La Scuola e l'Uomo - n. 9-10- Settembre-Ottobre - 2024

La Scuola e l'Uomo - n. 9-10- Settembre-Ottobre - 2024

Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024

Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Autorizzazione del tribunale di Roma n. 452 in data 11 febbraio 1949 DIRETTORE Rosalba Candela DIRETTORE RESPONSABILE Pasquale MARRO COMITATO REDAZIONALE Giuseppe CHIAROMONTE Maria Luisa LAGANI Caterina SPEZZANO Fabrizio ZAGO COORDINATORE DI REDAZIONE Elena FAZI PROGETTO GRAFICO Luigi GAGLIARDI Tel. 06 6875584 Presidenza: presidenza@uciim.it Segreteria: segreteria@uciim.it Tesseramento: tesseramento@uciim.it Redazione: redazione@uciim.it Amministrazione: amministrazione@uciim.it Consulenza: consulenza@uciim.it Webmaster: webmaster@uciim.it Sito internet: www.uciim.it Banca Intesa San Paolo IBAN IT56 A030 6909 6061 0000 0071 210 Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma In omaggio ai soci dell’UCIIM Questo numero è stato chiuso il 30 novembre 2024 ISSN 0036-987X SOMMARIO Editoriale - Rosalba Candela, Maria Chiara Bazan, Maria Vittoria Pomili LA PAROLA ALLA SCUOLA MILITANTE 1 4 Spiritualità - P. Giuseppe Oddone LA CHIESA IN PREGHIERA LA SCUOLA E L’UOMO Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 RUBRICHE LO SCAFFALE Redazione 44 Questo numero è stato chiuso il 30 ottobre 2024 40 Lettera testamento di Sammy Basso LA MIA VITA, UN DONO DI DIO 8 Luciano Corradini SCUOLA E FAMIGLIE DEBOLEZZA E FORZA DELLE CONVERGENZE 42 Marcella Paggetti GRAZIE, SILVIA 37 Emanuele Sfregola LA QUESTIONE DEMOGRAFICA 31 Annamaria Rondini SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI IN ITALIA 20 Fabrizio Zago L’EDUCAZIONE CIVICA NELLA SCUOLA: RIFLESSIONI SULLE NUOVE LINEE GUIDA 25 Maria Laura Sadolfo PROGETTO «365 PAROLA D’ORDINE BENESSERE» 23 Roberto Ricci L’OGGETTIVITÀ DEI DATI PER GETTARE IL CUORE OLTRE L’OSTACOLO 15 Pier Cesare Rivoltella QUANDO LA RELAZIONE È MUTA. SFIDE E TENTAZIONI DELLA SCUOLA DI OGGI

1 Editoriale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Differenziata (Legge 86/2024) a cui mancano i decreti attuativi. Occorre attendere la determinazione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni). Nell’elenco di tali LEP la scuola è citata due volte: lettera a) norme generali sull’istruzione; lettera d) istruzione. Sarebbe drammatico differenziare le procedure di reclutamento, gli stipendi, gli orari e le norme contrattuali, che potrebbero divenire differenti su base regionale. Occorre un vero confronto con l’art. 117 della Costituzione italiana. Da notare anche lo Ius Scholae, concesso a chi porta a termine un percorso scolastico di 10 anni: non approvato. Abbiamo chiesto in merito il parere di due nostre socie, Dirigenti Scolastiche nella scuola secondaria di 2° la prima e in un Istituto Comprensivo la seconda, che ringraziamo. L’ anno scolastico in corso è iniziato con le seguenti novità normative: Nuove Linee Guida per l’insegnamento dell’Educazione civica; Divieto dello smartphone in classe, anche per scopi didattici, nel primo ciclo di istruzione: scuole primarie e medie; riforma degli istituti tecnici e professionali (4+2) in collegamento con gli ITS; formazione incentivata degli insegnanti (30 ore di formazione retribuite) che svolgono funzioni di supporto e di coordinamento; voto di condotta (con bocciatura se sotto il 6), giudizi sintetici nella primaria, lezioni extra di italiano per gli alunni stranieri neoarrivati. Sono in fase di revisione le «Indicazioni nazionali». Da notare anche leggi dello Stato che, se portate a compimento, possono incidere sulla scuola, per esempio l’Autonomia LA PAROLA ALLA SCUOLA MILITANTE La legislazione attuale Rosalba Candela, Presidente nazionale UCIIM

