Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

38 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA non solo come prete e come maestro, per cogliere insieme la sua conversione religiosa, quella democratica e quella pedagogica e didattica: conversioni che, nelle sue lettere private, oltre che nelle tre lettere pubbliche, si colgono allo stato nascente. L’intreccio fra le tre conversioni di Lorenzo Milani La sua conversione religiosa dall’ebraismo agnostico dei suoi genitori, Albano e Alice Weiss, al cattolicesimo, per sfuggire alla persecuzione del fascismo contro gli ebrei, ha qualcosa di misterioso. Si fece battezzare per salvare il corpo, disse, ma non abbastanza per salvarsi l’anima. Prese contatto quindi con don Raffaele Bensi, che lo seguì fino alla morte. Bensi disse che in un’estate Lorenzo s’ingozzò letteralmente di Vangelo e di Gesù: «Dice niente che sia vissuto e morto per vocazione, ma anche per obbedienza, fra quattro poveri ragazzi di campagna, quest’uomo che poteva essere un Padre della Chiesa del nostro tempo? Ma quando si trattava della verità, non aveva dubbi, non guardava in faccia a nessuno…» (1). Don Lorenzo ha sopportato con fedeltà e rigore la religione sociologica, organizzata, con un patrimonio dottrinale che veniva dal Concilio di Trento, accettandone anche obblighi e compromessi, perché aveva scoperto nel Vangelo un filone di acqua limpida, quella della fede in Gesù Cristo. Per questo ha accettato, dopo Calenzano, di vivere a Barbiana, decidendo di «sposarla», tanto è vero che, appena arrivato in quell’esilio, nel 1954, mentre insegnava come volontario in un doposcuola di quattro ragazzi, comprò per sé il terreno di quella tomba in cui sarebbe stato sepolto nel 1967, con gli abiti liturgici e gli scarponi del montanaro. Poiché da ragazzo, a 13 anni, come ricorda nella Lettera ai Giudici, aveva avuto simpatie fasciste, come i suoi genitori, sognando che l’Italia diventasse un impero, anche la sua conversione democratica, come quella cristiana, fu altrettanto convinta e decisa nel prendere alla lettera la Costituzione, frutto della Resistenza e della Liberazione dalla dittatura imperialista del nazifascismo. In questa splendida Lettera ai giudici fa una citazione importante per la scuola: «L’Assemblea Costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta Costituzionale al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle conquiste morali e sociali» (odg approvato all’unanimità nella seduta del 22 dicembre 1947)». Mario Lodi, che fu sempre in sintonia e anche in corrispondenza con don Milani, ha scritto che «quel giorno è nata la scuola della Repubblica Italiana». Questa neonata, aggiungo, non ha goduto sempre di buona salute, come ho riscontrato in varie sedi cercando di seguire e talora di anticipare i timidi tentativi di aggiornare, fra l’altro, in sede legislativa e amministrativa, i «Programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti dell’istruzione secondaria e artistica» (Dpr. 13.6.1958, firmato dal ministro Aldo Moro e dal presidente Giovanni Gronchi.) La Costituzione come contenuto da insegnare e con cui illuminare l’intera istituzione scolastica Nella Lettera a una Professoressa Don Milani protesta per questa omissione, entrando nel merito: «Un’altra materia che non fate e che io saprei è l’educazione civica. Qualche professore si difende dicendo che la insegna sottintesa dentro le altre materie. Se fosse vero, sarebbe troppo bello. Allora, se sa questo sistema, che è quello giusto, perché non fa tutte le materie così, in un edificio ben connesso dove tutto si fonde e si ritrova? Dite piuttosto che è una materia che non conoscete». In alcune pagine precedenti aveva scritto, per difendere il diritto di Gianni a frequentare la scuola, anche se non scriveva bene come Pierino: «Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua. L’ha detto la Costituzione pensando a lui. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione». Questa riflessione ha assunto un vasto respiro etico e civile nella citata Lettera ai Giudici e nella Risposta ai cappellani militari toscani, raccolte sotto il titolo L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani. Si tratta di un testo, in tutto un’ottantina di pagine, di grande valore etico, religioso, storico, civico, giuridico, ecclesiale e politico, concentrato in un dialogo a distanza, nel (1) Edoardo Martinelli, Don Lorenzo Milani Dal motivo occasionale al motivo profondo, Società editrice fiorentina, Firenze 2007, p.159-161

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