8 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 Rilettura della vita di San Francesco: Giosuè Carducci Anche il laico ed anticlericale Carducci sentì il fascino di San Francesco ed a lui dedicò questo sonetto dal titolo “San Francesco o Santa Maria degli Angeli”. Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia Questa cupola bella del Vignola Dove incrociando a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! E luglio ferve e il canto d’amor vola Nel pian laborïoso. Oh che una traccia Diami il canto umbro de la tua parola, L’umbro cielo mi dia de la tua faccia! Su l’orizzonte del montan paese, Nel mite solitario alto splendore, Qual del tuo paradiso in su le porte, Ti vegga io dritto con le braccia tese Cantando a Dio — Laudato sia, signore, Per nostra corporal sorella morte! Il sonetto, inserito nella raccolta Rime Nuove, è un esempio magistrale di come il poeta profano e paganeggiante riesca a cogliere la novità della morte di Francesco, proiettandolo poi risorto e vivo nel paesaggio dell’Umbria. Nella prima quartina egli si rivolge a Francesco, si sintonizza con lui e lo sente come un fratello; rivede nella pianura di Assisi la bella cupola di Santa Maria degli Angeli, nella quale è contenuta la cappella della Porziuncola, ai tempi di Francesco una capanna ove egli volle morire, nudo sulla nuda terra, incrociando nell’agonia le braccia. Lo descrive nello scandalo della sua morte gioiosa. Francesco muore sulla «terra sola», nudo, nella povertà totale: povertà che non è rito, perché è fede; povertà che è umiltà, e non è posa: perché è gioia. Nella seconda quartina il poeta precisa il tempo della sua prima ispirazione. Era il lugura di Cristo a quella di Francesco, anche lui “sol oriens” (Cfr. Par. XI, 54), sole primaverile che sorge per far rifiorire la terra, e con una punta polemica indica che la povertà scelta da Francesco come sposa deve essere stile di vita per tutta la Chiesa, tentata dalla mondanità e dalla ricchezza. La figura di Francesco, oltre che dalle nozze con madonna povertà alla presenza del padre e del vescovo, è caratterizzata anche dal suo incessante movimento, da Assisi a Roma per ottenere i due primi “sigilli” o approvazioni al suo movimento religioso, lui “pusillo” sì, cioè umile e guardato addirittura con disprezzo, ma “regalmente” (Par. XI, 91) come un re espone la sua dura regola a Innocenzo III, e come un “archimandrita” (Par. XI, 99) ossia come il primo tra i pastori di anime, davanti al Papa Onorio III ottiene la definitiva approvazione al suo Ordine; dall’Italia va in Egitto per tentare di convertire il Sultano, dall’Egitto rientra nuovamente in Italia all’eremo della Verna, dove “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo” (Par. XI, 106.107), ossia le stigmate che lo configurarono a Cristo. Francesco è presentato da Dante assieme a San Domenico come un santo attivo, un “campione”, ossia un lottatore innamorato di Cristo, della Chiesa, della povertà gioiosa alla quale fu fedele fino alla morte, spirando nel suo grembo “e al suo corpo non volle altra bara” (Par. XI, 117) esprimendo ai suoi frati il desiderio di essere sepolto nudo nella nuda terra. Dante vedrà con i suoi occhi Francesco nella mistica rosa del Paradiso, in una posizione di rilievo nella linea di demarcazione dei santi che segnano la distinzione fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento: proprio sotto il trono del grande Giovanni Battista c’è Francesco e sotto di lui San Benedetto e Sant’Agostino e via via altri santi scendendo di giro in giro. Questa visione significa che Dante ritiene Francesco il santo più importante della storia del cristianesimo, più di San Benedetto e di Sant’Agostino.
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