Un nuovo umanesimo per evitare un disastro educativo

2 PREMESSA Anna Bisazza Madeo Il deficit educativo, espressione ricorrente ai nostri giorni, è una realtà i cui esiti invadono quotidianamente la cronaca dei giornali cartacei e virtuali, accompagnata talora dal sadico gusto dello spot angosciante e talvolta destabilizzante. La pervasività di tale fenomeno reca con sé il rischio di indifferenza e «L'assuefazione mitiga anche le cose spaventevoli», come già affermava Esopo. Questo asserto è da riferire non solo ai più giovani, i nostri alunni, ma va esteso a un più vasto raggio di umani. L’emergenza fu già denunciata da Benedetto XVI nel 2007: «Si avverte una crescente difficoltà nel trasmettere alle nuove generazioni i valori base dell'esistenza e di un retto comportamento». Oggi l’UCIIM ne ravvisa ancora l’urgenza, aggravata dalla pandemia in atto che ha evidenziato i problemi e fatto esplodere le gravi discrasie sociali a molteplici livelli. Ci siamo posti degli interrogativi che vogliamo condividere con i Colleghi e con tutti coloro che subiscono il peso di una situazione che appare insostenibile. È ferma convinzione che il deficit non sia da attribuire interamente alla scuola: non c’è capacità né spesso attenzione in famiglia; ai tradizionali gruppi giovanili si sostituiscono aggregazioni fluttuanti e talvolta devianti; i mass media travisano le realtà facendo perdere la visione equilibrata della vita. Non c’è più capacità di discernimento tra il bene e il male, tutto è relativo e inconsistente. Dare senso è la via dell’educazione. Per un rinnovamento pedagogico è necessario instaurare rapporti empatici con i ragazzi, che non sono più quelli di ieri e pretendono che qualcuno li riconosca, li ascolti e comprenda i loro bisogni inespressi, li accetti amorevolmente. Occorre dare a ciascuno risposte convincenti, tramite i saperi, e congrue capacità di ricezione. L’educatore si prende carico (I care) della crescita dell’educando, lo accompagna e lo orienta per far germogliare le potenzialità di ciascuno. Nuove metodologie vanno indicate da psico-pedagogisti, anche se attuate in maniera originale ed equa dal docente per ciascun alunno «prendendo le misure» delle sue potenzialità. Il compito dell’educazione va assunto come vocazione e attuato come mission. Questo impegna mente, cuore, l’intera esistenza dell’educatore, generando sempre nuova creatività ed energia. L’ascolto e il dialogo stanno alla base di ogni relazione, in un rapporto sia pur asimmetrico ma di pari dignità. Per esercitare l’autorità (il ruolo), occorre autorevolezza (l’essere riconosciuti positivamente come persone-guida per coerenza, equilibrio, correttezza, testimonianza, senso umano e intelligente compartecipazione). Gli alunni non vanno considerati utenti e tanto meno pazienti, essi sono la parte più vitale della scuola, i protagonisti che, con il supporto dei docenti, devono trasformare le loro potenzialità in attualizzazioni originali. Tutto il resto è contorno, utile e necessario, ma contorno: modalità (autonomia scolastica, autogoverno di iniziative studentesche); tecnologie (informatica, DaD, DDI e quant’altro). Il tutto da

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