UN NUOVO UMANESIMO PER EVITARE UN DISASTRO EDUCATIVO Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori Dal 1944 al servizio della Scuola
1 INDICE 1 Premessa Anna Bisazza Madeo Pag. 2 2 Quale società oggi Anna Di Gregorio Pag. 3 3 La lezione della Pandemia. Suggerimenti metodologici per possibili itinerari di riflessione Marcella Paggetti Pag. 5 4 L’insegnamento del passato Sr. Lidia Vicard Pag. 14 5 Fare memoria per crescere insieme Maria Teresa Lupidi Pag. 16 6 Alla ricerca del “vero volto dell’uomo” Caterina Romano Pag. 19 7 Formazione integrale: riflessioni Franca Tolomeo Pag. 23 8 Comunicazione sociale e prospettive della scuola Elia Centorbi Pag. 25 9 Umanesimo e rapporto intergenerazionale Tommasina Barillà Pag. 28 10 Conclusioni Anna Bisazza Madeo Pag. 30
2 PREMESSA Anna Bisazza Madeo Il deficit educativo, espressione ricorrente ai nostri giorni, è una realtà i cui esiti invadono quotidianamente la cronaca dei giornali cartacei e virtuali, accompagnata talora dal sadico gusto dello spot angosciante e talvolta destabilizzante. La pervasività di tale fenomeno reca con sé il rischio di indifferenza e «L'assuefazione mitiga anche le cose spaventevoli», come già affermava Esopo. Questo asserto è da riferire non solo ai più giovani, i nostri alunni, ma va esteso a un più vasto raggio di umani. L’emergenza fu già denunciata da Benedetto XVI nel 2007: «Si avverte una crescente difficoltà nel trasmettere alle nuove generazioni i valori base dell'esistenza e di un retto comportamento». Oggi l’UCIIM ne ravvisa ancora l’urgenza, aggravata dalla pandemia in atto che ha evidenziato i problemi e fatto esplodere le gravi discrasie sociali a molteplici livelli. Ci siamo posti degli interrogativi che vogliamo condividere con i Colleghi e con tutti coloro che subiscono il peso di una situazione che appare insostenibile. È ferma convinzione che il deficit non sia da attribuire interamente alla scuola: non c’è capacità né spesso attenzione in famiglia; ai tradizionali gruppi giovanili si sostituiscono aggregazioni fluttuanti e talvolta devianti; i mass media travisano le realtà facendo perdere la visione equilibrata della vita. Non c’è più capacità di discernimento tra il bene e il male, tutto è relativo e inconsistente. Dare senso è la via dell’educazione. Per un rinnovamento pedagogico è necessario instaurare rapporti empatici con i ragazzi, che non sono più quelli di ieri e pretendono che qualcuno li riconosca, li ascolti e comprenda i loro bisogni inespressi, li accetti amorevolmente. Occorre dare a ciascuno risposte convincenti, tramite i saperi, e congrue capacità di ricezione. L’educatore si prende carico (I care) della crescita dell’educando, lo accompagna e lo orienta per far germogliare le potenzialità di ciascuno. Nuove metodologie vanno indicate da psico-pedagogisti, anche se attuate in maniera originale ed equa dal docente per ciascun alunno «prendendo le misure» delle sue potenzialità. Il compito dell’educazione va assunto come vocazione e attuato come mission. Questo impegna mente, cuore, l’intera esistenza dell’educatore, generando sempre nuova creatività ed energia. L’ascolto e il dialogo stanno alla base di ogni relazione, in un rapporto sia pur asimmetrico ma di pari dignità. Per esercitare l’autorità (il ruolo), occorre autorevolezza (l’essere riconosciuti positivamente come persone-guida per coerenza, equilibrio, correttezza, testimonianza, senso umano e intelligente compartecipazione). Gli alunni non vanno considerati utenti e tanto meno pazienti, essi sono la parte più vitale della scuola, i protagonisti che, con il supporto dei docenti, devono trasformare le loro potenzialità in attualizzazioni originali. Tutto il resto è contorno, utile e necessario, ma contorno: modalità (autonomia scolastica, autogoverno di iniziative studentesche); tecnologie (informatica, DaD, DDI e quant’altro). Il tutto da
3 ritenere al servizio dell’uomo e da gestire con libera e matura responsabilità e in collaborazione, all’interno di una chiara idea di scuola condivisa e aperta al rinnovamento con apertura di mente. Il tempo che abbiamo vissuto e le sconvolgenti esperienze che lo hanno accompagnato non hanno lasciato spazio ad un lavoro di ricerca, che ha bisogno di confronto e condivisione. Abbiamo potuto dialogare solo virtualmente e stendere delle riflessioni personali. Il complesso momento di cambiamento d’epoca evidenzia come la situazione pandemica sia al centro di ogni discussione e, nelle nostre analisi in solitudine, conferma come viceversa la persona umana sia, per sua costituzione, nodo di relazioni sociali cioè soggetto relazionale. Questo lavoro può, comunque, stimolare a pensare e a ponderare la nostra realtà e quella che ci circonda, il nostro grado di humanitas, e a verificare la visione della persona nella comunità, concetto basilare del personalismo di Nosengo. L’aver affrontato il problema dell’Umanesimo partendo da prospettive diverse e interdisciplinari, può essere considerato un incipit per sviluppi più appropriati, anche in relazione agli interessi che susciterà. I contributi che seguono costituiscono una breve raccolta di punti di vista sul tema indicato e propongono all’attenzione di docenti ed educatori dei testi su cui concentrarsi, per scoprire (magari insieme agli alunni) un nuovo umanesimo da vivere. QUALE SOCIETÀ OGGI Anna Di Gregorio La società attuale appare caotica. È come un fiume che scorre tra mille anse che sembrano separate l'una dall'altra perdendo di vista la meta comune. È una società multiculturale, multireligiosa, scarsamente inclusiva, individualista ed egoista, dove i valori contano e si affermano solo se soddisfano il proprio interesse; globalizzata, dove la globalizzazione non porta all'uguaglianza e alla democrazia, ma alla sudditanza al mondo economico e finanziario a discapito dell'uomo e della sua dignità. Una società, comunque, trasformata e in continua trasformazione, non solo per l'avvento dei media e delle nuove tecnologie. La stessa famiglia, oggi, per la sua composizione e per le sue complicazioni, anche organizzative, che le impediscono di occuparsi dei figli con la dovuta attenzione, rappresenta un problema per la scuola in quanto essa demanda alla scuola stessa il suo compito educativo. Ed è grave, perché la collaborazione con la famiglia è essenziale per l’educazione degli alunni. Anche la Chiesa, nonostante il carisma di Papa Francesco, con le beghe al suo interno, o per la singolarità di certi gruppi ecclesiali, non appare più quel faro luminoso di guida. Da questo ginepraio escono i ragazzi che, di proprio, aggiungono incertezze, inquietudini, mancanza di orizzonti, isolamento, sociali solo per chattare con smartphone o per inserirsi in qualche gruppo con scopi non certo nobili o filantropici. Di fronte a questo quadro, la scuola sembra impotente ad assolvere alla sua vocazione di educare e di formare con la sola didattica tradizionale. Urge quindi un rinnovamento pedagogico per usufruire di nuove strategie per far correre il treno della formazione sui due binari portanti: il docente e l'alunno. Se ne parla, qualcosa sembra muoversi, ma non basta.
