bambini di Barbiana avevano bisogno di parole. La scuola di Barbiana apre nel salotto della canonica e fa capire che quella scuola sono proprio loro, quindi ne diventano protagonisti. Se la mattina mancava Michele o Silvano, era una scuola diversa perché Michele o Silvano avevano curiosità, necessità, domande ma anche paure diverse, quindi la scuola diventa un faro su di loro, dice voi esistete, voi siete qualcosa di fondamentale, di ineguagliabile; la scuola fa capire che loro hanno dentro una cultura profonda e che anche loro hanno delle competenze, non sono cittadini di serie B ma sono cittadini sovrani. Ecco cosa insegna la scuola di Barbiana, fa capire e riconoscere che loro dentro sono portatori sani di cittadinanza. Che cosa vuol dire essere portatori sani di cittadinanza? Cosa vuole dire essere re e regine? Dice a bambini figli di nessuno, nipoti di nessuno se voi studiate, se voi dominate la parola, se voi vi innamorate della conoscenza diventerete re e regine. Che vuol dire essere cittadini sovrani? Avere la capacità di riconoscere la propria libertà dentro di noi, la voglia di libertà ma anche la voglia di costruirla e non c’è democrazia senza la libertà, senza che io riconosca la libertà dell’altro o dell’altra e metta a disposizione anche la mia per costruire una democrazia e quindi un vivere insieme migliore e più benefico per tutti. Ecco cosa fa la scuola di Barbiana fin da subito, li fa sentire protagonisti, Adele Corradi, la professoressa che ha aiutato gli ultimi anni Don Lorenzo con la scuola, ha scritto un bellissimo libro di memorie, nel quale c’è un passaggio che mi ha colpito, che dice fin da subito, il primo giorno che sono arrivata a Barbiana ho capito da dove si partiva e dove bisognava arrivare, la scuola sapeva subito, avere le nostre parole per raccontare chi sono. Se io non parlo non penso, penso molto meno perché non so raccontarmelo, non so descrivermi e non so tirare fuori quella scintilla di coscienza che ognuno di noi ha, quella competenza che ognuno di noi ha, anche i barbianesi ce l’avevano ma non sapevano raccontarla. Don Milani fa un’altra grande scoperta. Il quarto giorno scopre che in realtà lui non era il ricco signorino, coltissimo che parlava sei lingue e che nei suoi salotti da giovane aveva visto passare la migliore intelligenza degli anni ’30 come Saba, Pirandello solo per citarne alcuni. Lui lì era un incolto perché non conosceva la cultura dei contadini, dei mezzadri, che era grande e profonda, sapevano dominare la terra e gestirla, sapevano capire quando era il momento della semina per averla migliore, quando portare al pascolo le loro mandrie, avevano una cultura profondissima che lui non conosceva, lui era l’ignorante, ignorava quel mondo. Loro però non avevano gli strumenti, ecco perché la scuola venne in automatico, il quinto giorno aprì la sua scuola a Barbiana, in mezzo al nulla, una scuola che non c’era, che non esisteva. Le bambine e i bambini di Barbiana potevano seguire la terza elementare nella classe che c’era a qualche centinaia di metri più giù del loro paese, dopo di che il loro percorso didattico, conoscitivo e formativo finiva, non erano più educati, non importava a nessuno di educare i bambini e le bambine di Barbiana, anche se la Costituzione dice che anche loro avrebbero dovuto seguire un percorso di educazione di otto anni come i bambini di Firenze o di Borgo San Lorenzo. A Barbiana non arrivava nemmeno la Costituzione, si fermava sotto, l’art. 3 non saliva fino a Barbiana e a nessuno importava. Ecco perché la scuola subito, ora senza niente era la scuola più bella che c’è, se la costruiscono da soli con i legni del bosco, i tavoli, le biblioteche e le sedie. La scuola non c’è, ce la costruiamo e fin da subito don Lorenzo fa capire che quella scuola non solo se la sono costruita ma sono proprio loro: la scuola sei tu. Comincia con i primi sei ragazzini, che avrebbero dovuto continuare il percorso dell’avviamento industriale, con Michele, Agostino, Giancarlo, Carlo, Aldo e Silvano che, in alternativa avevano pronte dodici ore di lavoro, perché nella gerarchia della mezzadria a nove o dieci anni siamo già forza lavoro. Pulire le stalle, questo avrebbero dovuto fare in-

