14 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA grazie alla scuola, a cui mette mano appena arrivato lì, come se fosse una risorsa e un programma lungamente preparati (7). Da quel momento lui è stato e si è sentito meno solo, e questa piattaforma ci aiuta ad approfondire il senso e la forza del suo slogan: «imparare insieme» (ma anche imparare facendo). Poniamoci allora il problema di approfondire la strategia formativa nella sua scuola, ben colta da tanti studiosi come Tullio De Mauro. Essa consiste nell’arte dello scrivere, che rappresenta il vero canale formativo, l’arma attentamente e lungamente forgiata per far diventare cittadini i suoi ragazzi. Siamo di fronte a quello che, un po’ leziosamente, oggi chiamiamo «laboratorio di scrittura». Chiunque lo abbia inventato o praticato sa quanto sono efficaci per variare il tronco delle discipline sorprendendo gli studenti anche grazie alla forza di parole che provocano risonanze interiori. Ma il laboratorio l’ha inventato lui. Prima non se ne aveva notizia, anche se non saranno certo mancati esperimenti coraggiosi. Il modo in cui invenzioni così profonde hanno colpito la cultura laica (non dimentico l’autodescrizione di De Mauro quale «liberalaccio miscredente»), è di fatto un inchino di fronte a un uomo ripetutamente incontrato, conosciuto e profondamente apprezzato anche nei suoi testi. Per di più la sua stessa autodefinizione di «liberalaccio» rivela la percezione di quanto sentisse i suoi valori non privi di incertezza, mentre ammirava l’appartenenza totale di Don Lorenzo alla Chiesa e al Vangelo. Ma è tecnicamente il riconoscimento della forza della parola che non possiamo più dimenticare. Come ha riconosciuto Mario Lodi (8), Don Milani riteneva che i bambini «potessero avere un pensiero su alcuni argomenti che li interessavano direttamente»… ecco come nasce la lettera collettiva, «come un’opera corale… una specie di comunione il cui prodotto è il frutto della convergenza di tutte le esperienze». Mario Lodi descrive anche il modo in cui Don Lorenzo esercitava una funzione educativa strategica nella compilazione del libro, e così lo richiama alla mente: «l’arte dello scrivere consiste nel riuscire a nesso tra un grande innovatore della ricerca pedagogica e la funzione storica della scuola, singolarmente connesse ad una condivisione esistenziale radicata nel messaggio del Vangelo. Le ripetizioni che Don Milani ci offre non si sono esaurite. La sua lettera clamorosa e potente era intestata ad una professoressa. Oggi, chiudendo gli occhi, possiamo nutrire la speranza che la radicalità del suo esempio assuma le sembianze di un messaggio a tutti i docenti, a qualunque livello vivano la propria missione. Ma procediamo ora per punti elenco, affidandoci a poche parole-chiave, la prima delle quali è quella che più si affaccia quando cerchiamo di immedesimarci nella vita di Don Milani: il termine solitudine, che deve essere stato, nella lunga fase di apprendistato, un tormento non trascurabile per un prete rivelatosi così estroflessivo. Eppure, essa è stata clamorosamente sconfitta anche grazie all’investimento sulla scuola e sui suoi ragazzi. Certo, non è una novità parlare di solitudine per i preti. Tanto più se si pensa a quanto pesante fosse l’autocoscienza di una sua emarginazione in un paese di montagna e per di più con strade impervie per arrivarci. Già le Esperienze Pastorali ci hanno detto molto del suo austero isolamento che era qualcosa di più, una terra desolata illuminata però dalla vocazione. Ma aggiungiamo l’investimento sulla scrittura: è stata sempre un rimedio potente contro la reclusione, come se scrivere gli aprisse le finestre sul mondo. È anche interessante sottolineare quanto la formazione seminariale e giovanile di Don Lorenzo sia stata comparativamente meno polemica rispetto all’esercizio sacerdotale. Annotiamo che lui ha percepito il seminario come un curriculum adeguato a formarlo e a farlo diventare prete. Su quel libro fondamentale occorre meditare perché noi sappiamo come e quando scriveva, prevalentemente la sera dopo cena, nel freddo della canonica (a Barbiana nel ’54 non era arrivata ancora l’acqua corrente e l’elettrificazione, lo scopriamo dall’ascolto della radio grazie alle batterie). È lì che la sua solitudine si illumina (7) Per un approfondimento della tematica della catechesi, rinvio al dossier nel n. 6, settembre-ottobre 2023 di NPG, Note di Pastorale Giovanile, con saggi di chi scrive, Cecilia Costa e Giancarlo De Nicolò. (8) Cfr. M. Lodi, «L’incontro con Don Milani e la sua scuola», prima pubblicazione nel Numero di ottobre 2002 di Articol. 33, riedito successivamente in Ritorno a Barbiana cit.
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