4 Anche il Papa evoca un patto educativo, globale, la CEI pure s’è adoperata (cfr. cap. II del Sussidio della Commissione episcopale, presieduta da Mons. Crociata, per l’educazione, la scuola e l’università): ottimi contributi, ma è la scuola che deve trovare in sé le capacità e la forza di essere un motore trainante, di fornire alla società cittadini formati e responsabili, serbatoio insostituibile di civiltà, progresso e democrazia. Educare è un'arte. Essa, pur presupponendo una preparazione di base di contenuti e di conoscenze, anche antropologiche, da parte del docente, si apprende sul campo, esercitandola con i propri alunni studiandone la personalità, le inclinazioni, la recettività, gli scenari di riferimenti familiari, ambientali e sociali. Senza invocare riforme originali e rivoluzionarie della scuola nella sua impostazione, è importante, anzi è fondamentale ripensare il ruolo del docente e dell'alunno. I ragazzi. Saranno pur fragili, ma sentono vivamente il senso dell'autonomia e dell'affermazione della loro personalità. Non vogliono essere oggetti di educazione, non vogliono stare a scuola come a un tribunale, cioè non vogliono essere giudicati ma aiutati nella loro crescita umana e culturale, vogliono sentirsi rispettati e amati. Essi non sono gli utenti della scuola che usufruiscono di un servizio, ma artefici, protagonisti. È un quadro quasi nuovo, e gli insegnanti ne devono tener conto. Come? Instaurando una nuova relazione fra discente-docente. Una relazione per essere costruttiva richiede disponibilità, fiducia, ascolto, dialogo, interazione, rispetto dei ruoli. Il ragazzo deve «dare l’apporto delle sue osservazioni e riflessioni», come ha scritto C. Checcacci, deve essere consapevole che sta cercando di realizzare dei sogni, che sta imparando ad essere bravo e responsabile cittadino, senza velleità di autogovernarsi se non come obiettivo. I docenti. Spetta all'insegnante di guidare il processo educativo. Di certo si dovrà spogliare di due atteggiamenti: il protagonismo e l'autoritarismo. I protagonisti devono essere gli studenti nel loro apprendimento e nella loro crescita. Il docente non deve essere autoritario, ma autorevole. Per essere seguito e ottenere risultati non servono imposizioni o costrizioni tanto per esercitare il potere, ma coerenza e solida professionalità. Egli non deve mai perdere di vista di essere come un direttore d'orchestra che riesce a far emettere da ciascun orchestrale i suoni armonici dal proprio strumento. Il direttore d'orchestra, poi, può sempre proporre gli spartiti che i suonatori poi eseguiranno: valori quali la pace, il rispetto dell'altro come essere umano, al di là del colore della pelle, della cultura o della religione che pratica, l'accoglienza, l'integrazione, sono temi che non lasciano indifferenti i giovani. Con quali mezzi? Con tutti quelli che la scienza pedagogica, la scienza comunicativa, la tecnica e la tecnologia mettono a disposizione. Troppo a lungo i media e le nuove tecnologie sono rimaste fuori delle aule scolastiche: è ora che vi accedano a pieno diritto, non solo perché piacciono ai giovani. Sono d'accordo con la ministra Azzolina: la didattica va svolta a scuola, altrimenti sarà un disastro educativo riecheggiando le parole di Papa Francesco. La DaD è stata ed è utile per emergenze, ma la didattica in presenza fa vivere e crescere la comunità scolastica nel confronto reale, a volte anche chiassoso, nel dialogo vivo. E l'UCIIM? Posso affermare che essa ha nel suo DNA il modo per affrontare il cambiamento sociale nella scuola e con la scuola. L’ha fatto nel dopoguerra, quando fu fondata da G. Nosengo, nel 1944, per
5 curare la società disastrata dalla guerra, l’ha fatto durante tutti i quindici lustri trascorsi, da protagonista per certe riforme scolastiche, continuerà a farlo anche per il futuro, purché continui ad attivarsi perché i suoi soci siano dotati di «perfezione tecnico-professionale in prospettiva personalistica e societaria e di perfezione morale-religiosa in prospettiva di salvezza e apostolato», come ha scritto Nosengo, presentando l’UCIIM e le sue finalità a 152 Padri conciliari italiani durante il Concilio Vaticano II nel 1965. Formazione dei docenti, quindi, per formare meglio gli alunni, servendosi anche di tutti i mezzi che la scienza mette a disposizione, come i media e le nuove tecnologie. LA LEZIONE DELLA PANDEMIA. SUGGERIMENTI METODOLOGICI PER POSSIBILI ITINERARI DI RIFLESSIONE Marcella Paggetti Itinerari possibili Siamo immersi, non c’è dubbio, in un fluire di grandi trasformazioni culturali, socioeconomiche, politiche ed anche geostoriche: avvertiamo l’inadeguatezza dei vecchi paradigmi ad affrontare la quantità dei problemi straordinari che emergono con veemenza all’orizzonte delle nostre vite, senza aver ancora elaborato un assetto teorico e valoriale che ci permetta di affrontarli con efficacia. È pur vero che ormai da diverso tempo si parla, a vari livelli ed in diversi ambiti, della necessità di rifondare un nuovo umanesimo quasi a sottolineare che buona parte dei problemi che stiamo vivendo sono la conseguenza dei comportamenti di una umanità che ha smarrito la propria identità e ha un disperato bisogno di fermarsi a riflettere per ritrovare sé stessa e scegliere la giusta via da percorrere. Anche io sento il dovere di fare un tratto di strada in tale direzione con l’obiettivo di offrire un semplice contributo di riflessione. Parole e significati Come premessa indispensabile per l’individuazione di un corretto metodo di indagine, ritengo utile chiarire il significato che l’espressione nuovo umanesimo, di cui intendo occuparmi, può veicolare. Mi sembra necessario, cioè, stabilire che cosa significhi parlare di Umanesimo e in che senso questo possa e debba essere nuovo. Il termine Umanesimo, propriamente indica il movimento culturale che, iniziato nella seconda metà del Trecento, si è affermato nel Quattrocento producendo quella grande fioritura di studi, definiti studia humanitatis, come i classici latini e greci, la storia, la filosofia, la filologia, ritenuti essenziali per la formazione dell’uomo. Alla base di tale movimento c’è, dunque, la convinzione che pur nel trascorrere dei secoli e nel mutare delle condizioni storiche, ci siano delle costanti che caratterizzano l’elevata dignità della natura umana.