10 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Vengono a Barbiana tanti studenti e insegnanti e ci chiedono: tutto questo come si fa? Come si fa a portare scintille di una scuola così speciale anche nelle nostre che sono pesanti, soffocate dalla burocrazia, dall’INVALSI, dal susseguirsi di leggi sempre nuovi e ministeri con nomi diversi. Don Lorenzo dà una risposta meravigliosa «per insegnare bisogna Essere» Essere con la E maiuscola, capire chi si ha di fronte, cercare di cogliere il futuro negli occhi di quel ragazzo e di quella ragazza. Guardate che se voi cogliete il futuro in quel ragazzo e ragazza, gli fate capire che anche loro hanno una competenza, ed essi non si allontaneranno mai dalla voglia di studiare, di ricercare, di conoscere perché capiscono che anche loro possono essere indispensabili e migliorare questo pezzettino di mondo. È importante far capire che bisogna avere gli occhi sul mondo per comprendere tutto ciò che ci circonda e prendersene cura. Su una parete della scuola vi era riportata la frase di un bambino cubano: «yo escribo porque me gusta estudiar. El niño que no estudia no es buen revolucionario». «Io studio perché mi piace studiare. Il ragazzo che non studia non è un buon rivoluzionario». Don Lorenzo ha fatto capire a questi figli di nessuno che la scuola fa diventare cittadini sovrani, e la conoscenza è rivoluzione. A scuola si deve imparare tutti i giorni a fare la rivoluzione non quella violenta che mette a soqquadro la città e a fiamme e fuoco le scuole, ma la rivoluzione che permette di cambiare in meglio per la maggior parte delle persone il pezzettino di società in cui si opera, qualsiasi sia il nostro ruolo. Conoscere per cambiare, per migliorare, per prendere il manubrio del mondo, diceva il mio babbo, e sterzarlo anche soltanto di un grado. chiunque sapeva a che cosa servisse la scuola e da dove si doveva partire e si partiva sempre dai ragazzi e dalle ragazze, perché a Barbiana c’erano anche le bambine. Educare alla grandezza vuol dire fa capire ai ragazzi e alle ragazze che se io mi innamoro della conoscenza, se io domino la parola, riesco a raccontare intanto chi sono, quali sono le mie esigenze, le mie necessità e le mie paure. Don Lorenzo costruisce una piscina, nel gigantismo barbianese era una vasca di 2 metri per 8, ma era una piscina per togliere la paura dell’acqua ai bambini di montagna. I montanari non avevano mai visto il mare in vita loro, allora porto a Barbiana il mare anzi ce lo costruiamo noi il mare ed è il mare, «come scrive alla mamma», più bello di quello dei signori che vanno a Viareggio, perché il nostro mare profuma non solo di salsedine ma anche di montagna. Ecco, educare alla grandezza vuol dire far capire che non importa dove si nasce, da dove si viene e quali sono le nostre possibilità, ma con la conoscenza e la parola puoi andare in qualsiasi parte del mondo e confrontarti con chiunque.

11 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Mario Morcellini, Professore Emerito, Università «La Sapienza» di Roma La lezione di Don Milani. Esclusi di oggi, cittadini di domani «Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: «Non si dice lalla, si dice aradio». (Lettera a una professoressa) Al centro della nostra riflessione pubblica c’è la rivoluzione pedagogica e l’impegno educativo del Priore di Barbiana, assumendo questi temi come inseparabili dalla chiara adesione alla missione sacerdotale. Il primo tratto da sottolineare della sua personalità è la tenacia con cui egli ha lanciato dal campo cattolico la vertenza disuguaglianza, non solo ristretta alla lotta alla dispersione scolastica, senza dimenticare che il suo insegnamento era rivolto a tutti, indipendentemente dalle confessioni. Colpisce ancora oggi il fatto che l’influenza di Don Milani non si è affievolita nei decenni, anche perché il condizionamento sociale e di classe è tornato ad essere molto rilevante sulla forza dei processi formativi; del resto gli studiosi sanno bene che una parte della fortuna del dibattito pubblico sulla povertà educativa rimonta certamente al suo messaggio, comprovando una straordinaria vitalità e capacità di parlare ai contemporanei (e persino alla politica italiana). Ne consegue che c’è un significato profondo nella scelta istituzionale di un anno di eventi nel nome di Don Milani nel centenario della nascita, e sta tutto dentro i potenti insegnamenti che vita ed opere ci hanno lasciato (1). Quello su cui più bruscamente ci interpella è presto detto: non girarsi dall’altra parte, non accomodarci al ruolo di spettatori, assumere responsabilità. Ebbene il fervore di iniziative che già si delinea nel suo nome è (1) Sono intervenuto sulle celebrazioni della nascita di Don Milani nella Rubrica mensile Lo Specchio della Rivista Formiche n. 192 (giugno 2023).

