19 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 CULTURA E RICERCA DIDATTICA Giovani long-Covid Una riflessione scientifica sul “disagio da emergenze”, per una strategia di contrasto Mario Morcellini, Professore emerito, già Prorettore alla Comunicazione, Sapienza Università di Roma la definizione di forma di autoriduzione del capitale sociale, acutamente studiato in particolare da David Putnam e John Stewart Coleman in forza di cui esso non consiste nel pacchetto quantitativo delle relazioni sociali attivate dal soggetto ma nel benessere che tali interazioni alimentano. Aggiornando la letteratura al tempo della dominazione digitale, una definizione più avanzata e promettente vede nel disagio una seria difficoltà del soggetto a “mentalizzare” il cambiamento del mondo, anche in forza di una debole capacità della famiglia e della scuola a sorreggere il soggetto in tempi di accelerata trasformazione sociale. Non ce la fanno più con la stessa intensità del passato, e certo non per loro colpa. Tutto diventerebbe più chiaro, ovviamente, se ci dotassimo di una definizione di dipendenza meno appiattita su una dimensione “medicalizzata”, di assunzione di sostanze o farmaci, ma anche così non si risolverebbe alcun problema poiché nulla aggiunge sulle cause o concause che promuovono una scelta così impattante. Avviandoci ad una mappatura semantica di parole-chiave che possano aiutarci per una definizione più stringente, riflettiamo sull’attualità comunicativo-culturale del nostro tempo chiamando in causa una recente edizione del Festival di Sanremo. Trascurando il parere di intellettuali accigliati, gli stessi che in tempi passati non hanno capito l’importanza del fumetto e soprattutto della musica, possiamo aver chiaro cosa comIl non detto del disagio Prendiamo atto di quanto si parli diffusamente di disagio senza chiarire il fenomeno di cui si sta parlando e una sua possibile definizione; non si tratta di una cosa di poco conto, e dunque proviamo ad avanzare una proposta da verificare e implementare nel tempo. Intendiamo con disagio una condizione esistenziale connessa ad una visione “ridimensionata” della vita in termini di speranze e prospettive aperte al futuro, tanto più temibile perché riguarda essenzialmente ragazzi e giovani in età di formazione o di possibile avvio al lavoro, ma comunque in uno stato di emancipazione e autonomia percepita. Per chiarire la densità del problema, è come se ragazzi e giovani contemporanei vivessero con il freno tirato, riducendo l’interesse a “intervenire” sul presente, spesso favorendo, con intensità variabile, il ritiro del soggetto dal “mercato delle relazioni sociali” e delle interazioni tra pari. Per molti giovani è come se fossimo di fronte al vissuto di una perdita, che probabilmente non consiste nel Covid quanto in ciò che la pandemia ha fatto esplodere nel contesto di riferimento. Già la lunghezza di questa definizione fa capire che siamo ancora ad uno stadio allusivo di ciò che intendiamo con disagio, stressando una fase di “approssimazione”. Fondandosi per fortuna su una consistente letteratura scientifica, in questo caso prevalentemente sociologica, possiamo fare un passo avanti aggiungendo
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