6 Tutta la riflessione antropologica del periodo umanistico-rinascimentale presenta, infatti, l’uomo come il soggetto capace di collegare la terra e il cielo, copula mundi, e di fare opere grandiose in ogni ambito, continuando l’azione creatrice di Dio.1 Oggi, come si legge sul dizionario della Treccani alla voce Umanesimo, il termine è utilizzato anche «per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica». Anche Maria Teresa Lupidi nel suo testo Fare memoria per crescere insieme pone la domanda, per me cruciale: «Quali costanti ci hanno fatto crescere e risalire, pur tra innominabili cadute?» Da quanto detto emerge il primo quesito cui dare risposta: è possibile individuare, nel mare delle trasformazioni in atto, alcune costanti della natura umana? Siamo di fronte ad uno dei problemi che attraversano tutta la Storia della Filosofia: la filosofia dell’Essere si può armonizzare con quella del Divenire? Ci è di grande conforto anche la riflessione di Eraclito, primo grande filosofo del Divenire; per lui, infatti, tutto scorre e muta, fatta eccezione per la legge stessa del divenire, il logos, che rimane, appunto, costante. Il secondo problema da affrontare è quello che può emergere dalla riflessione sull’aggettivo nuovo. Quali elementi di novità dovranno caratterizzare l’umanesimo del Terzo Millennio? Sicuramente non potranno essere trascurati i nuovi modi, prodotti prevalentemente dalla rivoluzione informatica, di percepire lo spazio e il tempo che, da sempre hanno costituito le coordinate all’interno delle quali è descrivibile la vita materiale e spirituale del soggetto-uomo. Lo spazio e il tempo non si sono azzerati, come si dice, ma è indubbiamente cambiata l’esperienza che di essi oggi si fa. Da sempre abbiamo potuto descrivere lo spazio grazie alla relazione tra enti o fenomeni, ma oggi le relazioni sono andate moltiplicandosi in ogni direzione. Dunque, lo spazio, in realtà, si è esteso, ma non a centri concentrici, bensì a ragnatele che si intrecciano e si intersecano in ogni direzione. A tale proposito, in un suo interessante saggio la sociologa Giuliana Mandich parla di natura relazionale della spazialità e descrive il soggetto al centro «di un sistema complesso di interdipendenze, legami e flussi2». Il sentimento del tempo, che è stato oggetto della riflessione di gran parte dell’arte, della letteratura e della ricerca scientifica del Novecento, ha, come bene insegna Kant, un’estensione maggiore dello spazio; si esperimenta, infatti, solo grazie alla interiorizzazione delle relazioni spaziali nel loro divenire: lo spazio sta, dunque, nel tempo. Sull’interiorità del tempo illuminanti sono le filosofie di S. Agostino, che riconduce il passato e il futuro al presente della coscienza nella propria 1 cfr. Pico Della Mirandola, De digitate hominis 2 Giuliana Mandich, «Analogie e metafore della complessità: spazio e reti sociali», Quaderni di Sociologia, 17 | 1998, 147-165.
7 capacità di memorizzare e progettare, e di Bergson che individua nel tempo della coscienza, che è durata ovvero fluire non segmentabile, il tempo della vita. Credo che la riflessione sul nuovo umanesimo non possa prescindere dal riconsiderare in modo nuovo l’aspetto relazionale dell’esperienza umana, cosa che non mancava affatto anche nell’Umanesimo del Quattrocento che poneva l’uomo al centro della relazione con la Natura/Mondo e con Dio. L’antropocentrismo umanistico-rinascimentale non era esaltazione di un’umanità individualistica ed autosufficiente, era piuttosto riconoscimento della creatività e delle notevoli potenzialità intellettive dell’uomo cui non sfuggiva, tuttavia, la consapevolezza dei propri limiti. Il termine con il quale si definisce il soggetto- uomo e che più efficacemente esprime la sua natura relazionale è senza dubbio quello di Persona, che ha rappresentato l’oggetto di riflessione di tutte quelle filosofie che vengono catalogate sotto il nome di Personalismo, un movimento che raccoglie diversi orientamenti teorici che hanno in comune, appunto, l’interesse per l’attività sociale nelle sue diverse espressioni. Le correnti cristiane del Personalismo trovano nella narrazione biblica della creazione dell’uomo, fatto ad immagine di Dio, il fondamento stesso della natura relazionale dell’uomo: se Dio, che è unità di rapporto dinamico tra Persone, ha creato a sua immagine l’uomo, lo ha fatto sicuramente capace di rapporti dinamici interpersonali, quindi sociale. Anche per gli umanisti del Quattrocento il fondamento dell’elevata dignità dell’uomo era dato dall’essere Immagine di Dio: ne è stupenda espressione la rappresentazione michelangiolesca della creazione di Adamo nella volta della Cappella Sistina ove è la breve distanza tra le dita del Creatore e della creatura a parlarci di vicinanza nella chiara distinzione. Per l’uomo contemporaneo, però, immerso in un contesto culturale, fortemente individualistico e relativistico, come più volte ha dichiarato Papa Benedetto XVI, tutto proteso verso l’autosufficienza come obiettivo da raggiungere, è possibile ancora considerare una costante la natura personalistica dell’uomo? Verso un nuovo umanesimo ragionevolmente fondato: indicazioni metodologiche La linea metodologica, che mi sento di proporre, ritenendola capace di far cogliere elementi di verità, ha bisogno di essere brevemente introdotta e giustificata. L’ambito tematico di cui mi occupo è riconducibile all’antropologia filosofica alla quale, come tenterò di motivare ripercorrendo alcune correnti di pensiero tra fine Ottocento e Novecento, è giusto riconoscere legittima cittadinanza nel mondo dell’articolazione del sapere. Andando, però, a considerare fenomeni sociali, comportamenti, azioni, scelte morali, e non fenomeni naturali e i loro rapporti, sarà possibile raggiungere elementi di verità come ritengono di ottenere con il metodo galileiano gli scienziati della Natura? Wilhelm Dilthey, filosofo e storico tedesco vissuto dal 1833 al 1911, distingue le Scienze dello Spirito dalle Scienze della Natura e, in base alla diversa specie dei fatti di cui si occupano le une rispetto alle altre, rivendica la necessità di differenziare la tipologia dei metodi di indagine a cui, tuttavia, attribuisce medesima validità. Il metodo delle scienze della natura deve essere capace di spiegare nella loro concatenazione causale i fenomeni, mentre quello delle scienze dello spirito deve occuparsi di fatti che, essendo vissuti dal soggetto stesso che li studia, possono solo essere interpretati e compresi. Ora, a ben guardare, la pratica interpretativa, ermeneutica, che ha trovato
