Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

26 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Come per Freire, la lingua è lo strumento principale da fornire a chi è senza voce, perché non ha gli strumenti per rompere la situazione di oppresso nella quale è relegato da una povertà che non è solo materiale. «Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo». Il Priore è ben consapevole non solo della stretta interrelazione tra linguaggio e pensiero, ma anche della corrispettiva relazione tra pensiero e democrazia. Come scrive A. Melloni «con la scrittura ingaggia un corpo a corpo per potarla di ogni orpello, partizione, ambiguità (…) e con un gesto profetico mostra che le classi subalterne sono tali non per mancanza di educazione o di istruzione, ma della parola». La scuola Il compito della scuola, secondo don Milani, è quello di aiutare i giovani a costruirsi un progetto di vita non egoistico, nutrito dei valori della tradizione, capace di sognare un futuro migliore, nella consapevolezza della necessità di impegnarsi anche politicamente (cosa diversa dall’impegnarsi in un partito politico). «La scuola siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità, dall’altra la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico». Il compito educativo consiste in un non facile accompagnamento, sul filo del rasoio; educare è rischioso perché, come scrive J. Bruner, l’educazione alimenta il senso della possibilità, induce a ritenere che anche la realtà più negativa potrebbe cambiare, se noi ci impegniamo a lavorare per il cambiamento desiderato; magari tale cambiamento è così difficile, da apparire improbabile, ma anche l’improbabile può diventare possibile, e quindi realizzabile. Scrive E. Morin «Abbiamo anche visto che l’insperato diventa possibile e si realizza; abbiamo spesso visto che si realizza l’improbabile. Occorre dunque sperare nell’insperato e operare per l’improbabile» Chi insegna, dice don Milani, per quanto può, deve essere «un profeta, scrutare i segni dei tempi e indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e noi oggi vediamo tengono in tasca?» e l’invito fatto da Papa Francesco a compromettersi («Non guardate la vita dal balcone»). Assumersi delle responsabilità, mettere a disposizione degli altri le proprie competenze, è questa la forte motivazione che viene proposta ai ragazzi di Barbiana. «… è senz’altro ignobile dire a un ragazzo: vivi per te stesso, fatti strada nel mondo, studia, così diventerai chissà che cosa, non voglio dire la parola volgare: farai quattrini. Una cosa così sporca e immorale. Invitarlo all’egoismo. Invitarlo a studiare tutto per sé (…) I ragazzi miei sono appassionati a studiare perché vogliono elevare se stessi per tutta la loro classe. Hanno davanti agli occhi tutto il mondo sofferente» (Conferenza ai direttori didattici, 31 gennaio 1962). d. RIFLETTERE A Barbiana venivano invitate tante persone, altre ne arrivavano con la curiosità di conoscere quella esperienza. Per don Milani l’ascolto, il confronto, il dialogo erano componenti essenziali del suo insegnamento e del suo essere maestro; relegato nel posto più periferico che si potesse immaginare, nemmeno presente sulle carte geografiche, non coltivava l’isolamento, ma Barbiana era un luogo d’incontro, di dialogo, di confronto serrato. Don Milani era interessato a capire e a far capire e si preoccupava che i suoi ragazzi avessero modo di allargare il loro universo conoscitivo. e. ESPRIMERE La scuola di Barbiana vuole dare voce a chi non ha voce e non potrà mai averla se non possiede lo strumento principale: la lingua. «Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone». Il tema dell’alfabetizzazione non riguarda solo gli aspetti strumentali, ma anche quelli culturali, nella convinzione dello strettissimo nesso pensiero-parola. «Quantunque i miei parrocchiani siano toscani, quantunque usino espressioni dantesche ogni poco, non sono capaci di un discorso lungo, di un discorso complesso, di una lingua che non sia quella che serve per vendere i polli al mercato di Vicchio il giovedì, o nei pettegolezzi delle famiglie».

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