18 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA dei quartieri periferici, i migranti non del tutto inclusi, i tanti in situazione di povertà, manovalanza delle mafie, senza una famiglia alle spalle, purtroppo a rischio di dispersione scolastica. Dall’altro lato ci sono «i figli delle diverse fragilità» (molti tra questi sono benestanti economicamente), i «segnati» dal Covid-19, chi ha una disabilità, chi ha tutto tranne l’affetto, chi soffre seriamente di disturbi dell’apprendimento, chi è caduto nelle dipendenze, chi è bravo a scuola ma vede solo sé stesso… tutti a rischio non di dispersione ma di «disperazione scolastica». Per questo, a partire da «Lettera a un professoressa» (e già da prima naturalmente), Don Milani e Barbiana sono un patrimonio di tutti e per tutti – non uno di meno! – cioè un dono del Padre, un’eredità condivisa, non certo una coperta corta da tirare un po’ qua e un po’ là tra destra, sinistra e centro, da conservatori e progressisti, da innovatori e tradizionalisti, da chi ci è sempre stato e chi c’è da poco. Io sono uno di questi ultimi arrivati e infatti mi sono chiesto cosa c’entrassi – docente di Lettere del Liceo «Cutelli e Salanitro» di Catania – come relatore in un convegno di tale portata, anzi confesso che c’è stato qualcuno che me lo ha detto apertamente leggendo la locandina, sottolineando «solo perché hai scritto il libro Cara Scuola ti scrivo… L’attualità di “Lettera a una professoressa”? In realtà io con quel libro (ma già prima) ho risposto a due appelli degli studenti: – Il primo appello lo conosciamo tutti e si trova alla fine di Lettera a una professoressa: Ora siamo qui a aspettare una risposta. Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà: «Cari ragazzi, non tutti i professori sono come quella signora. Non siate razzisti anche voi. Anche se non sono d’accordo su tutto quello che dite, so che la nostra scuola non va. Solo una scuola perfetta può permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse. E la scuola perfetta non esiste. Non lo è né la nostra né la vostra. Comunque quelli di voi che vogliono essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti a chiudere due occhi per voi. A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono al piano. A di lezioni private, ma perché hanno trovato un motivo più grande per cui studiare o un compagno stimolante o un insegnante che li ha valorizzati. Si comincia dalle piccole cose, dai minimi gesti quotidiani, dalla cura di ciò che è «invisibile agli occhi», ma si vede con il cuore. Quando frequentavo il liceo, agli inizi degli anni Novanta, ci fu un omicidio davanti alla mia scuola; era il tempo della ricreazione e fu inevitabile guardare fuori e vedere un uomo a terra in una pozza di sangue. Rientrati in classe la quarta ora, il prof. di Storia e Filosofia spiegò e interrogò come se nulla fosse successo, così la quinta ora eravamo pronti per il Latino e il Greco con libri e quaderni aperti; il Prof. (non a caso qui uso la maiuscola!) ci disse: «Non avete capito cosa è accaduto fuori? Volete fare lezione dopo che a due passi da voi è stato ucciso un uomo? Che senso ha lo studio che abbiamo fatto, le ore sulle tragedie, su Omero e Virgilio, se non ci fermiamo a riflettere?». Da allora capii il senso dello studio e della scuola, scelsi di essere un giorno un Prof. come lui! L’incipit che avevo pensato io, prima di ascoltare i miei alunni, riguarda delle domande di fondo e cioè «perché la scuola?» o «a che scopo lo studio?». Le risposte non possono essere «quando sarai più grande capirai» oppure «non sei il primo e non sarai l’ultimo», ma richiedono di lasciarsi provocare, per cui mi sono chiesto cosa farebbe Don Lorenzo Milani oggi. Ho cercato una risposta nei suoi scritti e in tanto scritto su di lui, mentre un’altra questione sorgeva in modo pressante: io cosa posso fare oggi guardando all’esperienza di Don Milani e degli studenti di Barbiana? Il rischio degli anniversari e dei centenari è quello dell’incensare o autoincensarsi, dell’annacquare o dello specializzare, del chiudere in una teca o del mostrare ai quattro venti, degli specialisti contro chi è solo all’inizio, delle generalizzazioni contro gli approfondimenti, del «non vediamo l’ora che finisca» o del «non finirà qui». Al contrario Barbiana è un luogo vivo e della memoria collettiva; è fonte di ispirazione a cui attingere; è un paradigma su cui fondare il quotidiano, tuttavia non riproducibile a mio modesto parere. Questo, però, non è un limite bensì un vantaggio! Perché Barbiana è un «criterio universale» da considerare, studiare e applicare nei diversi contesti scolastici e educativi nel nostro tempo ed in futuro. Da un lato ci sono gli studenti
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