8 il suo massimo teorico in Gadamer, segue un procedimento non molto diverso dal procedimento adottato dal fisico per verificare o, in linea con Popper, falsificare le ipotesi. Il processo attraverso il quale si intende giungere a conoscenze certe, o comunque ben fondate, inizia sempre da congetture che abbiamo in mente, mai da un intelletto-tabula rasa. Dario Antiseri ammette che i fatti afferenti ai due menzionati ambiti di conoscenza sono descritti con linguaggi diversi, ad esempio il punto di partenza della ricerca di un fisico è definibile problema, quello di uno storico quesito, ma è convinto che il processo che devono seguire entrambi per giungere alla soluzione del problema o alla risposta al quesito sia sostanzialmente lo stesso: problemi/quesiti→teorie/congetture→verifiche/confutazioni e così via. In ultima analisi è sempre l’appello all’esperienza che può confermare o meno una ipotesi nelle scienze della natura, o un’intuizione-opinione nelle scienze dello Spirito. Secondo me, per la fondazione di un nuovo umanesimo, si tratta di mettere alla prova dei fatti la convinzione, che faccio mia, che esistano dei tratti distintivi della natura umana. È, ne sono certa, grazie alla permanenza di tratti comuni tra l’uomo di oggi e quello di ieri che possiamo continuare a dialogare attraverso i secoli mediante l’arte, la letteratura, la scienza, senza tuttavia ignorare che i cambiamenti prodotti dal tempo producono e richiedono nuovi paradigmi culturali. Per confermare o falsificare tale convinzione, o congettura che dir si voglia, occorre innescare processi di ricerca che diano risposte ai seguenti quesiti: - possiamo confermare che l’essenza della natura umana è il suo essere persona, ovvero soggetto relazionale? - possiamo individuare nell’organizzazione sociale dell’uomo contemporaneo l’origine di problemi che mortificano la sua capacità relazionale? - possiamo, al contempo, valorizzare le nuove potenzialità di espansione relazionale di cui l'uomo contemporaneo ha saputo dotarsi? Se l’appello all’esperienza permetterà di dare le risposte ai quesiti sopra indicati, è da quelle che sarà doveroso partire per suggerire possibili tratti distintivi del nuovo umanesimo. Fecondità dei periodi di crisi A. Comte, filosofo del positivismo francese della prima metà dell’Ottocento, cui si attribuisce la fondazione della Sociologia scientificamente intesa, ritiene che lo studio dei periodi storici di transizione, comunemente definiti di crisi, siano particolarmente importanti per individuare le relazioni tra enti, formazioni sociali, istituzioni, cittadini e tutto ciò che contraddistingue l’organizzazione socio-politica, economica e culturale di una Comunità. Ed è vero. Infatti, durante le crisi molti rapporti diventano instabili e, proprio per questo, si riconoscono, anche se spesso si comprende che la motivazione che li aveva originati e sostenuti, non è più sufficiente a giustificarli o, comunque, a mantenerli inalterati. Passando, quindi, a considerare l’assetto socioeconomico e politico del mondo in cui viviamo, non mi pare possibile negare che sia la globalizzazione il tratto di maggior novità che si è andato delineando specie a partire dalla seconda metà del Novecento. Favorita dalla rivoluzione
9 informatica, questa ha indubbiamente generato i grandi cambiamenti culturali che hanno accompagnato quelli economici e politici. Ma è stata, soprattutto, la diffusione del Covid-19, che non ha risparmiato alcun grande continente o piccola località, a far emergere criticità, limiti, incongruenze della micro e macroorganizzazione del villaggio globale che sembrava votata a garantire un benessere diffuso. Bene, a me sembra che i fenomeni, i fatti di vita, le domande e i bisogni che gli uomini dell’intero pianeta-terra hanno fatto emergere durante la pandemia, offrano un campo di esperienze quanto mai adeguato a dare risposte ai quesiti posti. Mai, come oggi, ci si è presentata, infatti, la possibilità di verificare empiricamente e di comprendere alcuni tratti del comportamento umano allargando lo sguardo ad un livello di quasi universalità. Anche se ognuno dei tre interrogativi richiederebbe una indagine approfondita, cosa che non ho le competenze né gli strumenti per fare, mi limiterò a considerare nell’esperienza recente quello che, a parer mio, si è manifestato con maggior evidenza nella speranza di offrire un piccolo contributo alla riflessione. Primo quesito - Possiamo confermare che l’essenza della natura umana è il suo essere persona, ovvero soggetto relazionale? Per far fronte alla pandemia la comunità scientifica ha prima di tutto invitato al distanziamento inizialmente definito come sociale, ritenuto necessario per contenere la rapida diffusione del contagio ed evitare il collasso delle strutture ospedaliere. Ciò ha inevitabilmente provocato la sospensione di una abituale vita comunitaria. Si è provveduto alla chiusura quasi totale dei negozi, delle scuole, dei teatri, insomma di ogni luogo di aggregazione ed incontro finalizzato ad attività economiche, culturali, politiche, religiose e ricreative. Pian piano ci siamo resi conto di quanto importante sia per ciascuno di noi l’articolata rete dei servizi territoriali, che sono sempre spazi di relazioni sociali, e di quali gravi conseguenze provochi l’impossibilità di accedere ad essa. Tra queste la più pesante è stata sicuramente il vivere in condizioni di isolamento che la tecnologia, con i collegamenti online, ha aiutato a contenere almeno per quanti, possedendo un computer, avevano dimestichezza con gli strumenti informatici. Ma abbiamo scoperto che la relazione virtuale spesso non è in grado, specie se ad essa si deve ricorrere per un periodo prolungato, di sostituire pienamente quella in presenza. Sono state registrate da psicologi, docenti, medici, situazioni di malessere diffuse, ma avvertite, in modo particolare, dalle frange più fragili della società: giovani3 ed anziani. In previsione di questo, già dal maggio del 2020, il Gruppo di lavoro ISS Salute mentale ed emergenza COVID-19, nelle Indicazioni ad interim per un appropriato sostegno della salute mentale nei minori di età̀ durante la pandemia COVID-19, mentre raccomandava di garantire il distanziamento fisico, invitava ad evitare quello sociale capace, appunto, di provocare varie tipologie di disturbi psichici4. 3 cfr. Sondaggio sul crescente senso di solitudine commissionato dal Sole 24 Ore nell’ottobre 2020 4 Cfr. Versione del 31 maggio 2020. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2020. Rapporto ISS COVID-19 n. 43/2020
