12 VIVERE LA TESTIMONIANZA DI DON LORENZO MILANI A CENTO ANNI DALLA NASCITA Non si capisce questa scelta senza andare con la mente alla forza della vocazione sacerdotale, onorata con un’austerità di vita e impegno quotidiano continuamente restituiti negli scritti e, soprattutto, nelle lettere. Una citazione non frettolosa deve andare allora ad un testo come Esperienze pastorali, anche perché già il titolo dice la potenza della sua ispirazione. Ma in quell’affascinante libro colpisce il ricorso, all’epoca quasi rivoluzionario, a dati e tabelle per documentare la trasformazione della religiosità persino nelle comunità rurali. Scrutinandolo attentamente, si capisce quanto Don Milani abbia intuito sul potere culturale della secolarizzazione, un tema che dovrebbe interpellarci tutti. Pochi come lui hanno compreso per tempo che una banalizzata cultura di massa portava con sé una privatizzazione del senso e del bisogno religioso, il cui esito è davanti ai nostri occhi. Secondo Agostino Giovagnoli, Don Milani ha capito profondamente la trasformazione economica e sociale dell’Italia, accompagnata da «una crisi delle forme tradizionali di religiosità e forse anche un crescente travaglio di fede … Ogni sera, egli prende appunti sulla realtà che incontra, sulle esperienze che fa, sui problemi che affronta», accumulando così quelle che diventeranno le Esperienze pastorali (2). Non ci deve sfuggire il legame tra i due testi più citati quando si parla della sua produzione. Come osserva Tullio De Mauro, la Lettera a una professoressa, con il suo impianto di metodo intellettuale e scientifico che la sorregge, non sarebbe comprensibile «se non fosse preceduto non solo dall’altro libro, ma dell’esperienza lunga, tormentosa e faticosa del … vero libro, l’unico davvero firmato da lui» (3). Nelle Esperienze diventa acuta la percezione, «questa sì straordinaria», del disastro che il protoconsumismo pretelevisivo stava producendo nelle coscienze e nella capacità di scelta autonoma e di vita della classe operaia e della stessa borghesia… Qui nasce in Don Milani il bisogno di cominciare a pensare che cosa deve fare una parrocchia che voglia portare la parola del Vangelo, ma anche il segno che molti, soprattutto maestri, ricercatori e comunque cittadini, non solo cattolici, hanno ritenuto un dovere fare i conti con la permanente attualità del suo testamento. Ma c’è di più: nel mezzo secolo dalla morte, il suo messaggio si è continuamente rinnovato, come un’autentica sorgente di stimoli ed esercitazioni morali, inclusi gli esami di coscienza. La scuola è stata il suo autentico oggetto d’amore e dedizione, quasi tutt’uno con la biografia, anche per l’incredibile capacità di sopravvivenza delle sue parole forti. In tempi in cui la morte decreta inevitabilmente una progressiva rimozione, Don Milani abita la nostra mente. Sembra parlarci ancora da Barbiana. Ma non era semplicemente intellettuale la radice che ha spinto Don Milani ad assumere il ruolo di testimone e profeta della povertà educativa. (2) Cfr. A. Giovagnoli, «Lorenzo Milani» in AA. VV., a cura di Vittorio De Luca, Testimoni del nostro tempo, Bachelet, Basso, La Pira, Mattei, Mazzolari, Milani, Olivetti, Eri Videolibri, Roma 1986. (3) Cfr. «Ho cercato solo i miei montanari e ho trovato i cittadini», originariamente pubblicato su Articolo 33 e ora riedito in una raccolta di «Scritti critici su Don Milani» intitolata Ritorno a Barbiana, Edizioni di Conoscenza, Roma (diverse edizioni a partire dal 2017).
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