1-2 Gennaio Febbraio-2026

Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori Anno LXXXIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Periodico fondato da Gesualdo Nosengo

SOMMARIO Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Autorizzazione del tribunale di Roma n. 452 in data 11 febbraio 1949 DIRETTORE: Elena Fazi DIRETTORE RESPONSABILE: Pasquale MARRO COMITATO REDAZIONALE: Giuseppe CHIAROMONTE, Chiara DI PRIMA, Maria Luisa LAGANI, Caterina SPEZZANO, Giovanna VENTURINO COORDINATORE DI REDAZIONE: Elena FAZI Tel. 06 6875584 Presidenza: presidenza@uciim.it, Segreteria: segreteria@uciim.it, Tesseramento: tesseramento@uciim.it, Redazione: redazione@uciim.it, Amministrazione: amministrazione@uciim.it, Webmaster: webmaster@uciim.it Sito internet: www.uciim.it Banca Intesa San Paolo: IBAN IT56 A030 6909 6061 0000 0071 210 - Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi, Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma In omaggio ai soci dell’UCIIM Questo numero è stato chiuso il 28 febbraio 2026 ISSN 0036-987X Spes contra Spem Elena Fazi San Francesco d’Assisi. A 800 anni dalla sua morte Padre Giuseppe Oddone Ars cooperativa naturae. Educare nel solco di Tommaso e Nosengo Andrea Porcarelli Manifesto delle avanguardie educative Sibling: fratelli invisibili.La diversità dell’essere “normali” Rita Fazio Giovani long-Covid. Una riflessione scientifica sul “disagio da emergenze”, per una strategia di contrasto Mario Morcellini La didattica speciale e il pensiero di Vygotskij. Strumenti per una scuola inclusiva e trasformativa Maria Laudando Lo Spaced Learning: tra Neuroscienze e Innovazione Didattica Giulia Mazzitelli Il nuovo Key data on early childhood education and care 2025: fra bilanci e prospettive future sui servizi per la prima infanzia Erika Bartolini Musica a scuola: l’ultima della classe? Alberto Spinelli Esperienze didattiche e buone pratiche nella scuola primaria e secondaria ispirate e Vygotskij Maria Laudando Da Esame di Stato a Esame di Maturità, una modifica lessicale o sostanziale? Sara Giannetto Un credente credibile 3 7 12 14 18 21 26 28 31 33 37 37 37 Anno LXXXIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 fratelli invisibili Redazione 1 5 10 12 16 19 24 26 29 31 35 42

1 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 EDITORIALE Spes contra Spem Elena Fazi, Presidente nazionale UCIIM creare la pace; la speranza che ci anima è che camminando insieme si possa migliorare la scuola e di conseguenza la società, che per sua natura è una comunità, bisognosa del contributo di tutti. Il compito della scuola è, dunque, preparare i giovani alla vita; è permettere a ciascun alunno di scoprire chi è e acquisire la consapevolezza che a lui è riservato un posto speciale nel mondo: per tutti, infatti, la promessa è quella di vivere una vita piena, cioè densa di significato, all’altezza dei propri desideri di bene. La scuola deve spalancare il presente al futuro, deve permettere ai ragazzi di scoprire le loro aspirazioni e di vederle realizzabili già a partire dal lavoro scolastico e attraverso il rapporto con gli educatori; deve cioè fare in modo che i giovani acquisiscano una piena fiducia nei confronti del presente per essere proiettati al futuro, che del presente si nutre, e sentano una stima e una fiducia sincere da parte di coloro che li accompagnano nel percorso educativo. La speranza contro ogni speranza non è un concetto astratto; è la condizione, la premessa per una vita lieta coltivata sin dal principio del percorso educativo. In questo percorso i giovani devono essere accompagnati a scoprire le proprie capacità personali, a riconoscere i propri talenti, che Sant’Agostino chiama disposizioni, di cui sono spesso portatori inconsapevoli: intelligenza, empatia, perseveranza… Per educare alla speranza occorre costruire occasioni in cui sia possibile sperimentare una sincera passione per ogni individuo e il gusto pieno della vita. Solo così il futuro diventerà la prospettiva di un’esistenza che ha Buongiorno e benvenuti a tutti. Per prima cosa desidero sottolineare con gioia che questo è il quarto convegno che realizziamo insieme. Quattro associazioni professionali del mondo della scuola Aimc, Diesse, Disal, Uciim e una dell’università, Aidu. Cosa ci unisce? Innanzitutto, una grande stima e un gran rispetto reciproci e un comune interesse vitale: i giovani e la società o meglio la crescita dei giovani nel mutare della società. Il presente della scuola è il futuro della società alle prese con una trasformazione epocale. Lavorando insieme per costruire il loro futuro, ognuno di noi e delle nostre associazione porta il proprio contributo in libertà ma con lo sguardo volto a un orizzonte di senso che condividiamo. Per questo in questa occasione e, speriamo, nelle future, siamo aperti con piacere ad altre adesioni e apporti il SIESC FEEC, la Rete Insegnanti Italia e l’AGeSC, orientati al nostro fine di operatori e cocostruttori di una società giusta, equa e solidale: chiave di volta dell’impegno in ambito educativo. Come ci ha ricordato papa Francesco nell’ultimo incontro. La scuola ha bisogno di questo! Sentitevi chiamati a elaborare e trasmettere una nuova cultura, fondata sull’incontro tra le generazioni, sull’inclusione, sul discernimento del vero, del buono e del bello; una cultura della responsabilità, personale e collettiva, per affrontare le sfide globali come le crisi ambientali, sociali ed economiche, e la grande sfida della pace. A scuola voi potete “immaginare la pace”, ossia porre le basi di un mondo più giusto e fraterno, con il contributo di tutte le discipline e con la creatività dei bambini e dei giovani. Mai come in questo momento dobbiamo tutti immaginare

