Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

25 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA problemi della realtà» non intende solo riferirsi alla dimensione cognitiva del conoscere, le conoscenze sono inerti se non siamo capaci di provare empatia e compassione. E solo se la realtà incontrata suscita commozione può scaturire il desiderio di intervenire, di prendersi cura. b. CAPIRE Molte volte sentiamo dire: «A scuola non si fa politica»; «La scuola non deve interessarsi dei fatti di cronaca»; «la scuola ha il compito di istruire, non di educare». Non è certo questa la posizione di don Milani. La scuola, come egli la intende, è una scuola impegnata, compromessa con la realtà, una scuola che serva alla vita. «A Barbiana leggevamo ogni giorno il giornale, ad alta voce, da cima a fondo. Sotto gli esami due ore di scuola spese sul giornale, ognuno se la strappa dalla sua avarizia. Perché non c’è nulla sul giornale che serva ai vostri esami. È la riprova che c’è poco nella vostra scuola che serva nella vita. (…) Ma politica e cronaca, cioè le sofferenze degli altri, valgono più di voi e di noi stessi». Per don Milani la scuola non è neutra, deve aiutare a conoscere la realtà. L’incontro con i problemi genera stupore, lo stupore genera ricerca, apre al desiderio di capire (non solo di conoscere superficialmente), senza rifiutare di misurarsi con le situazioni scomode, con le contraddizioni. «Guardi, io non ho mai insegnato a mettere le mine, a mettere le bombe. Io non insegno a mettere le bombe, però parliamo dello sciopero come nella vostra scuola parlate della patria. E si parla della patria come nelle vostre scuole si parla dello sciopero. Si legge moltissimo le pagine sindacali dei giornali e si conosce bene i contratti di lavoro, Si segue attentissimamente tutte le vertenze sindacali, si è letto moltissimo di Gandhi e su Gandhi. Tutto quello che è bello, tutto quello che è nuovo, tutto quello che è totalmente progredito, è il nostro pane quotidiano». (Conferenza ai direttori didattici, 31 gennaio 1962) c. AGIRE Comprendere (con la testa e con il cuore) ci interpella personalmente, chiama in gioco la nostra responsabilità. C’è una forte analogia tra l’invito fatto ai ragazzi di Barbiana di impegnarsi personalmente («A che serve avere le mani pulite, se si sente, in qualche modo, «il preferito». D’altro lato, la scuola di Barbiana non è un rifugio, un luogo consolatorio, uno spazio ripiegato su se stesso, ma è uno sguardo sulla realtà, un ponte sul mondo. I ragazzi di Barbiana imparano ad interrogarsi sul mondo, a sentirsi chiamati in causa. C’è un mondo di cui prendersi cura, una realtà che sta a cuore. Apprendere, a Barbiana, non deve essere un atto di avarizia (pensare solo a se stessi), ma di responsabilità, perché, come dice il Priore, «il sapere serve solo per darlo». Poiché la realtà sta a cuore, i problemi vanno assunti, interrogati, non elusi. C’è una grande analogia con il pensiero e con l’esperienza di P. Freire, nel sottolineare il potere trasformativo dell’educazione. Concordo con quanto ho sentito dire oggi, al Convegno, dal professore Pappalardo, «Barbiana è un criterio, non è un’esperienza che si può replicare». Nessuna buona esperienza si può replicare, trasferendola quasi alla lettera da un contesto ad un altro, perché se è buona lo è proprio perché è contestualizzata, adatta a rispondere a problemi specifici, a esigenze localizzate, diverse da ogni altra situazione. Se, però, l’esperienza non può essere replicata, tuttavia può essere capace di ispirare nuove esperienze, non perché queste ricalchino alla lettera quanto è stato fatto altrove, ma perché sono trasferibili i criteri che hanno reso quell’esperienza straordinaria. Nel caso di Barbiana, quali sono questi criteri? Provo a rispondere con un piccolo gioco linguistico, utilizzando l’«I care» come acronimo. a. INCONTRARE Barbiana è un luogo che invita i ragazzi ad incontrare la realtà, li introduce alla comprensione del mondo, anche quando è scomoda, dolorosa. Viene in mente la parabola evangelica del samaritano, narrata da Gesù 2000 anni fa. C’è un uomo ferito, abbandonato lungo la strada. Gli passa accanto un sacerdote, lo vede, ma gira la testa dall’altra parte, e prosegue. Anche un levita passa la stessa strada, vede la persona ferita, e passa oltre. Passa, infine, un Samaritano, uno straniero e, dice il Vangelo ci dice che: «vide e ne provò compassione». Vedere non basta, se la conoscenza che ricaviamo dal vedere come stanno le cose non ci porta a sentire, con il cuore. Quando don Milani dice: «La scuola deve insegnare a conoscere i

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