20 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 ad un tentativo di tipologizzazione delle parole-chiave, elaborando termini che possano arricchire il riconoscimento del posto occupato dai soggetti negli intervalli di partecipazione alla vita sociale. Per questa via si scorge quanto il fenomeno di cui stiamo parlando diventa vistoso solo quando i parametri sono clamorosi. A noi, però, interessa anche il contrario, e cioè le situazioni di disagio statu nascenti e i possibili fenomeni e comportamenti correlati, spesso sfuggenti e di conseguenza incogniti. Accentuando la precisazione di questo quadro, il disagio diventa più pesante quando è long term; si acutizza quando appare e scompare, ricorrendo al silenzio e a forme mascherate per conseguire livelli tollerabili di ordinaria quotidianità. Ma lo stesso ritiro dalla scena sociale ha il difetto di risparmiare le vittime del dolore di vivere: troppo spesso, chi sparisce scompare anche dalla mente e dagli occhi dei ricercatori. Il disagio rischia di diventare un distanziatore tra giovani e futuro. Abbiamo già accennato che sicuramente si abusa, nel dibattito pubblico, del termine disagio e dei suoi equivalenti (anche quelli che, essendo pertinenti al linguaggio clinico andrebbero maneggiati con maggior cura). Concentriamoci ora sulle ragioni per cui poniamo questo sostantivo al centro di una riflessione. Per questo occorre riflettere attentamente sui danni, ovviamente graduati e dunque difficilmente misurabili, della diffusione di questo sentimento nelle coorti di ragazzi e giovani, fermo restando che ovviamente non è un requisito automatico di queste fasce di età. Il primo aspetto con cui esso si ripresenta al ricercatore è quello di alterare e corrompere l’ottimismo naturale e della vita quotidiana, andando ad intaccare e compromettere le relazioni sociali, le amicizie e persino i sentimenti. A ben vedere, il disagio mette comunque in crisi le famiglie, non sempre culturalmente preparate a cogliere portino disagio e dipendenza quando la visione dell’esistenza è narrata in una modalità più serena e distesa, dunque aperta alla “bellezza della vita”. Non scendo in dettagli sulla grande cerimonia mediale che è stata l’edizione 2024; mi limito a ricordare, tra i tanti episodi significativi, due passaggi dell’evento che hanno profondamente inciso sulla percezione collettiva di questa edizione, correggendo in qualche misura il clima di destrutturazione sociale altrimenti e altrove dominante. Il primo di questi è stata l’emblematica esibizione del filosofo/docente Roberto Vecchioni, stavolta in “combinazione” con un giovane cantante ventenne nato dopo la pubblicazione della stessa canzone che stavano rilanciando al Festival. La sapienza di sfruttare la musica come spinta individuale e collettiva a vivere la vita nonostante i disagi (spesso enfatizzati dalla disastrologia dei media), ha reso quel momento e per lealtà molti altri nelle singole giornate, un messaggio non convenzionale di educazione della mente e del cuore dei giovani di oggi, sotto gli occhi di una grande platea di pubblici. Ancor più sconvolgente dal punto di vista emotivo è stata la performance di Giovanni Allevi che ha poeticamente trasformato il dramma biografico ed esistenziale di una malattia impattante in una lezione di coraggioso amore per la vita e per la sua forza propulsiva. Cantando o narrando, “il duol si disacerba” (F. Petrarca). Provvediamo ora ad una rapida sintesi semantica del campo psicologico-sociale che risulta meno estraneo alla possibilità di accreditare ed alimentare l’idea di avvenire nella coorte giovanile. Anche sulla base di questi riferimenti all’attualità, proviamo ad accelerare lo sforzo definitorio del disagio, desumendolo stavolta dai miei studi nei termini e riproponendolo dunque nei termini di una “anoressia delle relazioni sociali”, in buona misura causata da una chiassosa comunicazione che offre apparentemente una galleria di relazioni sociali che restano però puramente figurative e irraggiungibili per molti. Passiamo quindi
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