2 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Qual è, oggi, la speranza che “non delude”? Quali speranze nutrono il nostro sguardo sul futuro? Su quali fondamenta edifichiamo i progetti della vita, le attese, i sogni? E la società, a che speranza collettiva attinge? Manuela Trinci, psicoterapeuta che da una vita lavora all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, in un libro bellissimo (3) racconta i modi, tutto sommato molto semplici, che permettono di non far spegnere la speranza e con lei la gioia e la vita nei bambini impegnati in malattie lunghissime e cure complesse. Nessuno vuole essere disperato ma non si può comandare la speranza come non si può comandare l’amore. Però, senza amore che vita è? E senza speranza che vita è? E allora, come fare? Prendiamo la scuola. In effetti fra i banchi di scuola arrivano a volte anche bambini e bambine, ragazzi e ragazze (già) disperati. Cos’è capitato in mezzo, fra la nascita e la scuola non lo sappiamo, spesso non abbiamo proprio idea. Quando si dice che a scuola arriva il mondo così com’è si intende proprio questo, che arriva anche la sua mancanza di speranza. Speranza che a scuola ha almeno due facce. Quella dei genitori e quella dei figli. Una buona parte dei genitori è insieme ambiziosa e disincantata. Vogliono il meglio assoluto per i figli e protestano, non accettano la minima mancanza dall’insegnante o dalla scuola, vogliono il meglio come forma di protezione, perché hanno paura del futuro e il meglio è quello che immaginano come più sicuro in termini di lavoro e denaro. Sono convinti che dare tutte le opportunità protegga dalle incertezze del futuro. Poi però c’è anche la speranza dei ragazzi che, pur vivendo dentro la paura dei genitori continuano a sentire la forza della propria originalità. Chi insegna è consapevole ogni giorno di trovarsi in mezzo fra le aspettative della famiglia e la speranza, il desiderio fon- (3) Il mio letto è una nave, ed. La nave di Teseo/Fondazione Meyer 2024 in sé una promessa di risposta alle proprie aspirazioni che si manifestano via via (1). In un mondo in cui apparire è più importante che essere, in cui fare è necessario e stare sempre più difficile, come è possibile uscire da questa corsa e vivere liberamente le emozioni? In un mondo in cui la performance e la nostra immagine sono ciò che conta, come si accetta di fallire, di essere fragili? Come possiamo dare valore a questa fragilità e apprezzare i nostri limiti e le nostre debolezze? Come possiamo amare le debolezze altrui, perdonare chi intorno a noi si mostra fragile ed umanamente sbaglia? Non imporsi di essere sempre felici, ma accettare di attraversare anche il dolore e l’inquietudine? Verso dove si cammina per trovare un senso? Quali sono i valori di questa nuova società e i giovani in cosa possono scegliere di credere, cosa vogliono abbattere e ricostruire? (2). (1) https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-più-bella-sfida-per-la-scuola-riuscire-a-insegnare-la-speranza [adatt] (2) Cercatori di domani Paola Bignardi 2/9/2025 https:// www.avvenire.it/opinioni/pagine/cercatori-di-domani

3 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 con i figli di quelle persone che il mondo stigmatizza per la provenienza, o l’aspetto o la condizione sociale, o la disabilità. La possibilità di dialogare ordinatamente e motivare le proprie opinioni senza offendere, aggredire o emarginare. L’assunzione di responsabilità attraverso la possibilità di fare proposte, essere ascoltati, agire praticamente. Sperimentare un mondo in cui ancora l’offesa e il turpiloquio non sono legittimati. Vivere l’accettazione della fragilità, che non diventa vergogna e stigma come troppo spesso nel mondo fuori. E poter aiutare ed essere generosi senza essere derisi. Sentire profondamente che la diversità è fraternità. Manuela Trinci racconta che per un po’ di tempo il bambino solo riesce a sopravvivere senza fare riferimento alla madre esterna, reale. Gioca, si dimentica, è felice, poi dopo un po’ cerca con gli occhi la madre, si rassicura e poi torna a giocare. «Si crea uno spazio nuovo... che darà l’avvio al processo psichico di interiorizzazione dell’affidabilità della presenza materna». Gli adulti devono esserci. Ma i ragazzi e le ragazze devono avere lo spazio dell’autonomia, la solitudine buona. Quella che elabora la distanza, vive l’assenza, ma ricostruisce il proprio valore malgrado l’assenza e attiva la speranza. Ci vogliono adulti competenti. Che non è solo una parola inflazionata, vuol dire adulti che non si appiattiscono sulla deriva del tempo presente. In questo modo anche i ragazzi e le ragazze che arrivano disperati perché la vita li ha già pestati o delusi, possono sperimentare il respiro della speranza. Esiste una teologia della speranza, c’è addirittura una diplomazia della speranza. Di sicuro c’è la possibilità di lavorare insieme in una scuola della speranza. Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo aveva segnalato lo strano paradosso dei giovani: dovrebbero incarnare la speranza, eppure spesso la smarriscono. Sta a noi adulti farla rifiorire. A Milano l’arcivescovo Mario Delpini ricorda che spesso dai giovani il futuro è perdato dei figli. Ma da insegnanti abbiamo il compito di essere speranza per dare speranza ovvero di considerare le speranze delle famiglie e di proteggere il diritto a sperare che i ragazzi rivendicano per sé. Il diritto di diventare quello che davvero sono. La domanda è: si può imparare a sperare? Il filosofo Ernst Bloch (4) nel suo monumento al diritto di sperare diceva di sì e anzi, lo definiva proprio un compito. Perciò è il caso di interrogarci su come gli studenti possono a scuola trovare un contesto in cui la speranza c’è. Escono dalla famiglia e cercano una nuova appartenenza. Non c’è vita senza appartenenza ma le appartenenze possono essere chiuse, ferocemente identitarie, esclusive ed escludenti. Dolorosamente narcisistiche. Non a scuola, però. Dove arrivano tutti, appunto. E la scuola è luogo di educazione e anche se di sicuro la speranza non è materia di studio, è in qualche modo il respiro di ogni progetto educativo. Non si va a scuola per restarci ma per realizzare un progetto immaginato, futuro, che ci vede da grandi più capaci, più colti. Più felici, si deve poter dire più felici, perché i ragazzi e le ragazze studiano per qualcosa che hanno scelto sulla base del desiderio e della passione. In questo movimento c’è lo stesso movimento della speranza virtù teologale, che a partire da quel che siamo e dal mondo in cui abitiamo, ci muove ad alzare lo sguardo e a non desistere mai dalla fiducia di poter costruire un mondo migliore. È chiaro che non bastano i buoni risultati scolastici a coltivare la speranza, serve qualcosa che il Vangelo conosce bene. L’annuncio che tu vali, che niente mai va perduto, che ogni capello del capo è contato e non perduto. Sentire riconosciuto che quel desiderio di essere unico per il solo fatto di esistere, è bello, giusto e vero per il mondo degli adulti che lavorano nella scuola. A scuola i ragazzi possono sperimentare che, esattamente quello che non vedono realizzato fuori, può essere vissuto proprio da loro. Ad esempio, la convivenza e l’amicizia (4) Il principio speranza, Garzanti 1994

