Vivere la testimonianza di Don Lorenzo Milani a cento anni dalla nascita

42 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA la», accrescimento di efficacia ed efficienza e di attrattività nei riguardi delle nuove generazioni di docenti e dirigenti, In mezzo a questo almeno virtuale «cantiere», non chiaramente motivato, in cui le associazioni faticano a trovare un proprio ruolo in sinergia e non in concorrenza con associazioni «sorelle», è stato implicitamente lanciato, a livello nazionale, con alti riconoscimenti istituzionali, l’anno centenario dedicato a don Milani. A motivare il lavoro di questo potenziale «cantiere» ha offerto un segnale di attenzione il card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, ospitando un paio di incontri interassociativi, in presenza e a distanza, nella sua sede episcopale di Bologna, anche in collaborazione con Retinopera, offrendo loro anche una mensa conviviale. L’opportunità di lavorare insieme ripensando don Milani può essere intesa come un dono insperato per interpretare i segni dei tempi, o come un compito supplementare per associazioni già oberate da impegni che ciascuna affronta nell’ambito del proprio statuto. A rendere importante la testimonianza di don Milani aveva contribuito lo stesso papa Francesco, col suo pellegrinaggio fatto a Barbiana (20.6.2017), per rendere un riconoscente omaggio a don Lorenzo e a tutti coloro che sono stati e sono testimoni e partecipi della sua azione, svolta con passione educativa e con radicalità evangelica. Ha voluto rispondere come vescovo di Roma alla lettera che il priore di Barbiana aveva indirizzata al suo vescovo Ermenegildo Florit nel 1964, per fugare ogni dubbio sulla sua fedeltà alla Chiesa e sulla validità del suo ministero di parroco e di maestro. «Non ho seminato che contrasti - aveva scritto di sé don Lorenzo - ma insegnerei anche a chi mi darebbe fuoco». È l’espressione di un amore che va al di là del conflitto: lo riconosce, lo accetta, però non ritiene che sia questa la dimensione ultima della vita. Dopo il passo famoso: «Cercasi un fine», individuandolo nel «dedicarsi al prossimo», ha aggiunto, »ma questo è solo il fine ultimo da ricordare ogni tanto. Quello immediato, da ricordare minuto per minuto, è d’intendere gli altri e di farsi intendere» (LP, p. 94) (14). L’attualità di una testimonianza, in una società disorientata Il nostro è un paese dalle grandi risorse, ma è anche composto in maggioranza da cattolici non praticanti, e anche da «cittadini non praticanti», a giudicare da certi comportamenti e dalla diffusione di certi reati. Non ci sono le ideologie del secolo scorso a motivare, a dividere, ma in certo senso anche ad unire coloro che si erano riconosciuti nella Costituzione. Oggi i pregiudizi, le notizie false spacciate sui social come vere, gli schieramenti pregiudiziali, l’odio e l’insulto inquinano gravemente la possibilità di intendere e farsi intendere e di «sortirne insieme», in termini di politica onesta. La passione milaniana per l’uomo, per la Chiesa e per la scuola come strumenti di salvezza non sembrano in sintonia con la maggioranza di questo Paese. (14) Ci sono due interessanti iniziative che riguardano i pochi rapporti fra don Milani, l’AIMC e l’UCIIM. Il 22 4 1950 venne organizzata a Firenze una conferenza, proposta a don Brandani da don Lorenzo, che riteneva lo schema storico più chiaro ed efficace di quello catechistico, dal titolo L’insegnamento catechistico su uno schema storico, con esperimento pratico con due classi di alunni di scuola elementare. La proposta fu caldeggiata dal presidente AIMC Tognetti «dato l’eccezionale valore didattico della conversazione». (L. Milani, Il Catechismo di don Lorenzo Milani, M. Gesualdi (a cura di), LEF, Firenze 1983. La conferenza ebbe notevole successo. Il magistrato Gian Paolo Meucci, amico di Lorenzo, ne informò Don Bensi, che sollecitò don Milani a scrivere in merito un articolo. Questo fu scritto in diverse versioni, l’ultima delle quali, in data 20.6.1950, fu inviata a Nosengo, presidente UCIIM, perché lo pubblicasse su «La Scuola e l’Uomo». La cosa non avvenne, perché l’esperimento riguardava classi di scuola elementare. Ritenuto poco adatto per i lettori del mensile di scuola media, probabilmente fu inviato, com’era prassi di cortesia, e per competenza, all’AIMC, per la rivista «Il Maestro». Ho ricavato queste notizie dal libro di Domenico Simeone, Verso la scuola di Barbiana, L’esperienza pastorale ed educativa di don Lorenzo Milani a San Donato di Calenzano, IL Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 1996, pp. 21-67. Allora le sigle delle due associazioni erano caratterizzate dalla normativa scolastica vigente, che affidava la scuola elementare ai maestri diplomati e la scuola media ai docenti laureati. Da tempo le sigle delle due associazioni, pur restando immutate per conservare i rispettivi marchi d’origine, risalenti agli anni ’40, tengono conto, in un sottotitolo esplicativo e nei rinnovati statuti, dell’avvenuta ristrutturazione delle norme per la formazione degli insegnanti e dei dirigenti e per la ristrutturazione normativa e amministrativa degli ordinamenti scolastici. Entrambe associano docenti che insegnano in tutti gli ordini e gradi della scuola e anche dell’università. A nessuno verrebbe in mente di ritenere i maestri non interessati alla Lettera a una professoressa e di considerare i professori non interessati a ciò che succede nelle scuole primarie e dell’infanzia. Sulle ragioni della sussistenza della separazione fra le due associazioni, pur nel contesto culturale e formativo attuale, si potrà riflettere, anche sulla base delle riflessioni di Papa Francesco ai membri della Curia, riportate nelle pagine seguenti.

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