2 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Editoriale Lo scorso 18 ottobre si è tenuto a Roma in sede UCIIM il convegno «Scuola e famiglie. La forza delle convergenze» organizzato dal Tavolo Scuola Famiglie in Dialogo. Il Tavolo è nato dall’esigenza di una vera partnership educativa tra scuola e famiglia, fondata sulla condivisione dei valori e su una fattiva collaborazione delle parti come indicato nei Decreti Delegati del 1974. A 50 anni da allora i membri del tavolo sono convinti che la scuola sia una «Comunità Educante» e che la sfida essenziale sia riuscire a realizzare quel «patto educativo tra insegnanti, studenti e genitori» che non sia solo una carta in più da firmare all’atto dell’iscrizione ma un’alleanza costruita insieme. Interessanti le testimonianze offerte dai vari relatori che ci hanno aperto uno sguardo sulla realtà e sulle aspettative del mondo scolastico. Le nuove «Linee Guida per l’insegnamento dell’Educazione civica», approvate dal ministro Valditara con decreto n. 183 del 7 settembre 2024, hanno sostanzialmente confermato il lavoro che i docenti hanno messo in atto in questi ultimi quattro anni, da quando all’educazione civica (insegnamento che prevede almeno 33 ore annue) è stata attribuita una valutazione da inserire in pagella. Nell’arco delle 33 ore annuali i docenti potranno proporre attività che sviluppino con sistematicità conoscenze, abilità e competenze relative all’educazione alla cittadinanza, all’educazione alla salute e al benessere psicofisico e al contrasto delle dipendenze, all’educazione ambientale, all’educazione finanziaria, all’educazione stradale, all’educazione digitale e all’educazione al rispetto e ai nuclei fondamentali che saranno oggetto di ulteriore approfondimento, di riflessione e ricerca in unità didattiche di singoli docenti e in unità di apprendimento e moduli interdisciplinari trasversali condivisi da più docenti. Il fatto positivo, secondo me, è il lavoro che i docenti sono tenuti a effettuare dovendo concordare le attività da proporre; qualche perplessità rimane sulle modalità utilizzate dai vari consigli di classe per attribuire la valutazione. Sulla regolamentazione dell’uso dello smartphone, ricordo che nei miei primi anni di dirigenza raccomandavo a studenti e insegnanti di tenere spento il cellulare a scuola anche se la normativa non lo prevedeva, facendo riferimento al patto di corresponsabilità tra scuola e famiglia. È evidente che alcune norme sono state create per tentare di ridurre gli effetti negativi di strumenti che sono ormai a disposizione di tutti. Trovo utile il tentativo di bloccare/regolamentare l’uso dello smartphone perché la scuola è luogo privilegiato dove imparare a vivere relazioni positive «in presenza». È corretto a mio parere dare il necessario valore al voto di comportamento; ricordo, infatti, che c’è stato un tempo in cui non c’era alcun legame tra profitto e condotta. Per quanto riguarda l’effettuazione di lavori socialmente utili al posto della sospensione, si prende atto di una modalità che alcune scuole hanno già sperimentato positivamente da anni. In riferimento all’insegnamento agli alunni stranieri ben venga la possibilità di formare docenti specializzati per l’insegnamento dell’italiano L2. Ho sempre apprezzato il fatto che la scuola italiana apra le porte ai minori stranieri neoarrivati inserendoli subito in classe; sappiamo infatti come i ragazzi imparino più velocemente se inseriti in gruppi con studenti di pari età. Resta aperto il tema della cittadinanza (ius scholae) che è stato oggetto di dibattito a livello politico nei mesi scorsi e che merita opportuno approfondimento. In merito alla formazione dei docenti trovo interessante la modalità della FOVI (formazione volontaria incentivata) che è già stata utilizzata da INDIRE per formare i tutor dell’orientamento e il docente orientatore, così come previsto dalle linee guida per l’orientamento (D.M. 328 del 22/12/2022). La Qualche osservazione sulle novità legislative-a.s. 2024-25 Maria Chiara Bazan, presidente regione UCIIM Veneto

3 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Editoriale modalità online e asincrona dà la possibilità a molti docenti di usufruire di questa formazione, anche se personalmente preferisco la modalità «in presenza». Rispetto alle cosiddette figure di sistema, ritengo che il dirigente debba avere strumenti adeguati a valorizzarle, sia incentivandole economicamente, sia attribuendo cattedre con orario ridotto, anche potendo utilizzare in modo proficuo l’organico di potenziamento. Sulla riforma degli istituti tecnici e professionali (4+2) in collegamento con gli ITS, quest’anno è partita la sperimentazione in alcuni istituti che prevede la frequenza di un ITS Academy (2 anni) dopo 4 anni di formazione professionale. Sarà interessante verificare fra un paio di anni i risultati di questa sperimentazione. Ricordo che qualche anno fa si era sperimentato la riduzione a 4 anni sia dei licei, sia degli istituti tecnici in linea con la durata delle scuole italiane all’estero. Mi auguro che a breve si possano conoscere i risultati di tutte queste sperimentazioni. Il 16 ottobre scorso è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge n. 150 del 1° ottobre 2024 che entrerà in vigore il giorno 31 e riguardante la riforma del voto in condotta e dei giudizi sintetici alla scuola primaria. La Riforma tanto preannunciata e che tanto si attendeva visto l’ormai avvio dell’anno scolastico, introduce nuovamente i giudizi sintetici abbandonando difatti i livelli introdotti dalla precedente riforma del 2020 e a cui i docenti si erano ormai abituati. Ricordo a quanti corsi, webinar, etc… aveva partecipato il personale docente proprio perché una valutazione apparentemente più complessa e realizzata in corso d’opera quando già si era in procinto di pubblicare le pagelle del primo quadrimestre. Ricordo ancora le azioni formative e informative dirette ai genitori che poco comprendevano quella valutazione. Siamo di nuovo a un ennesimo giro di boa? Direi di no. A seguito proprio della precedente riforma sulla valutazione, i docenti hanno avuto modo di approfondire il valore dell’osservazione, di cosa significasse un apprendimento in fase di prima acquisizione, saper distinguere la situazione nota da quella non nota. Un bagaglio di conoscenze che anche con questa riforma sapranno sicuramente far emergere. I giudizi sintetici in realtà traducono quanto di prezioso la scuola da sempre realizza a partire dall’osservazione. E allora cosa cambia? Cambia il rapporto con la famiglia proprio perché mira a semplificare la comunicazione dei risultati scolastici, rendendola più chiara e trasparente. Garantisce, inoltre, ai team docenti di poter rendere più agile il loro lavoro di osservazione che non perché espresso in forma sintetica, viene meno. Lo stesso Ministro Valditara ha sottolineato che per garantire una maggiore chiarezza e trasparenza, i giudizi (soprattutto nelle ipotesi di valutazioni insufficienti o gravemente insufficienti) dovranno essere integrati da una descrizione dettagliata del livello di apprendimento raggiunto dall’alunno in ciascuna disciplina. Le modalità e i tempi di attuazione della Riforma saranno poi definite da un’ordinanza ministeriale che detterà indicazioni operative alle scuole al fine di un’applicazione più aderente a quanto proposto dalla legge. Per l’esperienza maturata nell’ambito della Scuola Primaria, ritengo che la riforma fosse attesa da tempo. Certamente l’auspicio è che le riforme abbiano inizio il 1° settembre e non in corso d’opera anche per dare tempo ai docenti e a tutto l’indotto scolastico (vedi registri elettronici) di poter adeguare i documenti ma anche per dare tempo a riflessioni e a un’attenta lettura delle disposizioni. Il ritorno ai giudizi sintetici nella Scuola Primaria – Legge 150 del 1/10/2024 Maria Vittoria Pomili, vicepresidente regione UCIIM Lazio