12 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Non si capisce questa scelta senza andare con la mente alla forza della vocazione sacerdotale, onorata con un’austerità di vita e impegno quotidiano continuamente restituiti negli scritti e, soprattutto, nelle lettere. Una citazione non frettolosa deve andare allora ad un testo come Esperienze pastorali, anche perché già il titolo dice la potenza della sua ispirazione. Ma in quell’affascinante libro colpisce il ricorso, all’epoca quasi rivoluzionario, a dati e tabelle per documentare la trasformazione della religiosità persino nelle comunità rurali. Scrutinandolo attentamente, si capisce quanto Don Milani abbia intuito sul potere culturale della secolarizzazione, un tema che dovrebbe interpellarci tutti. Pochi come lui hanno compreso per tempo che una banalizzata cultura di massa portava con sé una privatizzazione del senso e del bisogno religioso, il cui esito è davanti ai nostri occhi. Secondo Agostino Giovagnoli, Don Milani ha capito profondamente la trasformazione economica e sociale dell’Italia, accompagnata da «una crisi delle forme tradizionali di religiosità e forse anche un crescente travaglio di fede … Ogni sera, egli prende appunti sulla realtà che incontra, sulle esperienze che fa, sui problemi che affronta», accumulando così quelle che diventeranno le Esperienze pastorali (2). Non ci deve sfuggire il legame tra i due testi più citati quando si parla della sua produzione. Come osserva Tullio De Mauro, la Lettera a una professoressa, con il suo impianto di metodo intellettuale e scientifico che la sorregge, non sarebbe comprensibile «se non fosse preceduto non solo dall’altro libro, ma dell’esperienza lunga, tormentosa e faticosa del … vero libro, l’unico davvero firmato da lui» (3). Nelle Esperienze diventa acuta la percezione, «questa sì straordinaria», del disastro che il protoconsumismo pretelevisivo stava producendo nelle coscienze e nella capacità di scelta autonoma e di vita della classe operaia e della stessa borghesia… Qui nasce in Don Milani il bisogno di cominciare a pensare che cosa deve fare una parrocchia che voglia portare la parola del Vangelo, ma anche il segno che molti, soprattutto maestri, ricercatori e comunque cittadini, non solo cattolici, hanno ritenuto un dovere fare i conti con la permanente attualità del suo testamento. Ma c’è di più: nel mezzo secolo dalla morte, il suo messaggio si è continuamente rinnovato, come un’autentica sorgente di stimoli ed esercitazioni morali, inclusi gli esami di coscienza. La scuola è stata il suo autentico oggetto d’amore e dedizione, quasi tutt’uno con la biografia, anche per l’incredibile capacità di sopravvivenza delle sue parole forti. In tempi in cui la morte decreta inevitabilmente una progressiva rimozione, Don Milani abita la nostra mente. Sembra parlarci ancora da Barbiana. Ma non era semplicemente intellettuale la radice che ha spinto Don Milani ad assumere il ruolo di testimone e profeta della povertà educativa. (2) Cfr. A. Giovagnoli, «Lorenzo Milani» in AA. VV., a cura di Vittorio De Luca, Testimoni del nostro tempo, Bachelet, Basso, La Pira, Mattei, Mazzolari, Milani, Olivetti, Eri Videolibri, Roma 1986. (3) Cfr. «Ho cercato solo i miei montanari e ho trovato i cittadini», originariamente pubblicato su Articolo 33 e ora riedito in una raccolta di «Scritti critici su Don Milani» intitolata Ritorno a Barbiana, Edizioni di Conoscenza, Roma (diverse edizioni a partire dal 2017).