4 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 cittadini, ma uomini e donne aperti al mistero di Dio e al desiderio di pace. Costruire insieme la città della pace (6). In un’Italia che spesso discute di scuola solo in termini di problemi – precariato, edilizia, riforme incompiute – il Giubileo ricorda che la scuola resta una delle poche esperienze capaci di segnare la vita di ciascuno. Non è solo il luogo in cui si accumulano nozioni, ma lo spazio in cui si diventa adulti, si impara a pensare, si resiste alla pressione dell’omologazione. La scuola non è mai neutra: o alimenta la speranza o la soffoca. È in gioco il futuro dei ragazzi, ma anche la qualità della democrazia. Alla fine, il senso del Giubileo sta proprio qui: invocare una speranza che non si produce da soli. Non bastano la buona volontà, le riforme, le strategie. La speranza è dono, nasce dall’ascolto del Vangelo ma per i laici anche dalla fiducia nell’umanità e per tutti nella democrazia. È questo che permette a un docente di resistere alla frustrazione, a uno studente di rialzarsi, a una comunità di credere che la fatica non sia vana. Come sosteneva un illuminato industriale e grande sognatore la speranza di un mondo nuovo è legata al destino di un’idea (7). Ma per realizzare tale idea Adriano Olivetti sosteneva che bisognava farsi guidare da quelle che lui chiamava le quattro forze: Verità, Giustizia, Bellezza e soprattutto Amore. E nessuno meglio di noi educatori sa che non si può parlare di Speranza per i giovani e per la società se una sola di questa quattro forze viene a mancare. (6) Abbattere muri e costruire i ponti. Giorgio La Pira (7) Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità, Torino, 2015 cepito come un orizzonte incerto, persino minaccioso: crisi ambientale, precarietà lavorativa, guerre alle porte dell’Europa e in Medio Oriente. Non stupisce allora che ansia, isolamento e disagio psicologico crescano proprio in quella fascia d’età che dovrebbe sprigionare vitalità. Questo paradosso si riflette nella scuola. Spesso descritta come obsoleta, incapace di intercettare linguaggi e interessi, appare talvolta come un luogo che spegne più che accendere. Ma la stessa scuola, nei suoi momenti migliori, è anche lo spazio in cui entusiasmo e senso rifioriscono. Lo sanno bene gli insegnanti: accanto alla frustrazione di sentirsi impotenti di fronte a problemi sempre più complessi, vivono anche la sorpresa di scoprire nei ragazzi risorse inaspettate. Un alunno che si sblocca, una classe distratta che improvvisamente si accende, un dialogo che apre possibilità di pensiero critico: lampi che non cancellano la fatica quotidiana, ma la trasfigurano. Nella sua riflessione, mons. Delpini (5) ha evocato tre città che «non possono restare nascoste» e che diventano simboli della missione educativa. Atene, la città del “conosci te stesso” socratico, in cui il sapiente è colui che riconosce i limiti del sapere. Per la scuola significa non presentarsi come dispensatrice di verità prefabbricate, ma come laboratorio critico. È un invito a coltivare il dubbio buono, antidoto alle fake news e all’omologazione. Alessandria, crocevia di popoli e lingue, dove si custodiva la biblioteca più grande del mondo antico. È la città dell’incontro, della pluralità che diventa ricchezza. La scuola di oggi, sempre più multiculturale, è chiamata a essere proprio questo: un luogo in cui culture e saperi si incontrano, e da cui può nascere la convivenza pacifica. E la nuova Gerusalemme, la città della speranza, in cui ogni lacrima è asciugata. Ricorda che educare non è solo preparare lavoratori o (5) https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-giubileo-della-scuola-e-la-speranza-che-sale-in-cattedra

5 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Padre Giuseppe Oddone, Consulente ecclesiastico nazionale UCIIM SPIRITUALITÀ mate ricevute sulla Verna, la sua vita è uno specchio vivente del Vangelo. Egli ha ricordato al mondo che la santità non è astrazione, ma carne: è baciare il lebbroso, è dialogare con il Sultano in piena crociata, è farsi “piccolo” tra i piccoli, è amare l’universo e tutte le creature. Esorta tutti a vedere nella persona più povera il volto di Cristo. Il Cantico delle creature e la sua importanza letteraria Tralasciando altri aspetti della vita di Francesco, è importante far risaltare la sua importanza anche nella storia della letteratura italiana. È proprio una sua poesia, il Cantico delle creature, il primo testo letterario della nostra lingua: ma esso non è solo Il contesto storico Nel 2026 ricorre l’ottavo centenario del “transito” di San Francesco (1226-2026): è questa un’occasione preziosa per riflettere sulla sua importanza storica, religiosa, letteraria. Egli infatti non appartiene solo al Medioevo; egli è un “uomo per tutte le stagioni”, un santo che ha saputo riparare una Chiesa e una società che stavano perdendo il senso dell’essenziale ed anche oggi continua a proporre un modello di vita individuale e sociale ispirato ai valori del Vangelo. Francesco nasce e vive (1182-1226), come sta avvenendo anche oggi, in un cambiamento di epoca nel passaggio dalla società e dall’economia feudale a quella mercantile dei Comuni. In un mondo che cominciava a misurare tutto sul denaro e sul possesso, egli sceglie la minoritas, il farsi piccolo per servire Dio e i fratelli. Storicamente, il movimento religioso da lui suscitato rappresenta la risposta più alta alla crisi del suo tempo. Non contesta l’autorità con le armi o con l’eresia distruttiva, ma con la forza della sua testimonianza di vita. Francesco rimane per i giovani del nostro tempo il modello del pensiero critico, inteso come capacità di abitare il proprio tempo senza farsi omologare dalle logiche di potere e consumo. La testimonianza religiosa Religiosamente l’importanza di Francesco risiede nella sua radicale conformità a Cristo e nell’amore a tutta la creazione. Dalla spoliazione davanti al vescovo Guido fino alle stimSan Francesco d’Assisi. A 800 anni dalla sua morte