4 Padre Giuseppe Oddone, Consulente ecclesiastico nazionale UCIIM Spiritualità LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 La Chiesa in Preghiera è il 6° sussidio del Dicastero per l’evangelizzazione in preparazione al Giubileo del 2025 a cura di Monaci Certosini residenti in vari monasteri in Brasile, Argentina, Corea del Sud e Stati Uniti. Fondati da San Bruno nel 1084, questi consacrati sono dediti alla preghiera, nel silenzio, in comunità. La preghiera è infatti la vita del monaco certosino, il suo carisma e la sua vocazione; è per lui contatto abituale con Dio, incontrato nel raccoglimento, nella solitudine, nei momenti di sofferenza e di prova, è elevazione dell’anima a Lui, superconoscenza del mistero di Dio che supera ogni conoscenza umana, immersione in un abisso di luce, è attesa del Signore che viene e che verrà, opera di Dio che agisce dentro di noi, offerta di se stessi al Padre, è in sintesi un semplice e continuo atto di amore. La sorgente della preghiera È difficile riassumere e commentare la ricchezza di questo testo, la cui lettura è uno stimolo per entrare personalmente in contatto con Dio. Tutte le riflessioni sono infatti percorse da un afflato mistico, da una profondità piena di mistero nella ricerca dell’origine della preghiera della Chiesa e del credente. La vera preghiera ci è rivelata da Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote, che prendendo la natura umana ci svela l’inno eternamente cantato nelle dimore celesti, un inno che solo Lui conosce e ci può insegnare. Il Padre pronuncia una sola parola, il suo Verbo unigenito: «Tu sei mio figlio!» e la ripete in un eterno silenzio. Il Figlio l’ascolta e risponde «Abbà, Padre!». Egli è la parola totale del Padre: il Verbo non ha parole sue, è lo specchio purissimo che riflette ciò che il Padre è, immerso anche Lui nel puro silenzio dello Spirito, pieno di amore e di gioia. Forse una terzina di Dante può aiutarci a comprendere la sorgente di ogni preghiera nel cuore del mistero trinitario: O luce etterna, che sola in te sidi, sola t’intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi. (Par. XXIII, 124-126) Parafrasando: O luce eterna (la Trinità divina) che non puoi essere contenuta in nessun luogo, se non in te stessa, che comprendi pienamente ed esprimi te stessa (Padre), ed espressa da Te e nell’atto di comprendere perfettamente Te (il Verbo, il Figlio), ami e riempi di gioia! (lo Spirito Santo). Questo dialogo tra il Padre ed il Figlio, questo eterno comprendersi e «parlarsi» nell’amore, nel silenzio e nella gioia dello Spirito, costituisce tutta la vita di Dio, tutto ciò che esiste «in principio». Ma ci fu un giorno in cui Dio bussò al cuore di una fanciulla di Nazaret, chiedendole «Aprimi sorella mia, mia amica, mia colomba» (Ct. 5,2). Aprimi perché «la mia gioia è stare con i figli degli uomini». (Pr. 8,31) E Maria nella sua fede si aprì subito al messaggio divino e allora il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv. 1,14); la lode, che il Verbo canta eternamente al Padre: «Abbà!», incominciò a risuonare anche con parole umane in mezzo a noi. La preghiera è il dono che per mezzo di Maria Dio ha donato alla sua Chiesa, è quel canto celeste che ci dà la possibilità di dialogare con il Padre, che solo Gesù conosce e che Egli rivela ai piccoli che credono in Lui. Il desiderio di Dio di vivere con noi, di riveLA CHIESA IN PREGHIERA

