Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

39 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA corso di un’azione giudiziaria, con i cappellani militari toscani in congedo e con i giudici, scritto, per la sua parte, da un giovane gravemente ammalato, che argomentava la sua difesa come maestro e come sacerdote. È qui individuato con chiarezza il sottile ma importante confine fra l’educazione civica e l’educazione politica, come fra l’educazione etica, l’educazione storica e quella giuridica; e fra la deontologia professionale e la profezia. La quale profezia non è vaneggiamento o pretesa di aver tutta la verità per speciale rivelazione divina. Don Milani ammette che gli insegnanti vedono «solo in confuso» le cose belle che i ragazzi vedranno domani: e crede che gli insegnanti queste belle cose debbano «indovinarle negli occhi dei ragazzi». Riconosce i suoi limiti, non insulta chi lo ritiene un vile, ma rivendica il diritto al rispetto e alla libertà d’insegnamento di ciò che ritiene la verità, alla luce dei fatti, del Vangelo e della Costituzione. Oggi molti ragazzi sembrano avere la congiuntivite o vivere come «sonnambuli», come azzarda l’ultimo Rapporto Censis, con le sue fortunate metafore. Dunque la legge - chiarisce ai Giudici - non è un tabù, bensì uno strumento che vale e obbliga, ma che, se non è giusta, bisogna lottare per cambiarla, anche pagando le conseguenze di un’eventuale trasgressione, quando risulti contraria alla propria coscienza. Riconoscimento effettivo della dignità, dei diritti e dei doveri, ripudio della guerra, diritti relativi al voto e allo sciopero sono i principi e i metodi di partecipazione costituzionali che don Milani ha avvertito per così dire allo stato nascente, credendoci fino in fondo. I giudici del Tribunale di Roma, il 15.2.1996, lo assolsero in prima istanza dall’accusa di viltà contenuta nella denuncia dei cappellani militari, per la sua difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare («perché il fatto non costituisce reato»), ma lo condannarono in appello per apologia di reato, il 28 ottobre 1967, accogliendo la denuncia che lo giudicava un vile. Il reato si estinse «per la morte del reo», avvenuta il 26 giugno di quell’anno. Quello che per molti era soltanto frutto di princìpi più o meno lontani dalla vita effettiva delle persone (e cioè affermazione astratta e innocua), è diventato per lui testimonianza di vita e sostanza del suo insegnamento. Lectio transit in mores, aveva scritto Erasmo da Rotterdam. A Barbiana questo è avvenuto davvero e oggi è tornato argomento tanto problematico quanto bisognoso d’impegno testimoniale. Basti pensare all’instancabile magistero, anche contro le guerre in corso, di Papa Francesco, ridefinite, nel recente discorso ai diplomatici accreditati presso la S. Sede, come «inutile strage». Nelle relazioni e negli interventi del nostro convegno ci sono stati molti riferimenti alla «conversione pedagogica e didattica» di don Milani, a cominciare dalla relazione introduttiva di mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e Segretario generale della CEI, che ha sviluppato alcuni dei temi cari a papa Francesco. Condivido tutto e mi spiace di non entrare nel merito dei singoli interventi, da quello di Sara Gesualdi a quelli di Mario Morcellini, Marco Pappalardo, Giacomo Funghi, fucino, Marco Iasevoli, Italo Fiorin e mons. Fabio Fabene, arcivescovo segretario per le cause dei santi. Spero che questi temi possano essere ripresi in incontri successivi fra i soci delle associazioni promotrici. Mi permetto di soffermarmi, nella seconda parte di queste considerazioni, sulla pregnanza del titolo scelto dal comitato promotore, composto dai presidenti delle associazioni presenti in aula (Carlo Di Michele, Alfonso Barbarisi, Ezio Delfino, Esther Flocco, Rosalba Candela). La testimonianza di don Milani, parola centrale del convegno Testimone, ha detto Paolo VI in un suo discorso citato nella Evangelii Nuntiandi (41), è chi fa fede di qualcosa, attestandola con la propria autorità o con comportamenti coerenti con la verità che afferma. L’insegnante, il maestro, dispone certamente di autorità sul piano istituzionale, ma non è per ciò stesso autorevole. Questa autorevolezza, sostiene il santo Papa, deriva dalla sua credibilità, cioè in gran parte dalla coerenza che manifesta fra la scienza o la dottrina che professa e i suoi comportamenti concreti. Ciò vale in particolare per la fede cristiana, che riguarda eventi, rivelazioni e messaggi la cui plausibilità non deriva tanto da una dimostrazione, quanto da un racconto di chi ha visto e udito («Voi sarete miei testimoni» [2]), che (2) At, 1,8

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