Un nuovo umanesimo per evitare un disastro educativo

19 Oggi abbiamo più che mai il desiderio di vedere il volto della persona che incontriamo. L’esperienza della pandemia ha reso ciò evidente. Il volto è il segno visibile della nostra identità. Noi abbiamo bisogno di segni visibili, del contatto fisico attraverso cui passano anche le nostre relazioni con gli altri. L’uomo, nel ’900, ha mostrato tanti volti diversi dai più terribili ai più belli che riemergono nell’attuale tempo che stiamo vivendo. Ancora Caino continua ad uccidere il fratello, ancora Abele continua a perdonare per ricomporre l’identità originaria frantumata, affinché l’uomo eserciti quella signoria che con la creazione gli è stata data. Uomo non dominatore, non abusatore della natura e dell’ambiente, ma essere intelligente capace di diventare humus dell’universo tutto. «Nella modernità si è verificato un notevole eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali. Per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo. Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (Papa Francesco, Lett. Enc. Laudato sì, 2015, 116). È da amministratore responsabile l’atteggiamento di chi discrimina il diverso, non difende la vita in qualunque condizione si presenta, non agisce per affermare i diritti di ogni essere umano? «Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce per provocare la ribellione della natura» (idem, 117) Bisogna recuperare la vera dimensione dell’uomo, il vero essere dell’uomo. L’uomo non è un essere statico ma un essere dinamico, è un uomo viator, un essere in cammino e nel suo viaggio incontra ostacoli, opportunità, si trova a compiere scelte la cui correttezza non sempre è immediatamente evidente. Dai risultati e dall’esperienza personale e storica dovrebbe comprendere ciò che della sua azione nel mondo produce il bene o il male, darsi dei criteri su cui basare le sue scelte. Il nostro tempo si caratterizza per la libertà di pensiero, per il proliferare di idee, opinioni, riflessioni diverse, contraddittorie, divergenti da spendere nell’immediato ma non di lunga durata e, quindi, sostanzialmente lontane dal diventare fini dell’agire umano, non in grado di indicare quell’orizzonte di senso che faccia intravedere quale futuro si vuole costruire. L’uomo si perde nel caos delle idee, nell’incoerenza delle infinite parole e non trova soluzioni ai gravi problemi sociali, politici, economici che invece attendono risposte coerenti.

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