Un nuovo umanesimo per evitare un disastro educativo

13 Considerazioni conclusive Quanto fin qui esposto mi induce a concludere che la riflessione sul nuovo umanesimo non possa prescindere dal riconfermare la concezione personalistica dell’uomo. Ribadire che l’uomo è, come più volte si è detto, un nodo di relazioni sociali significa cogliere la grandezza del suo essere Soggetto aperto a sempre nuovi incontri, ma implica anche il comprenderne i limiti. Non c’è dubbio che il riconoscersi limitati ha importantissimi effetti positivi in quanto, da una parte, annulla qualsiasi pretesa di onnipotenza, causa di ingiuste sopraffazioni e di un uso spregiudicato delle risorse ambientali e, dall’altra, permette di prendere le distanze da posizioni filosofiche che intendevano ricondurre la totalità dell’Essere al Pensiero assolutisticamente considerato, all’interno del quale gli opposti finivano per coincidere. Dobbiamo, infatti, riconoscere che non è possibile ammettere, ad esempio, l’identità di finito e infinito. Quest’ultimo non è dentro al finito semplicemente perché l’uomo, nella sua finitudine lo può contenere nel pensiero: l’infinito è sempre oltre il finito. Ciò non cancella la grandezza dell’uomo, ma la esalta perché, come affermava Kant, lo sprona a progredire nella conoscenza: ogni nuova scoperta è, di fatto, il risultato del desiderio, propriamente umano, di andare oltre il limite del nostro orizzonte di conoscenze per guadagnare all’ambito del finito piccole porzioni di Infinito. Analoghe considerazioni potrebbero essere fatte su tutti gli opposti: non coincidono, sono semplicemente diversi. Riconoscere la diversità aiuta a rispettarla per quello che è: il virtuale non si trova, per il semplice fatto che esiste, sullo stesso piano del reale della vita concreta, tutte le esperienze non sono positive semplicemente perché vengono fatte: ci sono esperienze buone che aiutano a crescere ed altre cattive che rovinano l’esistenza anche se non fino al punto da impedire, se ne abbiamo la forza, di prenderne le distanze e superarle. Essere consapevole della propria finitudine è, secondo Max Scheler, la cifra della natura umana, grazie alla quale l’uomo può porsi, cosa che gli altri animali non fanno, le domande di senso, tra le quali spicca, per importanza, quella sulla morte, capace di aprire, più delle altre, la riflessione sul Trascendente. Gran parte di queste note erano presenti anche nel pensiero umanistico-rinascimentale, ma quello che sta cambiando è il nuovo paradigma culturale il quadro di riferimento da tener presente per la riorganizzazione di ogni ambito disciplinare, antropologia filosofica compresa. Gli sviluppi della rivoluzione scientifica hanno visto prima la centralità dell’astronomia, poi quella delle scienze fisico matematiche, oggi sicuramente un posto di primo piano è occupato dalle scienze biologiche e soprattutto dall’ecologia. Sono proprio questi ambiti disciplinari ad offrirci le conoscenze indispensabili per comprendere ed interpretare gli eventi e i processi della nostra contemporaneità. Lo studio degli ecosistemi è fondamentale per individuare l’apporto che ciascun essere vivente, animale o vegetale, offre all’insieme, a tal punto che appare con chiarezza che il venir meno di un elemento può recare danno al tutto. Inquadrare l’uomo nell’ecosistema degli esseri viventi non è spodestarlo dal vertice di una struttura piramidale, è piuttosto riconoscere che il tipo di centralità, che occupa nell’articolata complessità della vita, consiste nell’essere unico soggetto consapevole degli effetti che le sue azioni possono avere sull’insieme in cui tutto è interconnesso. Anche la narrazione biblica della creazione, letta da questa prospettiva, può essere compresa in tutta la sua bellezza. Dopo aver creato la Natura e tutti gli esseri viventi, Dio creò l’uomo

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