5 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Spiritualità costruire anche un tempio storico che culmina con l’Incarnazione del Figlio nella costruzione di una casa di preghiera che è la Chiesa. Con la sua passione e risurrezione Gesù diverrà la pietra d’angolo che unisce inseparabilmente le due pareti di questo tempio, Dio e l’uomo: ogni credente è pietra viva, levigata dallo Spirito, e in questa casa può condividere il mistero stesso del Figlio, che è nella sua stessa persona preghiera continua rivolta al Padre. In Gesù Dio cerca ognuno di noi. Dobbiamo aver sete di Dio, desiderare l’incontro con Lui, sposo della Chiesa e di ogni anima credente. Ora che Cristo è venuto ha introdotto nel cuore di ogni fedele il canto eterno che Egli, mosso dallo Spirito, canta dall’eternità nelle sedi celesti «Abbà! Padre!», un canto che solo i piccoli possono imparare, perché a loro soltanto viene rivelato: un canto che è la nostalgia di Adamo peccatore, il desiderio dei profeti, velato ancora nei salmi, ma pienamente svelato a ogni anima innamorata di Cristo. Questo canto nuovo Cristo lo cantò per tutta la sua vita, in modo perfetto sulla croce, consegnando il suo Spirito al Padre, quello Spirito che anche in noi grida «Abbà!» e ci immerge nella vita e nel canto della Trinità divina. Ma solo se saremo coscienti di avere un bisogno estremo della grazia, consapevoli della nostra povertà, potremo cantare il canto nuovo che Cristo ha donato alla sua Chiesa. La liturgia canto della sposa «La chiesa nasce dalla croce pasquale: lì celebra la sua unione nuziale con lo sposo. Come dote nuziale, come pegno del suo amore e della sua unione, Cristo le ha dato se stesso in atto di offerta... le ha fatto dono della sua preghiera, di sé stesso divenuto preghiera.» (pag. 60) Riceviamo questo dono nella liturgia eucaristica, fonte e alimento della nostra preghiera personale: l’eucaristia non è un ricordo devoto di Gesù, è il nostro incontro con Gesù vivo, è oggi partecipazione alla sua larsi a noi per mezzo di Gesù è la fonte e la sorgente della preghiera. Per mezzo della silenziosa fede di Maria, la preghiera «Abbà!» del Figlio si diffonde sulla terra in ogni tempo. La preghiera si è fatta carne, visibile e tangibile, perché noi potessimo cantare prima in questo mondo e poi nel paradiso con il suo Figlio un canto eterno al Padre. Nel ventre tuo si raccese l’amore, per cui caldo ne l’eterna pace così è germinato questo fiore. (Par. XXXIII, 7-9) Nel ventre di Maria con l’incarnazione del Verbo si riaccende l’amore divino, si rinnova il dialogo fra Dio e l’uomo, e questo mistero genera la Chiesa e poi il Paradiso, l’eterna beatitudine, l’eterna preghiera. Maria è pertanto la madre della preghiera, nostra e della Chiesa, perché è madre dell’unico che sa e può pregare. Maria è forma Dei, ossia stampo di Dio in cui dobbiamo fonderci, per essere persone nuove, per vivere nella speranza, per formare il popolo di Dio e anticipare la celeste Gerusalemme. La casa della preghiera: l’universo, la Chiesa, il cuore di ogni credente Con il mistero dell’incarnazione risulta evidente che Dio vuol abitare con noi e costruire una casa di preghiera. Dio l’ha preparata, anticipata creando con la sua Parola l’universo per un atto assolutamente libero della sua volontà: se il Padre cessasse di pronunciare il suo Verbo, l’effetto del Verbo, ossia l’universo creato, non sussisterebbe, sprofonderebbe nel nulla. L’universo è pertanto un tempio cosmico, che innalza a Dio con un linguaggio silenzioso l’inno di ringraziamento che il Figlio fa risalire al Padre. L’universo intero è l’ombra del corpo del Figlio (cfr. Col. 2,17), che è il perfetto compimento di tutte le cose, è anch’esso epifania, manifestazione del Verbo divino. Ma con la creazione di Adamo Dio inizia a

6 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Spiritualità non basta se non diventa una forma stabile di tutta la nostra vita. Dobbiamo donare a Cristo senza riserve tutta la nostra persona affinché egli possa vivere la sua vita in noi, in noi ripetere «Abbà!». Solo il desiderio di essere uniti a Gesù ci può permettere di vivere in una preghiera ininterrotta. È necessario accettare di morire a noi stessi perché lui possa vivere in noi, dargli tutto ciò che siamo, perché ci risani e tutto ciò che ci è stato donato diventi di Cristo. Giorno dopo giorno dobbiamo svuotarci di noi perché Egli sia il tutto della nostra vita. Se continuo è il nostro desiderio di unirci a Cristo, continua è la nostra preghiera. Solo l’amore di Dio può dissetarci se abbiamo una sete continua di Lui. Ma anche Dio ha sete della nostra sete: è venuto ad offrirci la sua vita. Dal cuore di Cristo scaturisce il fiume di acqua viva, che placa la sete di Dio e la nostra sete. L’acqua della vita ci viene data nella misura della nostra sete, del nostro desiderio, della nostra povertà. Tuttavia anche noi nella preghiera, come Gesù sulla croce, facciamo talora esperienza del silenzio di Dio, pur conservando sempre il desiderio di vedere il suo volto, attendendo in una perseverante vigilanza il suo ritorno per aprirgli quando bussa. Questo silenzio è la necessaria purificazione di tutti gli oranti perché possano giungere alla visione di Dio. Nel silenzio Gesù modella la sua Chiesa, assimilandola alla sua passione, morte e resurrezione. Esiste un luogo dove l’attesa di Dio nel silenzio e nella povertà viene colmata: questo luogo è il deserto, ove l’uomo si scopre nella sua verità: misero, povero, cieco e nudo; lì Dio conduce la sua sposa e si rivela come sposo innamorato. Nella profondità del deserto vi è un pozzo ove Gesù estingue la nostra sete e nello stesso tempo chiede a noi «Dammi da bere». Qui possiamo sentire il sussurro di Dio che parla con una brezza leggera, quasi un bisbiglio. Qui potremo scoprire il roveto ardente della croce e della resurrezione, dove Cristo crocifisso e cena, è mangiare il suo corpo e bere il suo sangue. Cristo, il suo sacrificio, sono lì presenti, realmente, fisicamente, sotto il velo dei segni sensibili. La Pasqua di Cristo è l’unico avvenimento della storia che non passa mai, che non è inghiottito dal tempo. È un evento reale, contemporaneo a tutti gli istanti di tutti i tempi ed ogni persona può fare esperienza di Gesù Risorto, entrare in contatto con Lui. Gesù è vincitore della morte con la sua morte e ci consegna con la risurrezione la sua vita. Mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue noi viviamo in lui e per lui, concorporei con Cristo, che si completa nella sua Chiesa, formando il suo mistico corpo. L’influsso dell’eucaristia si prolunga nell’ufficio divino, preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre. Anche qui si esprime la gioia della Chiesa, associata al canto di lode che il Figlio fa salire al Padre nell’eterno silenzio della Trinità. «Beato chi abita nella tua casa! Senza fine canta le tue lodi.» (Sal. 84,5). Preghiera personale: desiderio di Dio, liturgia del cuore Gesù ci comanda una preghiera incessante. La sola unione con Cristo nella liturgia Abbà: s. m. [voce lat., dal gr. άββ ᾶ, traslitt. dell’aramaico ābā «padre»] (solo al sing.). – Qualifica che esprime una paternità spirituale, data nell’Antico Testamento ai profeti e anche a sacerdoti e maestri, in quanto inviati o ispirati da Dio; nel Nuovo Testamento il termine ricorre tre volte soltanto e sempre accompagnato dalla versione «padre». “ “

