4 Anche il Papa evoca un patto educativo, globale, la CEI pure s’è adoperata (cfr. cap. II del Sussidio della Commissione episcopale, presieduta da Mons. Crociata, per l’educazione, la scuola e l’università): ottimi contributi, ma è la scuola che deve trovare in sé le capacità e la forza di essere un motore trainante, di fornire alla società cittadini formati e responsabili, serbatoio insostituibile di civiltà, progresso e democrazia. Educare è un'arte. Essa, pur presupponendo una preparazione di base di contenuti e di conoscenze, anche antropologiche, da parte del docente, si apprende sul campo, esercitandola con i propri alunni studiandone la personalità, le inclinazioni, la recettività, gli scenari di riferimenti familiari, ambientali e sociali. Senza invocare riforme originali e rivoluzionarie della scuola nella sua impostazione, è importante, anzi è fondamentale ripensare il ruolo del docente e dell'alunno. I ragazzi. Saranno pur fragili, ma sentono vivamente il senso dell'autonomia e dell'affermazione della loro personalità. Non vogliono essere oggetti di educazione, non vogliono stare a scuola come a un tribunale, cioè non vogliono essere giudicati ma aiutati nella loro crescita umana e culturale, vogliono sentirsi rispettati e amati. Essi non sono gli utenti della scuola che usufruiscono di un servizio, ma artefici, protagonisti. È un quadro quasi nuovo, e gli insegnanti ne devono tener conto. Come? Instaurando una nuova relazione fra discente-docente. Una relazione per essere costruttiva richiede disponibilità, fiducia, ascolto, dialogo, interazione, rispetto dei ruoli. Il ragazzo deve «dare l’apporto delle sue osservazioni e riflessioni», come ha scritto C. Checcacci, deve essere consapevole che sta cercando di realizzare dei sogni, che sta imparando ad essere bravo e responsabile cittadino, senza velleità di autogovernarsi se non come obiettivo. I docenti. Spetta all'insegnante di guidare il processo educativo. Di certo si dovrà spogliare di due atteggiamenti: il protagonismo e l'autoritarismo. I protagonisti devono essere gli studenti nel loro apprendimento e nella loro crescita. Il docente non deve essere autoritario, ma autorevole. Per essere seguito e ottenere risultati non servono imposizioni o costrizioni tanto per esercitare il potere, ma coerenza e solida professionalità. Egli non deve mai perdere di vista di essere come un direttore d'orchestra che riesce a far emettere da ciascun orchestrale i suoni armonici dal proprio strumento. Il direttore d'orchestra, poi, può sempre proporre gli spartiti che i suonatori poi eseguiranno: valori quali la pace, il rispetto dell'altro come essere umano, al di là del colore della pelle, della cultura o della religione che pratica, l'accoglienza, l'integrazione, sono temi che non lasciano indifferenti i giovani. Con quali mezzi? Con tutti quelli che la scienza pedagogica, la scienza comunicativa, la tecnica e la tecnologia mettono a disposizione. Troppo a lungo i media e le nuove tecnologie sono rimaste fuori delle aule scolastiche: è ora che vi accedano a pieno diritto, non solo perché piacciono ai giovani. Sono d'accordo con la ministra Azzolina: la didattica va svolta a scuola, altrimenti sarà un disastro educativo riecheggiando le parole di Papa Francesco. La DaD è stata ed è utile per emergenze, ma la didattica in presenza fa vivere e crescere la comunità scolastica nel confronto reale, a volte anche chiassoso, nel dialogo vivo. E l'UCIIM? Posso affermare che essa ha nel suo DNA il modo per affrontare il cambiamento sociale nella scuola e con la scuola. L’ha fatto nel dopoguerra, quando fu fondata da G. Nosengo, nel 1944, per
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