13 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA te preoccupazione per le ambiguità del successo. Nello studio di Agostino Giovagnoli, (4) egli ci ricorda che Don Milani era avvolto nella mentalità cattolica del suo tempo; eppure a quanti è capitato di sopravvivere nitidamente e così a lungo? In tempi in cui gli uomini moltiplicano l’incertezza e le domande, Don Milani continua ad offrire una risposta alla crisi. A questo punto è essenziale collegare alla straordinaria prova biografica che egli ha offerto, mai scappando da una vera e propria reclusione, in parte vissuta come volontaria, in un paese rurale e montano, la profetica invenzione linguistica e concettuale di Papa Francesco sulle periferie sociali ed esistenziali (5). A me pare indubbio, scrive De Mauro, «che l’esperienza di Vicario del Parroco di San Donato nella periferia di Firenze lo ha messo in contatto visivo ed esistenziale con le periferie urbane e con i guasti che vi si profilavano e che Don Milani coglie con grande anticipo, la prima spinta che ha operato in lui per fare della parrocchia una scuola, del compito educativo un’esigenza primaria per chiunque abbia una fede e una proposta». La dedizione ai suoi allievi e alla sua impresa formativa non basta a capire la resilienza di Don Lorenzo nonostante il fatto che un gruppo dei «suoi» ragazzi della precedente parrocchia «lo accompagnano a Barbiana e lavorano con entusiasmo per rimettere a posto la piccola canonica … (essi) sono il segno e il sostegno di una continuità che … (risiede) nel suo inquieto itinerario interiore» (6). Ognuno di noi sente l’esemplarità di una testimonianza che non si è fatta intimidire dagli ostacoli, dalle critiche e dal conformismo culturale allora dominante. E c’è un tratto, solo apparentemente condizionato dai tempi, della vicenda religiosa e pubblica del Priore di Barbiana che alle nostre Associazioni regala il monito di non appiattirsi sul modernariato della secolarizzazione. A gente come noi, attenta al mondo della formazione ma a partire da aggregazioni sensibili al pensiero cattolico, non può sfuggire il cosa deve fare chiunque voglia portare qualunque parola di progetto e di speranza nella costruzione dell’uguaglianza. In questa prospettiva si evidenzia una novità che abbiamo spesso timore ad approcciare, e cioè l’intreccio tra qualità della scuola e clima culturale (uno dei temi su cui Don Milani ha letteralmente e gradatamente «convertito» persino gli accademici). Occorre, dunque, una nuova lucidità, anche perché un ulteriore nodo che colpisce, soprattutto in tempi di rapida smagnetizzazione delle personalità del passato, è l’impatto esercitato da Don Milani sulla mente e sulla coscienza di tante persone, per di più di generazioni diverse. C’è dunque un pezzo di società e di opinione segnato dalla sua impronta profonda; parte dagli anni della formazione e arriva all’età adulta, è fatta di concetti memorizzati, parole-chiave modernissime per il tempo in cui sono state forgiate, emozioni tratte dall’esempio e una singolare capacità di produrre idee nuove. Fermiamoci a pensare che tutto questo rimonta ai suoi libri che sempre hanno dimostrato una loro anima. Una diversa traiettoria semantica è la vera e propria battaglia contro l’individualismo, madre di molte ingiustizie diventate nel tempo sempre più scottanti. La postura contro chi «fa parte per se stesso» è rivolta sia a chi si culla nel laissez-faire, che alla distribuzione seriale di cinismo a basso dosaggio che porta dritto all’egoismo sociale e alla recessione morale. Qui davvero il lavoro della sua Scuola ha costruito un frame destinato a durare, tanto più interessante perché l’Istituzione è stata rovesciata radicalmente a misura degli utenti: una prova vistosa della sua capacità di lettura dei tempi nuovi. Non c’è altro modo di leggere questa impressionante personalità senza sottolinearne la forza trasformatrice, evidente anche nella rivendicazione della figura di prete, mai mascherata e alla lunga «esportata» e quasi «sdoganata» presso aree culturali e politiche diverse e persino lontane. Tutto questo senza concessioni sui princìpi, forte di una coltivata allergia per le mode e una costan- (4) Cfr. A. Giovagnoli, art. cit. (5) Singolari sintonie tra la lingua di Don Milani e la formazione sacerdotale del Cardinale Bassetti, si possono rintracciare in Quinto Cappelli, Le radici di una vocazione. I primi maestri del Card. Bassetti: don P. Poggiolini e don G. Cavini, Ed. San Paolo, Roma 2022. (6) Cfr. A. Giovagnoli, cit.

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