7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Spiritualità risorto arde senza consumarsi nel fuoco dello Spirito, nel fuoco dell’amore per il Padre e per noi, dove anche noi possiamo vedere il vero volto del Padre. Per concludere ci può aiutare a comprenderne il valore della preghiera una poesia di Clemente Rebora (1885-1957), scritta quando ancora non si era realizzata la sua conversione ad una vita di fede. Essa esprime il desiderio umano di aprirsi alla grazia ed il desiderio di Dio di venire a incontrarci. È l’ultima poesia (1920) dei suoi Canti anonimi, pubblicati nel 1922. Il poeta è consapevole che Dio lo cerca e che la sua grazia prima o poi lo raggiungerà: esprime in personali e struggenti immagini la sua tensione, la nostalgia di Dio, la sua attesa, la vigilanza, il silenzio, l’impercettibile polline di suono che si spande nella sua stanza per fecondare la vita, il dilatarsi delle quattro mura della sua camera in un deserto. Ma non aspetta nessuno di questa terra. Nella seconda parte Rebora dice con chiarezza che anche Dio desidera venire da lui, se persevera nell’attesa, per essere tesoro, perdono, ristoro della sua sofferenza umana e di quella divina; Egli viene tuttavia come un bisbiglio che si può captare solo nel silenzio e nel raccoglimento interiore. Dall’immagine tesa vigilo l’istante con imminenza di attesa - e non aspetto nessuno: nell’ombra accesa spio il campanello che impercettibile spande un polline di suono - e non aspetto nessuno: fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto non aspetto nessuno. Ma deve venire, verrà, se resisto a sbocciare non visto, verrà d’improvviso, quando meno l’avverto. Verrà quasi perdono di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro, verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio. P. Giuseppe Oddone

8 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Intervento di Luciano Corradini al primo convegno «Scuola e famiglie. la forza delle convergenze» Vi ringrazio della fiducia, che spero di meritare, cercando di capire e di farmi capire il meglio possibile, nonostante l’età. Vi presento, davanti allo schermo del computer con cui dialoghiamo, le copertine di alcuni miei libri, in gran parte esauriti, che citerò in bibliografia e che si possono leggere on line, cliccando il sito www.lucianocorradini.it L’impegno dell’UCIIM e del Ministero in un numero di La Scuola e l’Uomo del 1970 Per introdurre una riflessione sui cinquant’anni dai decreti delegati, comparando il clima da «movimento» iniziale, i primi entusiasmi, le difficoltà incontrate, le delusioni subite, i tentativi di resistenza alla smobilitazione, l’impegno per salvare il salvabile, adeguandolo alla stagioni che si sono susseguite, fino alla nostra, rileggo con qualche nostalgia i primi periodi dell’editoriale di un numero della rivista dell’UCIIM La Scuola e l’Uomo, del novembre 1970, intitolato «L’ora della responsabilità»: «La scuola italiana sta attraversando un momento particolarmente grave e difficile: esposta alle contestazioni d’ogni genere, sofferente per le conseguenze di un lungo abbandono, risente profondamente dei turbamenti e delle tensioni sociali che travagliano attualmente il paese. Le manifestazioni studentesche dilaganti ovunque sono, nelle intenzioni dei promotori, l’espressione di una lotta per un diverso assetto politico del paese, condotta secondo un piano preordinato e finalizzata ad esercitare una notevole pressione sull’opinione pubblica. Questo risvolto politico della situazione esige dalla scuola, che è momento razionalizzatore dell’esperienza, né smarrimento, né emozione, ma comportamento equilibrato ed educativo, malgrado le notevoli, innegabili difficoltà. Se a tanto si è giunti, lo si deve anche alla situazione della scuola, che offre troppi motivi e appigli per una contestazione di quanto in essa non è stato ancora rinnovato nelle sue strutture, nei suoi metodi, nei suoi contenuti e non per sua colpa o per sua resistenza, perché da molti anni a questa parte infinite sollecitazioni sono state rivolte proprio dalla scuola, nelle sue espressioni professionali, all’esecutivo e al legislativo perché ponessero mano alla riforma. A questo punto è necessario invertire la rotta, prima che la situazione si deteriori in modi irreparabile, chiamando a partecipare alla vita educativa della scuola coloro che, entro la società, hanno particolari responsabilità e diritti in ordine al futuro dei giovani: anche la diretta partecipazione dei genitori potrà liberare la scuola dal vicolo cieco in cui è stata confinata dalla miopia di molti politici. I genitori, infatti, non sono una categoria a parte della società, ma costituiscono la parte più attiva della società, tanto che è lecito sperare, dalla loro presenza responsabile, entro la scuola, un apporto prezioso di rinnovamento con le esigenze più valide del paese». La pagina della rivista continua con il Comunicato del Ministro Riccardo Misasi che, sulla base di un parere favorevole argomentato, anche con proposte di emendamenti - che furono accettati - della II Sezione del Consiglio Superiore della PI, comunica il testo di due circolari ministeriali uscite nello stesso giorno con la firma del Ministro, dedicate a «Consigli di genitori e di studenti e Comitati scuola e famiglia» e «Assemblee studentesche». Cito solo un passo di buona volontà e di ottimismo di Misasi:» Impegno comune della famiglia e della scuola è quello di aprire un aperto dibattito, volto ad approSCUOLA E FAMIGLIE DEBOLEZZA E FORZA DELLE CONVERGENZE Luciano Corradini, Presidente nazionale emerito dell’UCIIM