10 Degli effetti dell’isolamento sulla popolazione anziana si è occupato anche il Centro di Documentazione per la Promozione della Salute (DORS Piemonte) evidenziando che «le persone anziane sono anche più vulnerabili rispetto alle conseguenze della solitudine e dell’esclusione sociale» prodotte dalla pandemia. Non c’è dubbio che ognuno di noi sia una meravigliosa e complessa realtà psicosomatica e che il contatto fisico con gli altri e con l’ambiente sia fondamentale per lo sviluppo equilibrato delle capacità intellettive e della personalità. Se la società esiste è perché l’uomo è, come sostiene Aristotele, un animale sociale. Ciò significa che ha bisogno della società per vivere. Del resto, tutti sappiamo, per esperienza, che per essere consapevoli della nostra identità di soggetti ed acquistare fiducia in noi stessi abbiamo bisogno di essere attenzionati dagli altri con cui possiamo confrontarci e dialogare. Penso che i dati empirici fin qui raccolti durante la pandemia, destinati sicuramente a crescere in quantità e qualità, possano già essere sufficienti a confermare che se l’uomo ontologicamente non fosse persona, nodo di relazioni sociali, l’esperienza fatta in questi anni difficili non sarebbe né spiegabile, né giustificabile. Secondo quesito - Possiamo individuare nell’organizzazione sociale dell’uomo contemporaneo l’origine di problemi che mortificano la sua capacità relazionale? Da molti anni si sono moltiplicate riflessioni e studi sul concetto di benessere sociale perché risultano evidenti le contraddizioni, i disagi, i conflitti presenti anche nel nostro Occidente e la distanza sempre più profonda tra questo e il resto del mondo. La forbice tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri anche all’interno di uno stesso paese si è fatta sempre più profonda. Appare evidente che non possiamo misurare il benessere del singolo solo considerando il suo profitto e quello dello stato prendendo in considerazione esclusivamente il PIL. La valutazione del benessere in termini esclusivamente quantitativi, ovvero riferendoci ai livelli di ricchezza e di consumo, non è sufficiente, bisogna considerare il problema anche dal punto di vista qualitativo. Ad una buona qualità della vita contribuiscono anche l’accesso all’istruzione, le condizioni di salute, la salubrità dell’ambiente, l’accessibilità ai servizi sociali, l’integrazione sociale, il buon funzionamento della giustizia, la fruibilità dei luoghi culturali e ricreativi e numerose altre variabili. Su questo già da tempo si sta facendo ricerca, ma non c’è dubbio che la pandemia, velocizzando i processi in atto, ha portato alla luce in modo ancora più forte molti problemi in buona parte riconducibili ad una organizzazione sociale che ha rivelato tutte le sue crepe. Su tutto questo esiste già molta letteratura, qui interessa piuttosto evidenziare alcuni aspetti colti con un rapido sguardo sul nostro paese, che possono essere utili ad orientare la riflessione. La strategia scelta per arginare il contagio, nelle linee di fondo, è stata la stessa su tutto il territorio nazionale, ma gli effetti non sono stati i medesimi proprio perché le condizioni di base dei destinatari di tali manovre erano alquanto diseguali. È apparso chiaro che non tutti hanno gli strumenti che consentono un medesimo accesso all’istruzione, i servizi non sono equamente distribuiti specie quelli finalizzati alla cura dell’infanzia, dei disabili e degli anziani, ma non solo.
11 Sono stati sicuramente importanti gli interventi messi in atto dalle reti tv per far compagnia alle persone sole in tempo di lockdown, per garantire l’informazione e la formazione dei giovani in accordo con il Ministero dell’Istruzione che, a sua volta, ha dovuto rapidamente attrezzare le scuole di strumenti informatici per la didattica a distanza. Il prolungarsi della pandemia ha fatto, tuttavia, riscoprire l’importanza dei rapporti di vicinato, la notevole funzione sociale del volontariato che è andato incontro a varie necessità organizzando forme di assistenza di ogni tipo. I problemi nascono nel mondo della vita concreta ed è lì che si devono affrontare e risolvere. Gli spazi delle relazioni virtuali esistono in quanto posti in essere da noi proprio per soddisfare il nostro reale bisogno di comunicare. Come tali sono sicuramente utili ed importanti, ma rimangono mezzi e non fini. Non abbiamo costruito il mondo delle relazioni virtuali per trasferirci là, perché la concretezza della vita ci invita a tenere i piedi per terra. La crisi pandemica lo ha dimostrato facendoci capire che è a tale livello che dobbiamo riannodare, ove si mostri necessario, i fili spezzati delle relazioni sociali che sono in grado di assicurare un discreto grado di benessere proprio perché adeguate all’essere persona dell’uomo. Terzo quesito: - Possiamo valorizzare le nuove potenzialità di espansione relazionale di cui l'uomo contemporaneo ha saputo dotarsi? Se per certi aspetti, come ho detto, la comunicazione in rete ha evidenziato tutti i suoi limiti, per altri ha dimostrato, proprio durante la pandemia tutte le sue potenzialità. Mi limiterò ad accennarne alcune: - attenuare la solitudine di molti anziani ospiti delle Case di Riposo o dei degenti ricoverati nei reparti covid che hanno potuto con tablet o cellulari collegarsi con i loro familiari. - continuare, nei limiti del possibile, l’attività lavorativa mediante lo smart working, e con la didattica a distanza (DaD) fare lezione agli studenti mentre le aule scolastiche non erano accessibili. - condividere in rete, informazioni e percorsi di ricerca, cosa che ha permesso alla comunità scientifica di ottenere vaccini efficaci in tempi eccezionalmente rapidi. - organizzare la campagna di informazione e di prenotazione grazie alla quale la popolazione ha potuto vaccinarsi con ordine e in tempi abbastanza rapidi. - pianificare, per far fronte alle emergenze, il coordinamento degli interventi delle istituzioni pubbliche, private e del volontariato. La lista degli esempi potrebbe continuare, ma inutilmente perché è vita vissuta da tutti noi e la conosciamo; quello che, a mio avviso è importante tener presente è che tutto questo, mentre è accaduto, ha svolto una funzione sia di svelamento che di cambiamento. Ha, infatti, fatto emergere numerosi disagi sociali e vere e proprie situazioni di iniquità; basti per questo tener presente che chi non era nelle condizioni di poter utilizzare le nuove tecnologie o per trovarsi in zone isolate, non coperte dalla rete, o per mancanza di strumenti di proprietà, di fatto ha visto aggiungersi alle modeste condizioni economiche anche l’emarginazione sociale.