6 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengon infirmitate et tribulatione. Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte una poesia; è una specie di manifesto teologico ed antropologico, una riflessione su Dio, sull’uomo, sulla società, su tutta la creazione. Fu scritto nella primavera del 1225, ma le ultime tre strofe furono aggiunte secondo alcune testimonianze nel 1226 poco prima della sua morte. Il Cantico nasce in un momento di estrema sofferenza. Francesco è quasi cieco, malato, tormentato dalle piaghe e dalle tensioni interne all’Ordine e si è rifugiato in San Damiano presso Chiara e le sorelle. Eppure, proprio nel buio fisico, scaturisce la lode più luminosa. Non è comunque un testo improvvisato: è la testimonianza di una vita tutta spesa nella lode gioiosa rivolta al Signore e nello stupore di fronte alla bellezza del creato. La creatività poetica e la speranza religiosa non nascono dall’assenza di problemi, ma da uno sguardo costantemente trasfigurato dalla grazia. Ecco il testo completo: Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài

7 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 con i fratelli che soffrono, che perdonano, che concludono la vita nella volontà di Dio. L’amore per la natura, creatura di Dio, non è completo se non si estende alla volontà di Dio ed all’amore per tutti i fratelli. Al Cantico delle creature – e questo ne sottolinea l’importanza – si ispira l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco nel presentare la bellezza ed il rispetto della nostra madre terra: egli afferma che non sono solo i cambiamenti climatici a guastare la bellezza del creato, ma piuttosto la sua profanazione, ossia lo sfruttamento insensato delle risorse naturali, la distruzione delle foreste, l’inquinamento della terra, dell’acqua, e dell’aria, e lo sfruttamento irrazionale del territorio, le monoculture, la perdita della biodiversità, il consumismo ossessivo, la cultura dello scarto. La crudeltà verso la natura e gli animali si trasferisce poi agli uomini. L’autentico amore per il creato fa sì che sia rispettata tutta la scala dei valori nell’amore per il territorio, le piante, gli animali, la vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale. La persona umana è segnata dal peccato ed è libera: ha la possibilità di tutte le possibilità, cioè di elevarsi fino a Dio oppure di rifiutarlo e di abbrutirsi nella lontananza da Lui, nell’egoismo, nella rapacità, nel più ossessivo consumismo. Rilettura della vita di San Francesco: Dante La vita e il messaggio di San Francesco continuano a ispirare un po’ tutte le arti: l’architettura, la pittura, la scultura, la musica, il cinema, la poesia. Dante ha dedicato un canto intero del suo Paradiso, l’undicesimo, per esaltare la grandezza di Francesco: lo definisce un principe “tutto serafico in ardore” (Par. XI, 37), una guida destinata dalla Provvidenza divina a ricondurre la Chiesa, sposa di Cristo, verso il suo Diletto “che disposò lei con sangue benedetto” (Par. XI, 33), costruisce una specie di equazione: Cristo sta alla Chiesa come Francesco alla povertà, sovrapponendo la ficorporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate. San Francesco loda Dio con amore e con gratitudine per tutte le creature: notiamo i tre aggettivi iniziali. È Lui l’Altissimo davanti al quale dobbiamo vivere in atteggiamento di umiltà e di rispetto delle sue opere; prima di tutto per le creature del cielo: il sole che di Lui Altissimo porta significazione, la luna, le stelle, il vento, il sereno, la pioggia. Poi per le creature della madre terra: l’acqua, il fuoco, le piante, le erbe, i fiori, i frutti. Dio è l’Onnipotente creatore e siamo invitati a rispettare le sue “santissime voluntadi” nella vita e nella morte, è Lui l’unico veramente Buono e tutte le creature sono viste nel loro aspetto di bontà e di bellezza: la terra è madre, sorelle la luna, le stelle, l’acqua, la morte corporale; fratelli il vento, il tempo atmosferico, il fuoco, tutti elementi accompagnati da aggettivi che ne esaltano la bellezza e persino il valore morale: l’acqua è umile e casta, il fuoco giocondo, robustoso e forte. Che valore ha la preposizione “per”, che ritorna per ben dieci volte? È complemento di agente, di causa, di fine, di mezzo? Sicuramente il “per” richiama la formula liturgica “per Dominum nostrum Iesum Christum” con cui ci si rivolge al Padre chiedendo l’intervento di Gesù mediatore. È un complemento di mediazione, se così si può chiamare. Il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra, partecipano della mediazione di Cristo, sono a Lui profondamente collegate. Perciò dobbiamo amarle e prendercene cura e non fare del creato un esclusivo oggetto di uso e di dominio. È significativo che l’amore per la natura sia messo in relazione nella seconda parte con la nostra vicenda umana, con sorella morte,

8 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Rilettura della vita di San Francesco: Giosuè Carducci Anche il laico ed anticlericale Carducci sentì il fascino di San Francesco ed a lui dedicò questo sonetto dal titolo “San Francesco o Santa Maria degli Angeli”. Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia Questa cupola bella del Vignola Dove incrociando a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! E luglio ferve e il canto d’amor vola Nel pian laborïoso. Oh che una traccia Diami il canto umbro de la tua parola, L’umbro cielo mi dia de la tua faccia! Su l’orizzonte del montan paese, Nel mite solitario alto splendore, Qual del tuo paradiso in su le porte, Ti vegga io dritto con le braccia tese Cantando a Dio — Laudato sia, signore, Per nostra corporal sorella morte! Il sonetto, inserito nella raccolta Rime Nuove, è un esempio magistrale di come il poeta profano e paganeggiante riesca a cogliere la novità della morte di Francesco, proiettandolo poi risorto e vivo nel paesaggio dell’Umbria. Nella prima quartina egli si rivolge a Francesco, si sintonizza con lui e lo sente come un fratello; rivede nella pianura di Assisi la bella cupola di Santa Maria degli Angeli, nella quale è contenuta la cappella della Porziuncola, ai tempi di Francesco una capanna ove egli volle morire, nudo sulla nuda terra, incrociando nell’agonia le braccia. Lo descrive nello scandalo della sua morte gioiosa. Francesco muore sulla «terra sola», nudo, nella povertà totale: povertà che non è rito, perché è fede; povertà che è umiltà, e non è posa: perché è gioia. Nella seconda quartina il poeta precisa il tempo della sua prima ispirazione. Era il lugura di Cristo a quella di Francesco, anche lui “sol oriens” (Cfr. Par. XI, 54), sole primaverile che sorge per far rifiorire la terra, e con una punta polemica indica che la povertà scelta da Francesco come sposa deve essere stile di vita per tutta la Chiesa, tentata dalla mondanità e dalla ricchezza. La figura di Francesco, oltre che dalle nozze con madonna povertà alla presenza del padre e del vescovo, è caratterizzata anche dal suo incessante movimento, da Assisi a Roma per ottenere i due primi “sigilli” o approvazioni al suo movimento religioso, lui “pusillo” sì, cioè umile e guardato addirittura con disprezzo, ma “regalmente” (Par. XI, 91) come un re espone la sua dura regola a Innocenzo III, e come un “archimandrita” (Par. XI, 99) ossia come il primo tra i pastori di anime, davanti al Papa Onorio III ottiene la definitiva approvazione al suo Ordine; dall’Italia va in Egitto per tentare di convertire il Sultano, dall’Egitto rientra nuovamente in Italia all’eremo della Verna, dove “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo” (Par. XI, 106.107), ossia le stigmate che lo configurarono a Cristo. Francesco è presentato da Dante assieme a San Domenico come un santo attivo, un “campione”, ossia un lottatore innamorato di Cristo, della Chiesa, della povertà gioiosa alla quale fu fedele fino alla morte, spirando nel suo grembo “e al suo corpo non volle altra bara” (Par. XI, 117) esprimendo ai suoi frati il desiderio di essere sepolto nudo nella nuda terra. Dante vedrà con i suoi occhi Francesco nella mistica rosa del Paradiso, in una posizione di rilievo nella linea di demarcazione dei santi che segnano la distinzione fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento: proprio sotto il trono del grande Giovanni Battista c’è Francesco e sotto di lui San Benedetto e Sant’Agostino e via via altri santi scendendo di giro in giro. Questa visione significa che Dante ritiene Francesco il santo più importante della storia del cristianesimo, più di San Benedetto e di Sant’Agostino.