9 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 di Brescia, che era stata costituita qualche anno prima, se ben ricordo, per impulso del preside Gioletta. Fui eletto in un consiglio di una ventina di persone, con un bottino di circa 250 voti. Ricordo che promuovemmo diverse iniziative, a cominciare da incontri serali per leggere e commentare la premessa ai programmi della scuola media e per prepararci al grande evento dei decreti delegati. Alle riunioni serali nella scuola, con grande magnanimità offertaci dal preside, partecipava una trentina di persone, le più motivate. A un corso articolato in 3 incontri serali sull’educazione sessuale, promosso dall’Associazione Genitori Virgilio, parteciparono circa 200 genitori (unico insegnante, mia moglie). Con riunioni dei genitori più disponibili confezionammo qualche numero di un giornalino d’istituto («Incontri a Tre»). Quando giunse finalmente il gran giorno delle elezioni per gli organi collegiali, sostenemmo con entusiasmo le relative operazioni. Chi fra noi fu eletto, partecipò ai consigli di classe e al consiglio d’istituto, spingendosi fino a chiedere che i genitori potessero assistere a qualche lezione (ottenendo la reazione allarmata dei docenti, per cui ritirammo a proposta in buon ordine). Complementarità e non alternatività fra associazionismo e partecipazione istituzionalizzata Eletti gli organi collegiali, l’Associazione Genitori Virgilio di fatto si sciolse, perché ci parve d’aver raggiunto l’obiettivo e di poter finalmente lavorare in strutture per natura loro dialogiche e in parte decisionali, nei consigli di classe e nei consigli d’istituto. La partecipazione di tutti i «soci» dell’associazione era ora garantita dall’assemblea generale prevista dalla legge, per i genitori come per gli studenti. Queste erano ormai le sedi ufficiali di comunicazione e di partecipazione alla gestione della scuola e qui bisognava impegnarsi: la legge ci aveva dato «la bicicletta» e con questa bisognava «pedalare». Non vedevamo una ragione valida per moltiplicare le riunioni, in sede associativa e in sede istituzionale, dato che l’istanza partecipativa e l’istanza rappresentativa finivano fondire criticamente la problematica pedagogica e a definire consapevolmente le reciproche responsabilità a livello di riflessione, di programmazione e di verifica. Pertanto, in tutte le situazioni in cui non esista da parte della famiglia la consapevolezza di tale precisa corresponsabilità pedagogica, è compito della Scuola promuoverla e sostenerla come condizione necessaria del realizzarsi della scuola stessa come istituto educativo». Prevedeva poi un «Comitato scuola e famiglia» sperimentale, che doveva essere considerato un organo deliberativo per le questioni relative all’assistenza scolastica e sanitaria e alle attività parascolastiche: di qui è iniziato il percorso che avrebbe portato alla legge delega e ai decreti delegati del ’74. Ricordo che Luigi Macario, allora segretario generale dei Metalmeccanici (FIM) mi diede un passaggio in macchina e mi disse: «o i decreti delegati o il caos». Tornando a casa dissi questa cosa a tavola con mio figlio che faceva allora la scuola media mi chiese:» Papi, ma sei anche tu un decreto delegato?» In effetti in quegli anni io m’impegnai su tutti i fronti, sia a livello locale, a Brescia, sia a livello nazionale, dove fui invitato come relatore dal Vicariato di Roma, dal card. Poletti, sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, nell’Auditorium dell’Università pontificia urbaniana, e a Firenze per iniziativa della Democrazia cristiana, nel sottogruppo di un grande convegno nazionale presieduto dall’on Maria Badaloni, che fu poi anche presidente della commissione parlamentare che scrisse i decreti delegati. Ne ho parlato nell’intervento intitolato «Dal Risorgimento a Cittadinanza e Costituzione, sul filo della memoria», contenuto nel volume intitolato 150 anni di Scuola italiana per l’Unità, a cura di Pasquale Marro, edito dall’UCIIM e dall’AIMC, nel convegno nazionale 8-10 aprile 2011, a cui parteciparono quasi tutti i ministri e i sottosegretari allora viventi. La prima stagione dei decreti delegati in una scuola media di Brescia Quando entrarono in vigore i decreti delegati nel 1974 io ero presidente dell’Associazione genitori della scuola media Virgilio