12 Tutto questo è emerso anche nella scuola: non tutti hanno avuto facile accesso alla rete. Si è così riconosciuto il diritto alla competenza digitale come un diritto di cittadinanza. Il ricorso forzato alla tecnologia informatica ha però prodotto anche alcuni effetti positivi tra i quali una maggiore efficienza dell’organizzazione di alcune attività lavorative e amministrative e un forte impulso all’ impostazione di un nuovo Welfare. Per questo, al termine della pandemia, sarà opportuno che non tutto torni come prima, ma che ci sia un forte fermento per innovare la nostra organizzazione sociale. Da più parti si parla di dar vita ad un nuovo contratto sociale. Del resto, non si tratterebbe di andare a tentoni, perché l’orizzonte teorico non manca e gode di un consenso universale. Mi riferisco all’Agenda 2030, il nuovo modello di sviluppo universalmente accolto dalle nazioni Unite con la risoluzione «Trasformare il nostro mondo: l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile» del 25 settembre 2015. L’Assemblea Generale nel Preambolo presenta quest’Agenda come un «`programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità». Particolarmente interessante è, nell’introduzione della Dichiarazione, il comma 2 ove si legge: «Nell’interesse dei popoli che serviamo, [Noi, Capi dello Stato e del Governo e Alti Rappresentanti] abbiamo preso una decisione storica su una serie completa e lungimirante di Obiettivi e traguardi universali, trasformativi e incentrati sulle persone.[…] Ci impegniamo nel raggiungere lo sviluppo sostenibile nelle sue tre dimensioni – economica, sociale e ambientale – in maniera equilibrata e interconnessa». Gli obiettivi dell’Agenda sono esplicitati al comma 3 e sono altissimi: «porre fine alla povertà̀ e alla fame in ogni luogo; combattere le diseguaglianze all’interno e fra le nazioni; costruire società̀ pacifiche, giuste ed inclusive; proteggere i diritti umani e promuovere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne e delle ragazze; assicurare la salvaguardia duratura del pianeta e delle sue risorse naturali». È una sfida globale che viene chiamata viaggio collettivo per l’affermazione della dignità della persona umana. Al comma 4 infatti si legge: «Riconoscendo che la dignità̀ della persona umana è fondamentale, desideriamo che gli Obiettivi e i traguardi siano raggiunti per tutte le nazioni, per tutte le persone e per tutti i segmenti della società». Il documento sembra particolarmente interessante per più motivi: - presenta un orizzonte di sviluppo universalmente condiviso; - pone al centro delle politiche di sviluppo il riconoscimento, la promozione e la tutela della dignità della persona, fondamento di ogni formazione sociale, politica ed economica; - presenta l’Agenda 2030 come un programma di azione che riguarda tutti: le persone e le formazioni sociali cui queste hanno dato vita e in cui operano. Non c’è dubbio che si aprano interessanti spazi di azione per chiunque operi nel mondo dell’educazione e nelle diverse organizzazioni della società civile, che, pur non avendo, in apparenza, un elevato peso politico o economico, di fatto, grazie all’accesso ad internet capace di raggiungere in tempo reale gli uomini di ogni paese, potranno dare un forte contributo allo sviluppo di un nuovo paradigma culturale che non potrà essere ignorato.
13 Considerazioni conclusive Quanto fin qui esposto mi induce a concludere che la riflessione sul nuovo umanesimo non possa prescindere dal riconfermare la concezione personalistica dell’uomo. Ribadire che l’uomo è, come più volte si è detto, un nodo di relazioni sociali significa cogliere la grandezza del suo essere Soggetto aperto a sempre nuovi incontri, ma implica anche il comprenderne i limiti. Non c’è dubbio che il riconoscersi limitati ha importantissimi effetti positivi in quanto, da una parte, annulla qualsiasi pretesa di onnipotenza, causa di ingiuste sopraffazioni e di un uso spregiudicato delle risorse ambientali e, dall’altra, permette di prendere le distanze da posizioni filosofiche che intendevano ricondurre la totalità dell’Essere al Pensiero assolutisticamente considerato, all’interno del quale gli opposti finivano per coincidere. Dobbiamo, infatti, riconoscere che non è possibile ammettere, ad esempio, l’identità di finito e infinito. Quest’ultimo non è dentro al finito semplicemente perché l’uomo, nella sua finitudine lo può contenere nel pensiero: l’infinito è sempre oltre il finito. Ciò non cancella la grandezza dell’uomo, ma la esalta perché, come affermava Kant, lo sprona a progredire nella conoscenza: ogni nuova scoperta è, di fatto, il risultato del desiderio, propriamente umano, di andare oltre il limite del nostro orizzonte di conoscenze per guadagnare all’ambito del finito piccole porzioni di Infinito. Analoghe considerazioni potrebbero essere fatte su tutti gli opposti: non coincidono, sono semplicemente diversi. Riconoscere la diversità aiuta a rispettarla per quello che è: il virtuale non si trova, per il semplice fatto che esiste, sullo stesso piano del reale della vita concreta, tutte le esperienze non sono positive semplicemente perché vengono fatte: ci sono esperienze buone che aiutano a crescere ed altre cattive che rovinano l’esistenza anche se non fino al punto da impedire, se ne abbiamo la forza, di prenderne le distanze e superarle. Essere consapevole della propria finitudine è, secondo Max Scheler, la cifra della natura umana, grazie alla quale l’uomo può porsi, cosa che gli altri animali non fanno, le domande di senso, tra le quali spicca, per importanza, quella sulla morte, capace di aprire, più delle altre, la riflessione sul Trascendente. Gran parte di queste note erano presenti anche nel pensiero umanistico-rinascimentale, ma quello che sta cambiando è il nuovo paradigma culturale il quadro di riferimento da tener presente per la riorganizzazione di ogni ambito disciplinare, antropologia filosofica compresa. Gli sviluppi della rivoluzione scientifica hanno visto prima la centralità dell’astronomia, poi quella delle scienze fisico matematiche, oggi sicuramente un posto di primo piano è occupato dalle scienze biologiche e soprattutto dall’ecologia. Sono proprio questi ambiti disciplinari ad offrirci le conoscenze indispensabili per comprendere ed interpretare gli eventi e i processi della nostra contemporaneità. Lo studio degli ecosistemi è fondamentale per individuare l’apporto che ciascun essere vivente, animale o vegetale, offre all’insieme, a tal punto che appare con chiarezza che il venir meno di un elemento può recare danno al tutto. Inquadrare l’uomo nell’ecosistema degli esseri viventi non è spodestarlo dal vertice di una struttura piramidale, è piuttosto riconoscere che il tipo di centralità, che occupa nell’articolata complessità della vita, consiste nell’essere unico soggetto consapevole degli effetti che le sue azioni possono avere sull’insieme in cui tutto è interconnesso. Anche la narrazione biblica della creazione, letta da questa prospettiva, può essere compresa in tutta la sua bellezza. Dopo aver creato la Natura e tutti gli esseri viventi, Dio creò l’uomo
