Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

29 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA questo non significa affatto indulgere all’assolutizzazione dei diritti individuali, tutt’altro! Far crescere, invece, la propria coscienza di cittadino nel sentirsi insieme titolare di diritti e responsabile della comunità in cui si vive, attraverso la triplice dimensione anche dell’adempimento dei doveri e dell’offerta gratuita del dono insieme all’esercizio dei diritti fondamentali è il senso profondo di questa lezione milaniana, condensato nel noto passaggio della Lettera a una professoressa: ««Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Nella lettura milaniana della Costituzione vi è un nesso di stretta coessenzialità tra personalismo e solidarietà in cui la garanzia dell’esercizio dei diritti non può scindersi dalla responsabilità di ognuno nei confronti altrui e dell’intera comunità. Le potenziali spinte individualistiche legate alla rivendicazione dei diritti come fossero totem sono profondamente bilanciate dalla prospettazione dell’adempimento dei doveri nei confronti della stessa comunità. Si arriva, cioè, a superare la contrapposizione tra un’etica basata sulla supremazia del diritto ed una basata sulla supremazia del dovere che «nelle loro manifestazioni estreme, portano all’individualismo che disconosce le ragioni dell’insieme come tale, oppure al totalitarismo che disconosce le ragioni dell’individuo come tale» (G. Zagrebelsky). Questo il senso profondo del personalismo comunitario che si esprime nella testimonianza di d. Milani. 3. Fondamentale è l’accezione milaniana del principio di eguaglianza, che fa piena applicazione della concezione di eguaglianza nella dignità propria dell’insegnamento sociale cristiano, la quale comporta il superamento sia della mera eguaglianza formale liberale, sia dell’egalitarismo collettivista. L’approccio del giurista, e del costituzionalista in specie, non può non muovere dalla dimensione concettuale del principio di eguaglianza e del corrispettivo di diseguaglianza, sia sul piano di diritto, sia su quello di fatto. Con riferimento al primo, le distinzioni si traducono in discriminazioni, attraverso una pluralità di tecniche normative, dalle leggi personali alla degenerazione delle leggi speciali in leggi particolari che conservano solo l’apparenza della generatuzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani». Ecco, proprio su questa linea di far vivere la Costituzione (non nel senso strettamente tecnico – giuridico di Costituzione vivente, cioè quale l’insieme dei precetti costituzionali attualizzati e concretamente applicati ad opera della giurisprudenza costituzionale: così, L. Paladin) sviluppandone in concreto le linee d. Lorenzo chiedeva ai suoi ragazzi di non farsi vincere dalla tentazione della rinuncia e dell’indifferenza, in piena sintonia con l’esortazione di Calamandrei. In questo senso, l’esperienza di don Lorenzo Milani può essere letta come una «Testimonianza» nel senso, di stringente attualità, ancora una volta indicato da Paolo VI (Esort. Ap. Evangelii nuntiandi 41): «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». 2. Il fondamentale principio democratico, che prende corpo nell’art. 1, co. II, della Costituzione («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»), per d. Milani contribuisce a rendere il senso complessivo della Costituzione come quello che fa divenire ogni persona un cittadino in pieno, come tale responsabile del bene comune: in questo senso, sovrano. Come Egli puntualizza nella «Lettera ai giudici»: «dobbiamo avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, … che non credano di potersi far scudo dell’obbedienza né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto». Sicché, l’obbedienza non può essere un alibi per la mancata assunzione delle proprie responsabilità: va precisato, tuttavia, che è in questo senso che essa non è più una virtù, se, cioè, impedisca di esercitare responsabilmente la propria libertà; ma

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