1-2 Gennaio Febbraio-2026

4 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 cittadini, ma uomini e donne aperti al mistero di Dio e al desiderio di pace. Costruire insieme la città della pace (6). In un’Italia che spesso discute di scuola solo in termini di problemi – precariato, edilizia, riforme incompiute – il Giubileo ricorda che la scuola resta una delle poche esperienze capaci di segnare la vita di ciascuno. Non è solo il luogo in cui si accumulano nozioni, ma lo spazio in cui si diventa adulti, si impara a pensare, si resiste alla pressione dell’omologazione. La scuola non è mai neutra: o alimenta la speranza o la soffoca. È in gioco il futuro dei ragazzi, ma anche la qualità della democrazia. Alla fine, il senso del Giubileo sta proprio qui: invocare una speranza che non si produce da soli. Non bastano la buona volontà, le riforme, le strategie. La speranza è dono, nasce dall’ascolto del Vangelo ma per i laici anche dalla fiducia nell’umanità e per tutti nella democrazia. È questo che permette a un docente di resistere alla frustrazione, a uno studente di rialzarsi, a una comunità di credere che la fatica non sia vana. Come sosteneva un illuminato industriale e grande sognatore la speranza di un mondo nuovo è legata al destino di un’idea (7). Ma per realizzare tale idea Adriano Olivetti sosteneva che bisognava farsi guidare da quelle che lui chiamava le quattro forze: Verità, Giustizia, Bellezza e soprattutto Amore. E nessuno meglio di noi educatori sa che non si può parlare di Speranza per i giovani e per la società se una sola di questa quattro forze viene a mancare. (6) Abbattere muri e costruire i ponti. Giorgio La Pira (7) Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità, Torino, 2015 cepito come un orizzonte incerto, persino minaccioso: crisi ambientale, precarietà lavorativa, guerre alle porte dell’Europa e in Medio Oriente. Non stupisce allora che ansia, isolamento e disagio psicologico crescano proprio in quella fascia d’età che dovrebbe sprigionare vitalità. Questo paradosso si riflette nella scuola. Spesso descritta come obsoleta, incapace di intercettare linguaggi e interessi, appare talvolta come un luogo che spegne più che accendere. Ma la stessa scuola, nei suoi momenti migliori, è anche lo spazio in cui entusiasmo e senso rifioriscono. Lo sanno bene gli insegnanti: accanto alla frustrazione di sentirsi impotenti di fronte a problemi sempre più complessi, vivono anche la sorpresa di scoprire nei ragazzi risorse inaspettate. Un alunno che si sblocca, una classe distratta che improvvisamente si accende, un dialogo che apre possibilità di pensiero critico: lampi che non cancellano la fatica quotidiana, ma la trasfigurano. Nella sua riflessione, mons. Delpini (5) ha evocato tre città che «non possono restare nascoste» e che diventano simboli della missione educativa. Atene, la città del “conosci te stesso” socratico, in cui il sapiente è colui che riconosce i limiti del sapere. Per la scuola significa non presentarsi come dispensatrice di verità prefabbricate, ma come laboratorio critico. È un invito a coltivare il dubbio buono, antidoto alle fake news e all’omologazione. Alessandria, crocevia di popoli e lingue, dove si custodiva la biblioteca più grande del mondo antico. È la città dell’incontro, della pluralità che diventa ricchezza. La scuola di oggi, sempre più multiculturale, è chiamata a essere proprio questo: un luogo in cui culture e saperi si incontrano, e da cui può nascere la convivenza pacifica. E la nuova Gerusalemme, la città della speranza, in cui ogni lacrima è asciugata. Ricorda che educare non è solo preparare lavoratori o (5) https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-giubileo-della-scuola-e-la-speranza-che-sale-in-cattedra

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