10 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 ideologica di tale associazione, che pretendeva di rappresentare tutti gli studenti della scuola in questione. E non avevano tutti i torti, se non quello di rendere difficile la ricerca di soluzioni alternative alla «privatizzazione del pubblico». Si contribuì a fare un poco di chiarezza nel congresso nazionale dell’UCIIM del 1966, quando si distinse fra circoli, clubs o associazioni, ossia aggregazioni sociali che si costituiscono spontaneamente fuori o dentro la scuola e rappresentano sé stessi, senza pretendere la bandiera e il nome dell’istituto, e ancora ipotetici organismi rappresentativi studenteschi (ORS), pensati nella prospettiva di una loro istituzionalizzazione per legge, come organi dell’istituto scolastico. Il Ministro Gui nel 1967, accompagnato a Reggio dal’on. Ermanno Dossetti, apprezzò la distinzione e la proposta, ma sul punto di decidere di istituzionalizzare gli ORS trovò la decisa opposizione da parte dell’agguerrita pattuglia ciellina, che aveva «santi in paradiso». Ora queste storiche barriere sono state abbattute. Dopo l’esplosione delle assemblee, legittimate con qualche imbarazzo da una serie di circolari ministeriali, arrivarono, come ho ricordato, i decreti delegati, che ripensarono «lo stato giuridico dei docenti», in un quadro di partecipazione delle tre componenti scolastiche (nelle superiori) e anche delle «forze sociali», a livello di distretto. In molte altre città le cose erano andate in altro modo. Movimenti giovanili dei partiti e associazioni studentesche s’impegnarono infatti ad animare (talora a sobillare!) le scuole: alcuni gruppi più politicizzati negarono la logica rappresentativa, ponendosi in atteggiamento conflittuale con le istituzioni, per impegnarsi solo in assemblee «indipendenti e sovrane» (!); altri sostennero la partecipazione attraverso le rappresentanze studentesche. Con diversi stili di lavoro, associazioni, partiti e gruppi spontanei s’impegnarono a promuovere la formazione dei giovani alla partecipazione scolastica attraverso «ciclostilati in proprio», giornalini, incontri settimanali e campi scuola. Quanto alle modalità elettorali, alcuni sostenevano le elezioni per liste, altri per classi. Qualcosa di simile successe anche nel per coincidere nelle stesse persone. A distanza di tempo dobbiamo chiederci se è proprio vero che la partecipazione istituzionale possa dare i suoi frutti di collaborazione educativa e di partecipazione alla vita scolastica, senza avvalersi dell’apporto di canali di alimentazione capaci di veicolare informazioni, idee, motivazioni: tanto più che gli strumenti di partecipazione del ‘74 si sono rivelati complicati e spesso poco gratificanti. Personalmente non ignoravo le ragioni, le caratteristiche e le funzioni che dovrebbe esercitare un’associazione di genitori, tanto è vero che ero stato tra i fondatori dell’AGe, a Reggio Emilia, fra il ’68 e il ’70. Quest’associazione aveva però carattere cittadino: ben presto si collegò con altre sezioni in una rete di tipo nazionale, come dimostra lo scambio di lettere che ebbi col fondatore romano dell’AGe dott. Ennio Rosini: avevamo prospettive di ampio e lungo respiro e volontà di servizio nei riguardi dei genitori e dei docenti di tutte le scuole, al di là delle pur importanti vicende delle singole scuole. Come per la vita d’insegnante mi trovai ad aderire a un’associazione professionale, nel mio caso l’UCIIM, per la vita di genitore m’impegnai nell’AGe e mi diedi anche da fare per favorire la nascita e lo sviluppo di un’associazione di studenti, l’USM, Unione studenti medi, a livello cittadino. Di fronte ai timori e alle fughe in avanti, dovute per lo più a disinformazione, le associazioni si assumevano il compito di studiare e di animare il contesto scolastico, per superare burocratismi e conflittualità, prevaricazioni e demotivazioni. Analogie col mondo studentesco: dalle associazioni uniche agli organismi rappresentativi Sul versante studentesco ricordo ancora, per cogliere «allo stato nascente», la dialettica fra associazionismo e partecipazione istituzionale, la lunga querelle che si dovette affrontare a Milano negli anni ’60, quando, per iniziativa di gruppi di studenti, sorsero in alcune scuole superiori le «associazioni uniche d’istituto». I giovani di Comunione e Liberazione, avendo deciso di non parteciparvi, denunciarono la natura privatistica e

