6 Tutta la riflessione antropologica del periodo umanistico-rinascimentale presenta, infatti, l’uomo come il soggetto capace di collegare la terra e il cielo, copula mundi, e di fare opere grandiose in ogni ambito, continuando l’azione creatrice di Dio.1 Oggi, come si legge sul dizionario della Treccani alla voce Umanesimo, il termine è utilizzato anche «per caratterizzare ogni orientamento che riprenda il senso e i valori affermatisi nella cultura umanistica: dall’amore per gli studi classici e per le humanae litterae alla concezione dell’uomo e della sua dignità quale autore della propria storia, punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica». Anche Maria Teresa Lupidi nel suo testo Fare memoria per crescere insieme pone la domanda, per me cruciale: «Quali costanti ci hanno fatto crescere e risalire, pur tra innominabili cadute?» Da quanto detto emerge il primo quesito cui dare risposta: è possibile individuare, nel mare delle trasformazioni in atto, alcune costanti della natura umana? Siamo di fronte ad uno dei problemi che attraversano tutta la Storia della Filosofia: la filosofia dell’Essere si può armonizzare con quella del Divenire? Ci è di grande conforto anche la riflessione di Eraclito, primo grande filosofo del Divenire; per lui, infatti, tutto scorre e muta, fatta eccezione per la legge stessa del divenire, il logos, che rimane, appunto, costante. Il secondo problema da affrontare è quello che può emergere dalla riflessione sull’aggettivo nuovo. Quali elementi di novità dovranno caratterizzare l’umanesimo del Terzo Millennio? Sicuramente non potranno essere trascurati i nuovi modi, prodotti prevalentemente dalla rivoluzione informatica, di percepire lo spazio e il tempo che, da sempre hanno costituito le coordinate all’interno delle quali è descrivibile la vita materiale e spirituale del soggetto-uomo. Lo spazio e il tempo non si sono azzerati, come si dice, ma è indubbiamente cambiata l’esperienza che di essi oggi si fa. Da sempre abbiamo potuto descrivere lo spazio grazie alla relazione tra enti o fenomeni, ma oggi le relazioni sono andate moltiplicandosi in ogni direzione. Dunque, lo spazio, in realtà, si è esteso, ma non a centri concentrici, bensì a ragnatele che si intrecciano e si intersecano in ogni direzione. A tale proposito, in un suo interessante saggio la sociologa Giuliana Mandich parla di natura relazionale della spazialità e descrive il soggetto al centro «di un sistema complesso di interdipendenze, legami e flussi2». Il sentimento del tempo, che è stato oggetto della riflessione di gran parte dell’arte, della letteratura e della ricerca scientifica del Novecento, ha, come bene insegna Kant, un’estensione maggiore dello spazio; si esperimenta, infatti, solo grazie alla interiorizzazione delle relazioni spaziali nel loro divenire: lo spazio sta, dunque, nel tempo. Sull’interiorità del tempo illuminanti sono le filosofie di S. Agostino, che riconduce il passato e il futuro al presente della coscienza nella propria 1 cfr. Pico Della Mirandola, De digitate hominis 2 Giuliana Mandich, «Analogie e metafore della complessità: spazio e reti sociali», Quaderni di Sociologia, 17 | 1998, 147-165.
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