14 affidandogli il compito di averne cura: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse»5. L’etica del nuovo umanesimo dovrà certamente fondarsi, come ammonisce Jonas, sul principio di responsabilità6. L’INSEGNAMENTO DEL PASSATO Sr. Lidia Vicard Educare: e-ducere – condurre fuori- MAIEUTICA Sarebbe opportuno che non dimenticassimo l’insegnamento del passato. Grandi educatori sono stati quelli che hanno avuto discepoli capaci di divulgare il pensiero e l’insegnamento del loromaestro. (cfr. Socrate – Platone; e soprattutto Gesù: dodici poveri pescatori hanno cambiato il mondo!!!) Tutti i grandi filosofi e maestri del passato hanno contribuito a formare l’uomo, la cultura, la società. Ancora oggi si possono trovare le tracce del loro insegnamento nell’ambito delle filosofie e della teologia (cfr. Platone-Agostino; Aristotele-Tommaso-Cartesio, Kant). L’esistenzialismo e tutte le filosofie moderne e contemporanee affondano le loro radici nel passato: sono queste radici che dobbiamo disseppellire. L’educazione è la grande sfida che tutti abbiamo davanti educare è sempre stato decisivo per introdurre alla vita le nuove generazioni. In un articolo pubblicato su La Repubblica (2 agosto 1999) Pietro Citati scriveva che i giovani di oggi non sanno chi sono. Luigi Giussani affermava che la fragilità dell’uomo di oggi, dei giovani in particolare, è causata dal fatto che «non è assimilato veramente quello che si ascolta e si vede. Ciò che ci circonda, la mentalità dominante … il potere realizzano in noi una estraneità da noi stessi». È come se ci strappassero di dosso il nostro essere «si rimane astratti nel rapporto con sé stessi, come affettivamente scarichi» (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro, 1986/87 pp. 181-182). Davanti a queste affermazioni preoccupanti ci si pone le domande: Che cosa fare? Da dove partire o ripartire? Cesare Pavese in una lettera a Rosa Calzecchi Onesti (14 giugno 1949) afferma che nell’animo dell’uomo rimane sempre un punto infiammato. È importante individuare questo punto e far ruotare intorno ad esso le proposte educative. E Papa Francesco ne La bellezza educherà il mondo (EMI, BO 2014, p. 8) afferma: «L’uomo non è un essere tranquillo nei propri limiti, ma un essere in cammino e quando non entra in questa dinamica si annulla come persona e si corrompe. Il mettersi in cammino è dovuto a una inquietudine interiore che spinge l’uomo a uscire da sé. I sistemi mondani cercano di acquietare l’uomo, di anestetizzare il desiderio di mettersi in cammino, con proposte di possesso e consumo». 5 Gen, 2,15 6 Hans, JONAS, Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, ed. Einaudi
15 È fondamentale quindi che l’educazione miri a tener vivo o a suscitare il desiderio e non ad atrofizzarlo o, peggio, a spegnerlo. Ma come risvegliare il desiderio? Che cosa fare perché i giovani diventino inquieti nella ricerca di un senso? La filosofa spagnola Maria Zambrano afferma che «ciò che è in crisi è quel misterioso nesso che unisce il nostro essere con la realtà». (M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, p. 84). In effetti non sembra che i giovani siano del tutto disinteressati, ma ricevendo tanti stimoli, senza sufficiente riflessione sul significato della realtà che vivono, arrivano presto alla passività e alla noia. È quindi fondamentale educare i giovani alla realtà fino al suo più profondo significato. Questo vuol dire suscitare domande, suscitare la curiosità, stimolare alla ricerca. Diceva Socrate che la caratteristica dell’uomo è la ricerca. Ma per fare questo non sono sufficienti le nozioni, le informazioni, sono necessarie persone che vivano fino in fondo la realtà nel suo significato più profondo e si mostrino entusiasti ricercatori della verità. Ecco allora la figura del docente-insegnante, educatore capace di relazioni vere, testimone di un ideale a cui crede e per cui si batte. Capace di formare attorno a sé discepoli liberi, di risvegliare in essi quella inquietudine e che lo porta a vivere la vita come desiderio, come ricerca, come cammino. In sostanza un educatore non autoritario ma autorevole, che faccia crescere, che – se credente – segue l’esempio del Maestro per eccellenza, Gesù; se non credente segua il senso di humanitas che caratterizza la cultura latina (cfr. Seneca). Come realizzare tutto questo? Facile a dirlo, difficile ad attuarlo! Credo che il primo passo sia rendere il giovane consapevole di chi è, chi è l’uomo, quali valori racchiude l’animo umano e quale grande mistero sia la vita e il suo significato. Forse queste domande dovrebbero porsele in primo luogo gli educatori. Solo se sapranno essi stessi trovare la via per rispondere o intraprendere il cammino per trovare una risposta, potranno guidare i giovani a fare lo stesso cammino, insieme a loro. Teoria? La pratica va cercata e scoperta sul campo con le persone che hai davanti, conoscendole, guardandole negli occhi, percependo i loro disagi, la loro sensibilità, le loro delusioni, le loro attese, i loro desideri, i loro sogni. Credo che solo quando sapremo condividere con i giovani i loro sogni diventeremo quelle AUCTORITAS che li faranno crescere. Uno schema della formazione del mondo classico latino e di quello attuale: virtus humanitas pietas religio virtuale tecnologico globalizzazione isolamento Si potrebbe riflettere su queste o altre caratteristiche.