9 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 mentre in altre poesie egli descrive abitualmente la morte con sgomento come privazione di amore, di calore, di luce, di parola, di speranza. (Cfr. Pianto antico). La morte di Francesco è tutt’altro: è solare, gioiosa e luminosa, tale da fondersi con la vita, con tutto il mite e dolce splendore dell’Umbria. Nella lettera del 23 luglio 1877 sopra citata, indirizzata a Lidia, la sua musa ispiratrice, tra il serio ed il faceto, il Carducci esprime così i suoi sentimenti verso San Francesco in forma di preghiera: “O santo padre, San Francesco, se voi che foste tanto buono, che convertiste anche il lupo, se voi che amavate gli uccelli e gli alberi e chiamavate sorella la luna, se voi foste vivo e intercedeste per me, chi sa che non mi convertissi anch’io. Voi certo avreste pietà di me e mi vorreste bene come al lupo, e mi chiamereste fratello lupo! E io, povero lupo, verrei quassù e accovacciato sotto questi archi solenni, in cospetto a questa Umbria verde e mite, io penserei visi di madonne e glorie di angeli sfumanti tra le nuvole candide e rosee su quei monti laggiù nel cielo turchino… O serafico padre, se voi foste vivo, io mi confesserei a voi, e poi farei penitenza all’ombra di un pino, presso un’acqua corrente; e poi canteremmo insieme delle laudi… quest’oggi sono in vena serafica”. È una testimonianza di come Francesco continui a parlare in ogni tempo ai credenti e ai non credenti, suscitando in tutti il desiderio dell’incontro con Dio o la nostalgia di Lui, e continui a illuminare con il suo amore per Dio, per gli uomini, per il creato il significato della nostra vita e soprattutto della nostra morte, ricolma di gioiosa speranza, perché essa conduce alle porte del Paradiso. glio del 1877, precisamente il 22 luglio, quando aveva visitato Assisi, trovandosi a Perugia come commissario per gli esami della licenza liceale di quella città (Epist. XI, 53). L’estate era nel suo pieno calore; nei campi si lavorava e si cantavano canti d’amore. Nelle parole del canto umbro il poeta cerca un eco, una traccia della parola del santo, “la tua parola”, e nel cielo dell’Umbria un riflesso del volto di Lui, “la tua faccia”, la faccia di Francesco morente e risorto. Nelle due terzine si completa la fusione tra il paesaggio umbro e la figura del santo. Il paesaggio è riempito dalla sua presenza. Francesco si staglia alto e diritto con le braccia aperte sull’orizzonte dei monti come alle porte del Paradiso in un mite solitario alto splendore e canta a Dio e lo loda “per nostra corporal sorella morte”. La spiritualità di Francesco si diffonde nella bellezza del paesaggio e nella luce. Francesco non è nel paesaggio, è lui stesso il paesaggio dell’Umbria. È importante tuttavia notare che il Carducci si rivolge a Francesco, l’unico poeta che ha definito la morte “nostra sorella”, e trasformi il trapasso di Francesco in un trionfo di luce,

10 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 FATTI E PROBLEMI Ars cooperativa naturae. Educare nel solco di Tommaso e Nosengo Andrea Porcarelli, Università di Padova – Raffaele Ciambrone, Università di Pisa rischia di essere concepita come manipolazione tecnica o come adattamento funzionale a bisogni economici, ricordare che l’arte educativa “coopera con la natura” significa riaffermare un principio decisivo: l’educazione non crea l’uomo dal nulla, ma accompagna, orienta, perfeziona una natura già dotata di dignità, razionalità e apertura alla verità. Per Tommaso, l’arte non sostituisce la natura: la perfeziona. Per Nosengo, l’educazione non plasma arbitrariamente l’alunno: ne riconosce la struttura personale, ne rispetta la libertà, ne sostiene la crescita integrale. In questa linea si colloca la collana Ars cooperativa naturae: non una proposta nostalgica, ma un laboratorio culturale che intende affronIl nostro punto di partenza (concettuale e simbolico) sta tutto in un’espressione che, da sola, racchiude una visione dell’educazione: ars cooperativa naturae. L’arte che coopera con la natura. È un principio che affonda le sue radici nel pensiero di San Tommaso d’Aquino, Patrono dell’UCIIM, e che trova una traduzione pedagogica originale nell’opera di Gesualdo Nosengo, il quale al tomismo ha guardato non come a un sistema astratto, ma come a un orizzonte vivo per pensare la scuola e dare un’anima alla formazione degli insegnanti. Non è un caso che una collana universitaria abbia scelto proprio questa espressione come titolo. In un tempo in cui l’educazione La casa editrice Diogene Multimedia è lieta di annunciare l’uscita del volume di Luciano Corradini a cui l’autore ha voluto dare il titolo Carteggio d’amore di due liceali negli anni Cinquanta. Riflessioni sulla nostra famiglia e sull’educazione nella scuola di tutti. (La recensione sarà prossimamente). Diogene Multimedia riserva uno sconto particolare ai soci Uciim (18 euro invece di 22 con spedizione gratuita), acquistando il volume direttamente dal sito della casa editrice: https://diogenemultimedia.com/prodotto/incipit-vita-nova-riservato-agli-iscritti-uciim/ indicando nella “Nota all’ordine” la dizione “Socio Uciim”. Il volume appartiene alla nuova collana Ars cooperativa naturae, che offre un percorso organico e rigoroso per approfondire le sfide educative del nostro tempo, tra fondamenti pedagogici, innovazione didattica e cura della persona. Oltre a quello di Luciano Corradini sono usciti due volumi: AA. VV., Una notte in trincea. Esperienze didattiche con metodologia A.I.S.O. nell’ambiente storico del monte Grappa; A. Porcarelli, Fuochi da accendere. Pedagogia della scuola tra educazione integrale e responsabilità civile. Per tutti gli iscritti alla UCIIM la Diogene Multimedia propone una formula di acquisto complessivo vantaggioso (tre volumi al costo di 45 euro invece di 66) all’indirizzo https://diogenemultimedia.com/ prodotto/collana-ars-cooperativa-naturae-acquisto-riservato-agli-iscritti-uciim/

