16 FARE MEMORIA PER CRESCERE INSIEME Maria Teresa Lupidi Dove c’è l’uomo, dove si cerca l’identità dell’uomo fra gli uomini là c’è umanesimo. Non è sempre uguale, ma esprime sempre la capacità di interrogarsi, di cercare il senso e il valore dell’esistere Con l’insorgere della pandemia di Covid-19 siamo vissuti in un tempo sospeso e in uno spazio isolato e compresso: paura e incredulità hanno generato incertezza sul futuro e persino sul passato. Il passato della nostra formazione come uomini e come cittadini. Dapprima abbiamo cercato nella coralità dei canti e degli striscioni una certezza: tutto andrà bene. Era una sorta di slogan scaramantico oppure ci si ancorava a certezze pregresse e ancora presenti? Non lo sapremo mai, anche perché le reazioni collettive seguono logiche interne a loro stesse. Si può però fare una prima ipotesi. L’uomo del secondo millennio, come afferma Yuval Noah Harari (Homo deus. Breve storia del futuro trad it, 2018, p. 7), constata di «essere riuscito a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Di sicuro questi problemi non hanno ancora trovato una soluzione definitiva, ma da incomprensibili e incontrollabili forze della natura sono stati trasformati in sfide che possono essere affrontate». Si sa, ad esempio, che la medicina approfondisce costantemente le sue conoscenze e produce medicamenti sempre più risolutivi. Le tragedie che da sempre possono colpire gli uomini appaiono ampiamente gestibili. «Le persone vedono la morte come un problema tecnico che possiamo e dovremmo risolvere» (cit. p. 33). Quali sono le conseguenze del diffondersi di tale mentalità in gran parte - non nell’insieme - della popolazione? Essa si espande in modo acritico, senza nemmeno dare spazio a una falsificazione dei concetti principali con l’aiuto delle nozioni di geostoria, filosofia e scienza. Anzi, trova uno spazio di adesione nell’individualismo insito in ciascuno di noi, nell’entusiasmo di scoprire che si può fare tutto ciò che si vuole. Ci si sente liberati da pesi, ma anche da responsabilità personali e sociali, tanto da mettere a tacere i principi generali di civiltà che ci appartengono e si sono formati costantemente attraverso i secoli. Si percorre la strada del disimpegno oppure quella dell’impegno privato di idee e di ideologie politiche, riconoscendo valida solo la convenienza dettata da uno stimolo immediato. Se l’uomo non considera quasi più chi gli sta accanto, non sente neppure più l’esigenza profonda di ricercare il senso e il valore della vita e della morte, che sono il nostro destino ineluttabile, la nostra realtà. Ci si affida, se mai, ai moderni ritrovati, che appaiono asettici e impersonali. Non a caso si dà maggiore importanza alla tecnologia che alla scienza. L’obiettivo principale consiste nel difendersi dalle sofferenze. Non si pronuncia la parola morte, ma si dice fine vita, come se una litote potesse eliminare ciò che fa parte del destino stesso di ogni uomo, venire alla luce e lasciare questo mondo. La desemantizzazione fa danni anche in molti altri campi. Bill Gates, il celeberrimo fondatore di Microsoft Corporation aveva posto un grave interrogativo al mondo a proposito di possibili epidemie fin dal 2014, al tempo di Ebola, e il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ancor prima della presidenza aveva preparato un «piano per il contrasto e il contenimento di una possibile pandemia» e aveva successivamente organizzato una apposita task force presso la Casa Bianca. Essere stati fortunati, ad esempio in occasione del virus H1N1, non
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