18 Son io che voglio, ecco la gloria di Achille semidio e l’impronta di umanità e civiltà che dall’VIII secolo (forse dal IX secolo, epoca degli antichi canti raccolti da Omero) giunge fino a noi. E sta nel profondo della nostra anima e della nostra cultura. XIX secolo Vissero i fiori e l’erbe, Vissero i boschi un dì… Giacomo Leopardi, Alla primavera o delle favole antiche, vv. 39-40 La forza vitale della primavera che disperde i timori e le angosce dell’inverno, allontanandone le nuvole piene di ombre, apre con forza il canto. Il poeta si domanda tuttavia se la Natura potrà mai ridare vigore anche al suo gelido cuor che in giovinezza ha sperimentato l’amara vecchiaia con la caduta delle illusioni. E sull’onda dei versi si abbandona al pensiero di un tempo, quando candide ninfe abitavano i fiumi e le fonti, e ogni elemento naturale era animato da creature divine o semidivine. Ma, verrebbe da dire, sono favole, Leopardi stesso le chiama così. Davvero? La natura e la vita sono qui espresse in versi che raccontano la capacità e la necessità inderogabile da parte dell’uomo, in ogni secolo, pur con diverse convinzioni, di sentire i valori della bellezza e dell’aspirazione all’eterno. Favola ha la radice del latino fari, proferire parole, parlare per dire qualcosa che significa. Leopardi si immerge nel mito, termine derivato dal greco mythos, «parola che racconta gesta di eroi e semidei», i quali raffigurano e mettono in atto i valori, le credenze religiose e le convinzioni più profonde delle genti rappresentate. ALLA RICERCA DEL VERO VOLTO DELL’UOMO Caterina Romano Nel XXI secolo l’uomo – come Achille semidio – continua a dire «Son io che voglio» e ad affermare una individualità solitaria e una libertà sconfinata che comunque lo lasciano inappagato. Ritorna l’eco e il bisogno di una ricerca che ha portato, nel IV secolo a.C., il filosofo scettico Diogene a cercare l’uomo, cioè qualcuno che fosse davvero capace di vivere secondo la propria autentica natura. Tra certezze, affermazioni e deliri di onnipotenza, crisi di identità riemerge il dubbio e ricomincia il cammino per ritrovare la strada. Ricomporre il volto deformato (La natura deformata. L’urlo di EdvardMunch) con cui l’uomo è stato rappresentato nello scorso secolo, denunciare l’orribile delitto del biblico Caino e raccogliere il grido di Abele, è ciò che anima la riflessione e l’agire di molti uomini di buona volontà del nostro tempo. «Il cuore dell’uomo è molto simile al mare, ha le sue tempeste, le sue maree e nelle sue profondità ha anche le sue perle» (Vincent van Gogh). Dalla maschera di pirandelliana memoria all’epifania del vero volto dell’uomo si snodano innumerevoli vie per rispondere alla domanda di senso dell’uomo contemporaneo: «Chi è l’uomo?». Sarà ancora una volta la fatica di Sisifo? O si prospettano nuovi orizzonti?
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