11 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 insistito sul nesso tra educazione e cittadinanza, tra formazione della coscienza e vita democratica. Anche questo è pienamente coerente con l’orizzonte tomista e nosenghiano: la persona è naturalmente sociale, chiamata a partecipare responsabilmente alla costruzione del bene comune. Manifesto del pensiero corradiniano è – in questo senso – la nota espressione di don Milani: «sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia», che molte volte gli abbiamo sentito ricordare. Una proposta per la formazione dei docenti UCIIM Per i soci UCIIM, la collana Ars cooperativa naturae rappresenta molto più di un’iniziativa editoriale. È un invito a ritrovare unità tra fede e ragione, tra cultura e professione, tra competenza disciplinare e visione antropologica. San Tommaso ci insegna che la verità non teme il confronto; Nosengo ci ha mostrato che l’insegnante è chiamato a essere mediatore culturale e guida morale, in forza di una profonda e radicata “vocazione educativa”; Agazzi sottolinea con vigore le responsabilità e la missione sociale della scuola e Corradini ribadisce che la scuola è laboratorio di democrazia. In questa scia, la collana offre strumenti per una formazione permanente che non si limiti all’aggiornamento tecnico, ma rinnovi le ragioni profonde dell’impegno educativo. In un tempo segnato da incertezze e polarizzazioni, cooperare con la natura significa credere che ogni studente porti in sé una promessa di crescita; significa rifiutare visioni riduttive dell’uomo; significa lavorare perché la scuola rimanga luogo di educazione integrale. L’arte educativa, quando coopera con la natura, non impone ma orienta, non manipola ma accompagna, non semplifica ma integra. È questa la sfida che la collana propone e che, come UCIIM, siamo chiamati a raccogliere: custodire una visione alta della persona per costruire una scuola capace di futuro. tare le sfide contemporanee senza recidere le radici antropologiche. Persona, crescita, responsabilità: temi “caldi” da affrontare con rigore Le questioni che oggi attraversano la scuola sono tutt’altro che marginali: l’impatto delle tecnologie sull’apprendimento, il rapporto tra competenze e conoscenze, la sostenibilità ambientale, l’educazione civica, l’inclusione, la fragilità relazionale delle nuove generazioni. Di fronte a tali sfide, la tentazione può essere quella di inseguire soluzioni immediate o slogan pedagogici alla moda. La prospettiva dell’ars cooperativa naturae invita invece a un atteggiamento diverso: comprendere la natura dell’uomo per educarlo meglio; riconoscere la struttura razionale e relazionale della persona per orientare l’azione didattica; integrare dimensione cognitiva, morale e civile in un progetto unitario. La collana si muove precisamente in questa direzione, proponendo studi e ricerche che tengono insieme fondazione filosofica e attenzione alla pratica educativa. Non si tratta di difendere un’identità in modo ideologico, ma di mostrare come una solida antropologia personalista sia condizione per affrontare con equilibrio e profondità i problemi del presente. In questo contesto assume un significato particolare la presenza, tra gli autori della collana, di Luciano Corradini, presidente emerito dell’UCIIM. Il suo volume Incipit vita nova — attraverso il carteggio giovanile che presenta e commenta — ci ricorda che l’educazione non è mai solo trasmissione di saperi, ma intreccio di affetti, memoria, ricerca di senso. La crescita personale si alimenta di relazioni autentiche e di domande profonde: senza questa dimensione, anche la migliore organizzazione scolastica rischia di diventare sterile. Corradini, nella sua lunga esperienza di studioso e di uomo delle istituzioni, ma anche per la passione con cui ha interpretato il ruolo di Presidente dell’UCIIM, ha sempre

12 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 FATTI E PROBLEMI Manifesto delle avanguardie educative operano nella stessa direzione, e promuoverà ogni anno, a partire dal 2015, un’iniziativa nazionale sull’innovazione. I sette orizzonti di Avanguardie educative per: 1. TRASFORMARE IL MODELLO TRASMISSIVO DELLA SCUOLA 2. SFRUTTARE LE OPPORTUNITÀ OFFERTE DALLE ICT E DAI LINGUAGGI DIGITALI 3. PER SUPPORTARE NUOVI MODI DI INSEGNARE, APPRENDERE E VALUTARE 4. CREARE NUOVI SPAZI PER L’APPRENDIMENTO 5. RIORGANIZZARE IL TEMPO DEL FARE SCUOLA 6. RICONNETTERE I SAPERI DELLA SCUOLA 7. E I SAPERI DELLA SOCIETÀ DELLA CONOSCENZA 8. INVESTIRE SUL “CAPITALE UMANO” RIPENSANDO I RAPPORTI 9. (DENTRO/FUORI, INSEGNAMENTO FRONTALE/APPRENDIMENTO TRA PARI, SCUOLA/AZIENDA, ECC.) 10.PROMUOVERE L’INNOVAZIONE PERCHÉ SIA SOSTENIBILE E TRASFERIBILE Trasformare il modello trasmissivo della scuola Un modello esclusivamente basato sulla trasmissione delle conoscenze “dalla cattedra” è un modello ormai anacronistico: oggi esistono nuovi e più coinvolgenti modi di fare lezione. L’insegnante che trasforma la lezione in una grande e continua attività laboratoriale, di cui è regista e facilitatore dei processi cognitivi, anche grazie all’utilizzo delle ICT; che lascia spazio alla didattica collaborativa e inLe Avanguardie educative sono un Movimento di innovazione che porta a sistema le esperienze più significative di trasformazione del modello organizzativo e didattico della scuola. Un Movimento aperto alla partecipazione di tutte le scuole italiane che lavorano ogni giorno per trasformare un modello di scuola non più adeguato alla nuova generazione di studenti digitali e disallineato dalla società della conoscenza. Il Movimento intende utilizzare le opportunità offerte dalle ICT e dai linguaggi digitali per cambiare gli ambienti di apprendimento e offrire e alimentare una «Galleria delle Idee» che nasce dall’esperienza delle scuole, ognuna delle quali rappresenta la tessera di un mosaico che mira a rivoluzionare l’organizzazione della didattica, del tempo e dello spazio del “fare scuola”. Il Movimento è nato dall’iniziativa congiunta di Indire, l’Istituto che fin dalla propria nascita nel 1925 si è occupato di innovazione educativa, e di un primo gruppo di scuole che hanno sperimentato una o più delle Idee alla base del Movimento. Un Movimento che offrirà – alle scuole impegnate nella trasformazione radicale del modello educativo nelle sue varie dimensioni – la possibilità di alimentare la «Galleria delle Idee» e di partecipare alle iniziative previste su ciascuna delle proposte. Il Movimento delle Avanguardie si collegherà a tutti i gruppi di insegnanti, reti di scuole italiane ed internazionali esistenti che Per gentile concessione INDIRE, https://pheegaro.indire.it/uploads/attachments/1945.pdf

