Un nuovo umanesimo per evitare un disastro educativo

7 capacità di memorizzare e progettare, e di Bergson che individua nel tempo della coscienza, che è durata ovvero fluire non segmentabile, il tempo della vita. Credo che la riflessione sul nuovo umanesimo non possa prescindere dal riconsiderare in modo nuovo l’aspetto relazionale dell’esperienza umana, cosa che non mancava affatto anche nell’Umanesimo del Quattrocento che poneva l’uomo al centro della relazione con la Natura/Mondo e con Dio. L’antropocentrismo umanistico-rinascimentale non era esaltazione di un’umanità individualistica ed autosufficiente, era piuttosto riconoscimento della creatività e delle notevoli potenzialità intellettive dell’uomo cui non sfuggiva, tuttavia, la consapevolezza dei propri limiti. Il termine con il quale si definisce il soggetto- uomo e che più efficacemente esprime la sua natura relazionale è senza dubbio quello di Persona, che ha rappresentato l’oggetto di riflessione di tutte quelle filosofie che vengono catalogate sotto il nome di Personalismo, un movimento che raccoglie diversi orientamenti teorici che hanno in comune, appunto, l’interesse per l’attività sociale nelle sue diverse espressioni. Le correnti cristiane del Personalismo trovano nella narrazione biblica della creazione dell’uomo, fatto ad immagine di Dio, il fondamento stesso della natura relazionale dell’uomo: se Dio, che è unità di rapporto dinamico tra Persone, ha creato a sua immagine l’uomo, lo ha fatto sicuramente capace di rapporti dinamici interpersonali, quindi sociale. Anche per gli umanisti del Quattrocento il fondamento dell’elevata dignità dell’uomo era dato dall’essere Immagine di Dio: ne è stupenda espressione la rappresentazione michelangiolesca della creazione di Adamo nella volta della Cappella Sistina ove è la breve distanza tra le dita del Creatore e della creatura a parlarci di vicinanza nella chiara distinzione. Per l’uomo contemporaneo, però, immerso in un contesto culturale, fortemente individualistico e relativistico, come più volte ha dichiarato Papa Benedetto XVI, tutto proteso verso l’autosufficienza come obiettivo da raggiungere, è possibile ancora considerare una costante la natura personalistica dell’uomo? Verso un nuovo umanesimo ragionevolmente fondato: indicazioni metodologiche La linea metodologica, che mi sento di proporre, ritenendola capace di far cogliere elementi di verità, ha bisogno di essere brevemente introdotta e giustificata. L’ambito tematico di cui mi occupo è riconducibile all’antropologia filosofica alla quale, come tenterò di motivare ripercorrendo alcune correnti di pensiero tra fine Ottocento e Novecento, è giusto riconoscere legittima cittadinanza nel mondo dell’articolazione del sapere. Andando, però, a considerare fenomeni sociali, comportamenti, azioni, scelte morali, e non fenomeni naturali e i loro rapporti, sarà possibile raggiungere elementi di verità come ritengono di ottenere con il metodo galileiano gli scienziati della Natura? Wilhelm Dilthey, filosofo e storico tedesco vissuto dal 1833 al 1911, distingue le Scienze dello Spirito dalle Scienze della Natura e, in base alla diversa specie dei fatti di cui si occupano le une rispetto alle altre, rivendica la necessità di differenziare la tipologia dei metodi di indagine a cui, tuttavia, attribuisce medesima validità. Il metodo delle scienze della natura deve essere capace di spiegare nella loro concatenazione causale i fenomeni, mentre quello delle scienze dello spirito deve occuparsi di fatti che, essendo vissuti dal soggetto stesso che li studia, possono solo essere interpretati e compresi. Ora, a ben guardare, la pratica interpretativa, ermeneutica, che ha trovato

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