9 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 mentre in altre poesie egli descrive abitualmente la morte con sgomento come privazione di amore, di calore, di luce, di parola, di speranza. (Cfr. Pianto antico). La morte di Francesco è tutt’altro: è solare, gioiosa e luminosa, tale da fondersi con la vita, con tutto il mite e dolce splendore dell’Umbria. Nella lettera del 23 luglio 1877 sopra citata, indirizzata a Lidia, la sua musa ispiratrice, tra il serio ed il faceto, il Carducci esprime così i suoi sentimenti verso San Francesco in forma di preghiera: “O santo padre, San Francesco, se voi che foste tanto buono, che convertiste anche il lupo, se voi che amavate gli uccelli e gli alberi e chiamavate sorella la luna, se voi foste vivo e intercedeste per me, chi sa che non mi convertissi anch’io. Voi certo avreste pietà di me e mi vorreste bene come al lupo, e mi chiamereste fratello lupo! E io, povero lupo, verrei quassù e accovacciato sotto questi archi solenni, in cospetto a questa Umbria verde e mite, io penserei visi di madonne e glorie di angeli sfumanti tra le nuvole candide e rosee su quei monti laggiù nel cielo turchino… O serafico padre, se voi foste vivo, io mi confesserei a voi, e poi farei penitenza all’ombra di un pino, presso un’acqua corrente; e poi canteremmo insieme delle laudi… quest’oggi sono in vena serafica”. È una testimonianza di come Francesco continui a parlare in ogni tempo ai credenti e ai non credenti, suscitando in tutti il desiderio dell’incontro con Dio o la nostalgia di Lui, e continui a illuminare con il suo amore per Dio, per gli uomini, per il creato il significato della nostra vita e soprattutto della nostra morte, ricolma di gioiosa speranza, perché essa conduce alle porte del Paradiso. glio del 1877, precisamente il 22 luglio, quando aveva visitato Assisi, trovandosi a Perugia come commissario per gli esami della licenza liceale di quella città (Epist. XI, 53). L’estate era nel suo pieno calore; nei campi si lavorava e si cantavano canti d’amore. Nelle parole del canto umbro il poeta cerca un eco, una traccia della parola del santo, “la tua parola”, e nel cielo dell’Umbria un riflesso del volto di Lui, “la tua faccia”, la faccia di Francesco morente e risorto. Nelle due terzine si completa la fusione tra il paesaggio umbro e la figura del santo. Il paesaggio è riempito dalla sua presenza. Francesco si staglia alto e diritto con le braccia aperte sull’orizzonte dei monti come alle porte del Paradiso in un mite solitario alto splendore e canta a Dio e lo loda “per nostra corporal sorella morte”. La spiritualità di Francesco si diffonde nella bellezza del paesaggio e nella luce. Francesco non è nel paesaggio, è lui stesso il paesaggio dell’Umbria. È importante tuttavia notare che il Carducci si rivolge a Francesco, l’unico poeta che ha definito la morte “nostra sorella”, e trasformi il trapasso di Francesco in un trionfo di luce,
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