13 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 contribuisce allo sviluppo delle competenze trasversali. Le ICT, per le Avanguardie educative, non sono né ospiti sgraditi né protagonisti. Sono solo i nuovi mezzi con cui è possibile personalizzare i percorsi di apprendimento, rappresentare la conoscenza, ampliare gli orizzonti e le fonti del sapere, condividere e comunicare, sempre e ovunque (mobile learning) (3). Le ICT permettono il nascere di nuove metodologie cooperative di scrittura, lettura e osservazione dei fenomeni; consentono la rappresentazione dei concetti avvalendosi di ambienti di simulazione, di giochi educativi, di applicazioni e software disciplinari. Le ICT riducono le distanze aprendo nuovi spazi virtuali di comunicazione – cloud, mondi virtuali, Internet of Things – riconnettendo luoghi, magari geograficamente isolati, e attori del sistema scuola: dalle imprese agli enti locali, dalle associazioni alle fondazioni. Creare nuovi spazi per l’apprendimento La fluidità dei processi comunicativi innescati dalle ICT si scontra con ambienti fisici non più in grado di rispondere a contesti educativi in continua evoluzione, e impone un graduale ripensamento degli spazi e dei luoghi che preveda soluzioni flessibili, polifunzionali, modulari e facilmente configurabili in base all’attività svolta, e in grado di soddisfare contesti sempre diversi. Spazi così concepiti favoriscono il coinvolgimento e l’esplorazione attiva dello studente, i legami cooperativi e lo “star bene a scuola”. Condizioni indispensabili, queste, per promuovere una partecipazione consapevole al progetto educativo e innalzare la perfor- (3) è una modalità di apprendimento che sfrutta dispositivi mobili come smartphone, tablet e altri dispositivi portatili per accedere a risorse educative, materiali didattici e corsi di formazione. Questa modalità offre flessibilità agli studenti, consentendo loro di apprendere in qualsiasi momento e ovunque, grazie alla portabilità dei dispositivi mobili e alla disponibilità di connessione interne. clusiva, al brainstorming (1), alla ricerca, all’insegnamento tra pari; che diviene il riferimento fondamentale per il singolo e per il gruppo, guidando lo studente attraverso processi di ricerca e acquisizione di conoscenze e competenze che implicano tempi e modi diversi di impostare il rapporto docente/studente. È attraverso l’apprendimento attivo – che sfrutta materiali d’apprendimento aperti e riutilizzabili, simulazioni, esperimenti hands-on (2), giochi didattici, e così via – che s’impara. Facendo e sbagliando. Una scuola che supera il modello trasmissivo e adotta modelli aperti di didattica attiva mette lo studente in situazioni di apprendimento continuo che gli permettono di argomentare il proprio ragionamento, di correggerlo strada facendo, di presentarlo agli altri. Sfruttare le opportunità offerte dalle ICT e dai linguaggi digitali per supportare nuovi modi di insegnare, apprendere e valutare La pratica educativa deve tener conto delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dei cambiamenti richiesti dalla società della conoscenza. L’utilizzo ragionato delle risorse e degli strumenti digitali potenzia, arricchisce e integra l’attività didattica, “muove” la classe, motiva e coinvolge gli studenti, stimola la partecipazione e l’apprendimento attivo, (1) brain (cervello) e storming (tempesta) e significa letteralmente tempesta di cervelli. A coniare questo termine fu, alla fine degli anni Trenta, il pubblicitario Alex F. Osborne che stabilì le quattro regole principali di questa tecnica di lavoro: nessuna critica alle idee degli altri, benvenuti tutti i capovolgimenti di idea, la quantità prima di tutto, lavoro di perfezionamento su ogni idea. Ogni persona del gruppo è stimolata a produrre in modo creativo quante più idee in una sessione di lavoro: ogni pensiero è registrato e poi discusso all’interno del gruppo e solo in un secondo tempo viene eseguita una cernita qualitativa delle idee. (2) è un approccio esperienziale che pone lo studente al centro dell’apprendimento, promuovendo la conoscenza attraverso la sperimentazione diretta, la manipolazione e imparare facendo.

