3 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 con i figli di quelle persone che il mondo stigmatizza per la provenienza, o l’aspetto o la condizione sociale, o la disabilità. La possibilità di dialogare ordinatamente e motivare le proprie opinioni senza offendere, aggredire o emarginare. L’assunzione di responsabilità attraverso la possibilità di fare proposte, essere ascoltati, agire praticamente. Sperimentare un mondo in cui ancora l’offesa e il turpiloquio non sono legittimati. Vivere l’accettazione della fragilità, che non diventa vergogna e stigma come troppo spesso nel mondo fuori. E poter aiutare ed essere generosi senza essere derisi. Sentire profondamente che la diversità è fraternità. Manuela Trinci racconta che per un po’ di tempo il bambino solo riesce a sopravvivere senza fare riferimento alla madre esterna, reale. Gioca, si dimentica, è felice, poi dopo un po’ cerca con gli occhi la madre, si rassicura e poi torna a giocare. «Si crea uno spazio nuovo... che darà l’avvio al processo psichico di interiorizzazione dell’affidabilità della presenza materna». Gli adulti devono esserci. Ma i ragazzi e le ragazze devono avere lo spazio dell’autonomia, la solitudine buona. Quella che elabora la distanza, vive l’assenza, ma ricostruisce il proprio valore malgrado l’assenza e attiva la speranza. Ci vogliono adulti competenti. Che non è solo una parola inflazionata, vuol dire adulti che non si appiattiscono sulla deriva del tempo presente. In questo modo anche i ragazzi e le ragazze che arrivano disperati perché la vita li ha già pestati o delusi, possono sperimentare il respiro della speranza. Esiste una teologia della speranza, c’è addirittura una diplomazia della speranza. Di sicuro c’è la possibilità di lavorare insieme in una scuola della speranza. Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo aveva segnalato lo strano paradosso dei giovani: dovrebbero incarnare la speranza, eppure spesso la smarriscono. Sta a noi adulti farla rifiorire. A Milano l’arcivescovo Mario Delpini ricorda che spesso dai giovani il futuro è perdato dei figli. Ma da insegnanti abbiamo il compito di essere speranza per dare speranza ovvero di considerare le speranze delle famiglie e di proteggere il diritto a sperare che i ragazzi rivendicano per sé. Il diritto di diventare quello che davvero sono. La domanda è: si può imparare a sperare? Il filosofo Ernst Bloch (4) nel suo monumento al diritto di sperare diceva di sì e anzi, lo definiva proprio un compito. Perciò è il caso di interrogarci su come gli studenti possono a scuola trovare un contesto in cui la speranza c’è. Escono dalla famiglia e cercano una nuova appartenenza. Non c’è vita senza appartenenza ma le appartenenze possono essere chiuse, ferocemente identitarie, esclusive ed escludenti. Dolorosamente narcisistiche. Non a scuola, però. Dove arrivano tutti, appunto. E la scuola è luogo di educazione e anche se di sicuro la speranza non è materia di studio, è in qualche modo il respiro di ogni progetto educativo. Non si va a scuola per restarci ma per realizzare un progetto immaginato, futuro, che ci vede da grandi più capaci, più colti. Più felici, si deve poter dire più felici, perché i ragazzi e le ragazze studiano per qualcosa che hanno scelto sulla base del desiderio e della passione. In questo movimento c’è lo stesso movimento della speranza virtù teologale, che a partire da quel che siamo e dal mondo in cui abitiamo, ci muove ad alzare lo sguardo e a non desistere mai dalla fiducia di poter costruire un mondo migliore. È chiaro che non bastano i buoni risultati scolastici a coltivare la speranza, serve qualcosa che il Vangelo conosce bene. L’annuncio che tu vali, che niente mai va perduto, che ogni capello del capo è contato e non perduto. Sentire riconosciuto che quel desiderio di essere unico per il solo fatto di esistere, è bello, giusto e vero per il mondo degli adulti che lavorano nella scuola. A scuola i ragazzi possono sperimentare che, esattamente quello che non vedono realizzato fuori, può essere vissuto proprio da loro. Ad esempio, la convivenza e l’amicizia (4) Il principio speranza, Garzanti 1994
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=