37 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA della politica. Sono anche letterariamente coinvolgenti, queste pagine, perché prendono di petto le persone e le situazioni, hanno il dono della sintesi e sono per così dire in presa diretta con la realtà, con i principi più alti del pensiero filosofico, pedagogico e politico, oltre che con la ricerca sociologica, e con i problemi, con gli umori e col linguaggio della gente comune e dei ragazzi di Calenzano e di Barbiana del secolo scorso. Soprattutto sono espressione di una personalità straordinaria, capace di lottare anche contro sé stessa e contro chi contrastava il suo sforzo di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale (e culturale!) che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese» (art. 3 Cost). Aggiungo che noi abbiamo bisogno non solo di scienziati, di tecnici, di imprenditori e di politici competenti e onesti, ma anche di testimoni, di educatori, di eroi, di filosofi, di poeti, di uomini e donne di fede: persone che è bello continuare a «frequentare» o rileggere, perché restano a lungo nella coscienza dell’umanità, anche dopo la conclusione della loro vita terrena, che talora è veramente breve, come nel caso di don Milani: un aristocratico di nascita, un ebreo convertito, relegato dal suo vescovo in un paesino di montagna, vissuto per obbedienza ma anche per fede e per passione educativa accanto ai suoi ragazzi, e morto di malattia incurabile a soli 44 anni, il 1967. Un mio primo incontro fortuito e una prima sconfitta È proprio nel 1967 che io incontrai in treno un signore che leggeva con passione un libro bianco in cui, al posto del nome dell’autore c’era scritto «Scuola di Barbiana». Incuriosito mi rivolsi a questo signore, sorridente e pensoso, che mi rispose che quel libro avrei dovuto leggerlo anch’io. Si trattava dell’avv. Camillo Tamborlini, direttore del Centro didattico nazionale per la scuola media. Ne scrissi al prof. Gesualdo Nosengo, allora presidente nazionale dell’UCIIM. Anche lui mi scrisse che la Lettera a una professoressa andava letta non come un attacco alla nuova scuola media del 1963, per la quale si erano entrambi battuti, ma come un importante messaggio utile a capirla e ad attuarla nella direzione giusta. La rivoluzione che occorre, mi diceva Nosengo, non è tanto quella di tipo «astronomico», nella quale io prendo il tuo posto mentre i sistemi dei poteri e delle relazioni restano immutati, ma quella di tipo culturale e più profondamente spirituale e pedagogico, che porta anche al cambiamento politico e strutturale, ma attraverso la cura delle persone, come singole e come comunità, con metodo democratico. Don Milani, che pur apprezzava la nuova legge («la maggioranza delle cose lì a noi ci vanno bene»), vedeva in una certa prassi amministrativa e didattica, con acuta intelligenza critica, una subdola maniera per impedire l’accesso alla cultura e alla democrazia della parte più svantaggiata dei cittadini italiani. Non voleva però abolire la valutazione in generale e mortificare il merito dei bravi studenti, Gianni o Pierino che fossero, e mandare i contadini a insegnare nelle università, come fece Mao nella sua «rivoluzione culturale». Però non accettava che si bocciasse a cuor leggero sulla base di prove che non tengono conto delle cause e delle conseguenze del processo di apprendimento, d’insegnamento e di valutazione. Non era questa l’Italia voluta dalla Costituzione. La Carta costituzionale era stata per lui un evento capace di fornire una chiave di lettura del mondo, della società e della scuola: in certo senso la sintesi delle idee più importanti della storia dell’Occidente. Lessi la Lettera a una Professoressa e me ne convinsi, tanto che cercai di adottarla come lettura pedagogica nella 4° classe dell’Istituto magistrale di Reggio Emilia, dove insegnavo filosofia, pedagogia e psicologia e dove ero presidente della locale sezione UCIIM, con 22 iscritti, fra cui anche il preside. La proposta fu però bocciata, perché prevalse la tesi di chi accusava il libro d’avere ospitato parolacce, d’essere molto polemico, e cioè un pamphlet caro alla contestazione, più che un libro di pedagogia. Per questo la maggioranza pensò che non fosse proponibile alle ragazze che si preparavano a insegnare; e poi, disse il vicepreside, fra qualche tempo nessuno ne parlerà più. Non sempre, come si vede, i vicepresidi sono informati e preveggenti. È interessante perciò seguire, per quanto possibile, come hanno fatto talora per cenni i colleghi nelle loro relazioni, l’itinerario interiore di Lorenzo Milani come ragazzo, come giovane e come uomo,
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