14 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Riorganizzare il tempo del fare scuola Il modello di scuola che conosciamo è ormai divenuto tema di ripensamento globale. Il ripensamento comprende sia la configurazione sia la gestione del tempo dell’apprendimento. Il superamento di steccati rigidi come il calendario scolastico, l’orario delle lezioni e la parcellizzazione delle discipline in unità temporali minime distribuite nell’arco dell’intero anno scolastico può avvenire tenendo conto: della necessità di una razionalizzazione e ottimizzazione delle risorse; di una programmazione didattica articolata in segmenti, unità e moduli formativi; dell’affermarsi delle ICT e delle loro applicazioni in ambito formativo che favorisce la creazione di nuovi tempi e modalità di apprendimento. Riconnettere i saperi della scuola e i saperi della società della conoscenza L’espansione di Internet ha reso la conoscenza accessibile in modo diffuso. Non solo il patrimonio di fatti e nozioni – una volta monopolio esclusivo di saggi ed esperti – oggi è aperto alla comunità e ai cittadini, ma la società contemporanea valorizza competenze nuove, difficilmente codificabili nella sola forma testuale e nella struttura sequenziale del libro di testo. Competenze chiave, competenze trasversali, soft skill, 21st Century Skill sono solo alcuni dei modi con cui si è cercato di codificare una serie di competenze richieste per svolgere una professione ed esercitare una cittadinanza attiva nella società della conoscenza. Tali competenze sono richieste da istituzioni, aziende e dal vivere sociale e rappresentano un curricolo trasversale implicito che compare ancora solo marginalmente nei documenti guida della scuola italiana. Si tratta di competenze che non sono legate a una disciplina in particolare, ma il cui sviluppo è legato a una modalità di apprendere e operare in stretta connessione con la realtà circostante. mance degli studenti. Non solo “ridisegnare” un’aula finora pensata per una didattica erogativa e frontale, ma prevedere anche spazi diversificati per condividere eventi e presentazioni in plenaria; luoghi per attività non strutturate e per l’apprendimento individuale/informale che favoriscano la condivisione delle informazioni e stimolino lo sviluppo delle capacità comunicative; ambienti “da vivere” e in cui restare anche oltre l’orario di lezione, destinati ad attività extracurricolari come teatro, gruppi di studio, corsi di formazione per docenti, studenti e genitori, in accordo con enti locali, imprese, associazioni sportive e culturali del territorio, servizi sociali, ecc. L’aula è ancora uno spazio pensato per interventi frontali, ma è anche il luogo in cui l’insegnante può muoversi liberamente e interagire in forma più esplicita e diretta con i suoi studenti. I diversi momenti didattici richiedono nuovi setting che sono alla base di una differente idea di edificio scolastico che deve essere in grado di garantire l’integrazione, la complementarità e l’interoperabilità dei suoi spazi. Una scuola d’avanguardia nasce da un nuovo modello di apprendimento e di funzionamento interno, nel quale la centralità dell’aula viene superata. Una scuola d’avanguardia rende duttili i suoi ambienti affinché vi siano spazi sempre abitabili dalla comunità scolastica per lo svolgimento di attività didattiche, per la fruizione di servizi, per usi anche di tipo informale; spazi dove lo scambio di informazioni avviene in modo non strutturato, dove lo studente può studiare da solo o in piccoli gruppi, dove può approfondire alcuni argomenti con l’insegnante, ripassare, rilassarsi. Una scuola d’avanguardia si apre all’esterno e diventa baricentro e luogo di riferimento per la comunità locale: aumentando la vivibilità dei suoi spazi, diventa un civic center in grado di fare da volano alle esigenze della cittadinanza e di dare impulso e sviluppo a istanze culturali, formative e sociali.

15 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 così affrontare tutto il percorso della vita facendo fronte ai problemi e alle incertezze che la globalizzazione porta con sé. La valorizzazione del capitale umano (standardizzazione/creatività, uniformità/individualizzazione, inclusione/diversità, insegnamento frontale/apprendimento tra pari, chiusura/apertura) permette di trasformare il cambiamento da minaccia in risorsa e consente agli insegnanti di sentirsi sempre più “registi” di modelli di didattica attiva che sfruttano le potenzialità delle ICT. Promuovere l’innovazione perché sia sostenibile e trasferibile Obiettivo delle scuole d’avanguardia è individuare l’innovazione, connotarla e declinarla affinché sia concretamente praticabile, sostenibile e trasferibile ad altre realtà che ne abbiano i presupposti. Molto spesso l’innovazione è il risultato dell’eccezionalità di una persona o di un contesto che produce un’alchimia unica e irripetibile e che genera un cambiamento difficilmente estrapolabile dalla sua condizione d’origine. Lo sforzo è dunque quello di rendere riproducibile quell’unicità radicata nel territorio, affinché possa diventare scalabile. È necessaria una semplificazione che focalizzi gli elementi chiave in modo da produrre il passaggio dall’esperienza al modello, perché possa declinarsi in un contesto che abbia i presupposti adeguati, producendo risultati analoghi. La sostenibilità è un carattere fondamentale dell’innovazione. L’innovazione non si nutre dell’eccezionalità di una situazione. Mette radici profonde solo se può avvalersi delle risorse del territorio sfruttando le opportunità offerte dall’autonomia scolastica. Un’innovazione è trasferibile se può essere trapiantata in un ambiente diverso da quello in cui è nata. Se trova il contesto adatto è come una pianta: mette radici, diventa albero e produce frutti che si nutrono del nuovo terreno. Una scuola aperta all’evoluzione dei saperi e dei metodi è in grado di cogliere e accogliere il cambiamento, permettendo alla propria comunità di modernizzare il servizio scolastico in sinergia con le richieste del territorio. Una scuola aperta è in grado di cogliere le opportunità offerte dalla dimensione internazionale dell’innovazione. Progetti e iniziative promosse dall’Europa sono occasioni per sviluppare il cambiamento: European Schoolnet, Erasmus+, eTwinning sono solo alcuni dei punti di riferimento per l’internazionalizzazione della scuola! Investire sul “capitale umano” ripensando i rapporti (Dentro/fuori, insegnamento frontale/ apprendimento tra pari, scuola/azienda, ecc.) Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una “rivoluzione copernicana” sviluppata su più livelli: di fronte all’apertura dei saperi all’accessibilità della Rete, la scuola, un tempo unico avamposto del sapere, si è trovata a dover operare in un contesto ben più articolato in cui altre agenzie e luoghi di apprendimento promuovevano lo sviluppo di conoscenze formali e informali spendibili nel mondo del lavoro. Una scuola d’avanguardia è in grado di individuare – nel territorio, nell’associazionismo, nelle imprese e nei luoghi informali – le occasioni per mettersi in discussione in un’ottica di miglioramento, per arricchire il proprio servizio attraverso un’innovazione continua che garantisca la qualità del sistema educativo. Una scuola aperta all’esterno instaura un percorso di cambiamento basato sul dialogo e sul confronto reciproco. L’Europa sostiene l’apprendimento per tutto l’arco della vita mettendo al centro l’individuo e la sua capacità di sfruttare tutte le occasioni possibili per accrescere il suo sapere. La conoscenza è il bene primario della nostra società, ed è una conquista del singolo che nella scuola “impara a imparare” e può

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