16 FARE MEMORIA PER CRESCERE INSIEME Maria Teresa Lupidi Dove c’è l’uomo, dove si cerca l’identità dell’uomo fra gli uomini là c’è umanesimo. Non è sempre uguale, ma esprime sempre la capacità di interrogarsi, di cercare il senso e il valore dell’esistere Con l’insorgere della pandemia di Covid-19 siamo vissuti in un tempo sospeso e in uno spazio isolato e compresso: paura e incredulità hanno generato incertezza sul futuro e persino sul passato. Il passato della nostra formazione come uomini e come cittadini. Dapprima abbiamo cercato nella coralità dei canti e degli striscioni una certezza: tutto andrà bene. Era una sorta di slogan scaramantico oppure ci si ancorava a certezze pregresse e ancora presenti? Non lo sapremo mai, anche perché le reazioni collettive seguono logiche interne a loro stesse. Si può però fare una prima ipotesi. L’uomo del secondo millennio, come afferma Yuval Noah Harari (Homo deus. Breve storia del futuro trad it, 2018, p. 7), constata di «essere riuscito a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Di sicuro questi problemi non hanno ancora trovato una soluzione definitiva, ma da incomprensibili e incontrollabili forze della natura sono stati trasformati in sfide che possono essere affrontate». Si sa, ad esempio, che la medicina approfondisce costantemente le sue conoscenze e produce medicamenti sempre più risolutivi. Le tragedie che da sempre possono colpire gli uomini appaiono ampiamente gestibili. «Le persone vedono la morte come un problema tecnico che possiamo e dovremmo risolvere» (cit. p. 33). Quali sono le conseguenze del diffondersi di tale mentalità in gran parte - non nell’insieme - della popolazione? Essa si espande in modo acritico, senza nemmeno dare spazio a una falsificazione dei concetti principali con l’aiuto delle nozioni di geostoria, filosofia e scienza. Anzi, trova uno spazio di adesione nell’individualismo insito in ciascuno di noi, nell’entusiasmo di scoprire che si può fare tutto ciò che si vuole. Ci si sente liberati da pesi, ma anche da responsabilità personali e sociali, tanto da mettere a tacere i principi generali di civiltà che ci appartengono e si sono formati costantemente attraverso i secoli. Si percorre la strada del disimpegno oppure quella dell’impegno privato di idee e di ideologie politiche, riconoscendo valida solo la convenienza dettata da uno stimolo immediato. Se l’uomo non considera quasi più chi gli sta accanto, non sente neppure più l’esigenza profonda di ricercare il senso e il valore della vita e della morte, che sono il nostro destino ineluttabile, la nostra realtà. Ci si affida, se mai, ai moderni ritrovati, che appaiono asettici e impersonali. Non a caso si dà maggiore importanza alla tecnologia che alla scienza. L’obiettivo principale consiste nel difendersi dalle sofferenze. Non si pronuncia la parola morte, ma si dice fine vita, come se una litote potesse eliminare ciò che fa parte del destino stesso di ogni uomo, venire alla luce e lasciare questo mondo. La desemantizzazione fa danni anche in molti altri campi. Bill Gates, il celeberrimo fondatore di Microsoft Corporation aveva posto un grave interrogativo al mondo a proposito di possibili epidemie fin dal 2014, al tempo di Ebola, e il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ancor prima della presidenza aveva preparato un «piano per il contrasto e il contenimento di una possibile pandemia» e aveva successivamente organizzato una apposita task force presso la Casa Bianca. Essere stati fortunati, ad esempio in occasione del virus H1N1, non
17 significava un liberi tutti. Purtroppo, invece, l’esplosione di Covid-19 ci ha trovati impreparati sotto tutti i punti di vista, materiale, organizzativo, emotivo e morale. Infatti, dopo la grande illusione di «andrà tutto bene» abbiamo avuto dinanzi agli occhi una scena che non avremmo potuto sopportare neppure nel più drammatico dei film: i carri militari portavano lontano le bare di tanti morti. Soldati pieni di pietà, la teoria dei mezzi lenti e pesanti, il silenzio dell’alba grigia e rarefatta restituivano un senso di sacralità alla morte, ma a che prezzo. Senza il pianto degli affetti, senza una benedizione o un viatico per l’Aldilà, senza un fiore in onore a tante vite cadute all’improvviso. Mi sono venute in mente così, in un attimo, alcune domande: dove poggia la nostra sicurezza di avere sotto controllo i drammi dell’umanità? Da homo sapiens credevamo, molto insipienti, di essere diventati homo deus? E adesso? La scienza e la tecnologia hanno fatto il miracolo dei vaccini, ma ci sono le varianti. Che cosa ci dice il cammino dell’incivilimento umano, dalla preistoria in poi? Quali costanti ci hanno fatto crescere e risalire, pur tra innominabili cadute, come ad esempio l’orrore dei campi di concentramento? VIII secolo a.C., 1000 anni fa Qual è il primo eroe che la grande letteratura mondiale ci presenta? Il greco Achille, figlio di Peleo e della nereide Tetide, eroe semidio, detto piè veloce. Educato dal Centauro Chirone, Achille impara la musica, la medicina, le virtù come la sincerità e la sopportazione del dolore, le arti della caccia e della guerra, e sperimenta il valore dell’amicizia grazie a Patroclo, suo compagno di armi. Posto davanti a un dilemma, sceglie una vita breve e gloriosa invece di una vita lunga ma senza gloria. In che cosa Achille il semidio è glorioso? Indubbiamente nell’esercizio delle armi durante la decennale guerra di Troia, dove è autore di molte incursioni vittoriose. E non solo, egli appare fedele alla legge dell’onore e agli affetti. Infatti, lascia cadere l’astensione dalla battaglia - decisa in opposizione all’offesa di Agamennone – e scende in battaglia contro il troiano Ettore, per vendicare la morte di Patroclo. Non solo Ettore è ucciso, ma Achille nel suo furore, …Ettore glorioso, da che gli ha tolto la vita, attacca ai cavalli e dell’amico intorno alla tomba lo trascina: e questo non è bello né giusto. (Iliade, XXIV, 50-52, trad.it. Rosa Calzecchi Onesti) Non è gloria la vittoria sul nemico. Perché, come dice il dio Apollo: Così Achille ha distrutto ogni pietà, né rispetto C’è in lui, che molto gli uomini danneggia e avvantaggia (id. 44-45) Priamo, padre di Ettore, si reca da Achille con un riscatto abbondante al fine di ottenere il corpo del figlio e l’eroe risponde: Non m’irritare ora, o vecchio; son io che voglio Renderti Ettore, perché messaggera mi venne da Zeus La madre che mi partorì figlia del vecchio dio marino (id. 560-562)
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