Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

27 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona (...) Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei». «Che cosa direbbe don Milani?» Un paio di settimane fa mi sono trovato ad Imola, a parlare di don Milani, all’interno della Chiesa di Sant’Agostino, dove avevano allestito una bella mostra dedicata all’esperienza di Barbiana, e molto visitata dalle scolaresche: «Gianni e Pierino. La scuola di Lettera a una professoressa». A termine del mio intervento, durante la conversazione con i partecipanti che ne è seguita, arriva la fatale domanda: «che cosa direbbe oggi don Milani sull’Ucraina, su Gaza?» Rispondo che non ho la presunzione di sapere che cosa direbbe don Milani, ma posso immaginare che cosa farebbe. Poiché lassù, a Barbiana, si prende tutto molto sul serio, con il desiderio di capire, di approfondire, mi immagino che il Priore proporrebbe letture e documenti di approfondimento, e, soprattutto, inviterebbe a Barbiana testimoni, esperti, persone competenti che potrebbero affrontare i temi in maniera approfondita. E, nello sforzo di capire e di discernere, utilizzerebbe due setacci attraverso i quali far passare tutto al vaglio: il Vangelo e la Costituzione. Mi immagino che farebbe così, e questo è un invito anche a noi, metterci di fronte alla realtà, nella sua complessità e anche durezza, impegnati a cercare di capirla, e a prendere posizione, avendo sempre come riferimento Costituzione e Vangelo. in modo confuso». Queste parole, ancora una volta, mi richiamano Papa Francesco, quando dice che gli anziani dovrebbero essere capaci di consegnare i loro sogni ai giovani perché anche loro possano sognare e trasformare i sogni in progetti. Ma questo può avvenire dentro una comunità: «se sogni da solo allora questa è un’utopia ma se sogniamo insieme, se pensiamo insieme questo improbabile potrebbe tradursi in realtà». Nella «scuola della professoressa» non c’è posto per il dialogo, l’insegnante trasmette e gli studenti devono memorizzare e ripetere, e sono premiati se ripetono quanto più possibile allo stesso modo le parole dell’insegnante; nella scuola di Don Milani gli alunni sono soggetti attivi, vengono coinvolti attraverso il dialogo, si discute, si dà loro la parola, si stimola la ricerca, l’approfondimento. La «scuola della professoressa» rafforza l’individualismo, elimina ogni collaborazione, educa al conformismo. A Barbiana, al contrario, si promuove la collaborazione, l’aiuto reciproco, il lavoro cooperativo, il mutuo insegnamento. È una scuola che non scarta, non seleziona, parte dagli ultimi, dalla pietra scartata dai costruttori e fa diventare questa fragilità pietra angolare di un nuovo modo, accogliente ed esigente, di concepire la scuola: «…chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti». Barbiana non propone una esperienza di distacco dalla realtà, non si configura come spazio accademico al di fuori delle contraddizioni sociali, uno spazio neutro. Barbiana non coltiva un’idea asettica di insegnamento, ma è una scuola schierata. Non però dalla parte di una forza politica, di un partito, ma dalla parte degli ultimi, degli esclusi. «Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (...) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=