11 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 È fisiologico un sistema partecipativo che veda la complementarità e la reciproca valorizzazione, non l’alternativa e nemmeno la sovrapposizione confusionaria fra associazioni e organi istituzionali della scuola. Nei periodi di grandi tensioni ideologiche, di mali imminenti o di beni a portata di mano, si trova la forza di mettere insieme associazioni di questo tipo e di sostenere e valorizzare la partecipazione scolastica. A qualche nobile minoranza efficiente e tenace, la cosa riesce anche in questa situazione paludosa, su entrambi i versanti. Ma il «lucro cessante e il danno emergente» per il tempo impiegato e gli scarsi risultati ottenuti sul piano formativo e sociale rendono quasi eroica questa partecipazione associativa di carattere promozionale e la stessa partecipazione educativa e gestionale nella scuola. Riscoprire oggi, anche in forma testimoniale, le parole forti degli anni ‘70 E tuttavia il coraggio uno se lo deve dare, perché situazioni educative e sociali attorcigliate e depressive come quelle che sta vivendo gran parte della nostra società, sul mondo dei genitori. I due principali raggruppamenti, AGe e CGD, erano espressione di visioni sociopolitiche diverse, ma non tanto da determinare ovunque spaccature. Talora si presentarono alle elezioni in liste contrapposte, talora in liste unitarie. Gruppi di riferimento e organi collegiali I gruppi di riferimento non sono scomparsi, dopo l’avvento degli organi collegiali, ma si sono sviluppati sul territorio nazionale, articolandosi in forme federative, aventi maggiore o minore forza di aggregazione e di elaborazione di proposte. Essi tengono in certo senso il posto che i partiti hanno nell’elaborazione dei programmi e nell’organizzazione delle elezioni amministrative e politiche. L’analogia è però piuttosto debole, perché le associazioni di genitori e di studenti (i docenti hanno, oltre a più anziane associazioni anche sindacati di categoria), per quanto importanti per la vita della scuola, non dispongono in Italia di una forza numerica, di un sostegno pubblico e di una capillarità che siano paragonabili a quello che accade in altri paesi europei. Le associazioni di genitori e quelle degli studenti, anche con i limiti attuali, hanno ottenuto qualche forma di legittimazione ministeriale, attraverso i rispettivi forum, a livello nazionale e locale. Si tratta di una ancor debole forma di riconoscimento di funzioni pubbliche esercitate da soggetti sociali sul piano del volontariato, analoghe a quelle che si svolgono nella scuola attraverso la partecipazione agli organi collegiali. Senza di loro però molte buone cose non si sarebbero fatte e non si farebbero. Sarebbe perciò auspicabile una maggior pubblicizzazione delle loro riunioni e delle iniziative realizzate, e un rilancio politico delle «formazioni sociali» di cui parla la Costituzione. Per quanto riguarda gli studenti, mi limito a ricordare che il famoso Statuto delle studentesse e degli studenti non avrebbe forse visto la luce, senza una interlocuzione forte del Ministro con il forum delle associazioni studentesche, che ora affiancano, senza confusione di ruoli, gli organi collegiali e le consulte, talora anche nelle scuole e non solo a livello provinciale e nazionale.

12 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 per trasferirmi a Roma, nel 1991, sulla cattedra di Pedagogia lasciata dallo stesso Laeng che andava in pensione. L’articolo uscì poi il 1992 nel V volume dell’E.C. Riconoscevo che la partecipazione sembrava portare nuova linfa e quindi una nuova stagione di vitalità nella scuola. Queste spinte hanno allora determinato la nascita di fronti interni alla scuola dando luogo a conflitti ideologici e corporativi incapaci di produrre quel correlativo mutamento di ruoli che costituisce la legittimazione ideale della partecipazione scolastica col relativo mutamento dei ruoli, in termini di libertà, di giustizia e di qualità della vita scolastica. È così che sono state elaborate le idee di comunità scolastica, di gestione sociale della scuola, di autogestione scolastica, idee che hanno trovato spazio nella legislazione di quasi tutti i paesi occidentali, nate per dare efficacia all’istanza di partecipazione interpretate in chiave più o meno radicale. Tali idee si sono rivelate notevolmente complesse e scarsamente realizzabili nella trama degli organi collegiali previsti dai decreti delegati, sicché il principio stesso della partecipazione per quanto più duttile e dinamico delle idee a cui ha dato origine, ha finito per perdere buona parte del prestigio quasi taumaturgico di cui ha goduto nella stagione del Movimento dal ’68 al ’75. Si pensi ai versi della canzone di Giorgio Gaber del 1972 «la libertà è partecipazione». Al di là delle posizioni ideologiche e/o affettive e delle forme giuridiche contingenti, il principio di partecipazione si è rivelato da un lato un buon analizzatore del sistema scolastico nei suoi diversi aspetti, dall’altro una risorsa energetica di cui la scuola sembra non poter fare a meno per legittimarsi socialmente e per attuare processi di trasformazione. Per essere concreti, occorre rispondere alle domande: chi partecipa a che cosa, perché, come, dove, quando, con quali limiti e con quali risultati? Le risposte non possono essere che plurime e graduate, dipendendo non solo da fattori sociologici, psicologici e istituzionali, ma in sintesi da fattori pedagogici, relativi cioè alla valutazione dell’opportunità e dell’efficacia educative delle singole operazioni. Si tratta di considerare a quali condizioni la partecipazione scolastica non solo è richiesta, non solo è compatibile con piano etico e politico, non richiedono solo indignazione e auspici, ma anche investimenti di energie personali. Dal lungo stallo istituzionale, che non apprezza le «forze intermedie», si dovrebbe prima o poi uscire, se si cominciasse a porre di nuovo il problema della partecipazione in termini pedagogici e politici da un lato e di cittadinanza attiva dall’altro. L’informatica non fa miracoli, ma dovrebbe aiutare a fare quello che si fa in altri paesi europei: reti di «sostegno» i cui nodi siano soggetti sociali attivi e responsabili, come i responsabili delle associazioni da un lato e i membri dei consigli di classe e d’istituto dall’altro: sarebbe questo un modo per evitare le frane e gli smottamenti che affliggono non solo il nostro territorio, ma anche, e non solo metaforicamente, molte nostre scuole. La pedagogia della partecipazione riconosce questo valore non solo come un fine costituzionale (art.3), ma anche come un metodo che dev’essere il più possibile coerente col pieno sviluppo della persona umana in tutto il percorso della vita scolastica. Bisogna ricordare che la rete degli organi collegiali è costata molto cara alle generazioni precedenti, così come la costruzione di autostrade e ferrovie e di canali d’irrigazione. Queste non servono a nulla, o diventano pericolose, se non si sa dove andare, ma sono indispensabili, se si vuole «sortirne insieme». «Insieme» non si riferisce solo a quelli che conosciamo già, a quelli che sono simpatici e non ci danno fastidio. La comunità scolastica voluta dalla legge non è né già fatta, né impossibile, né inutile. L’impoverimento non solo economico ecologico, biologico, climatico, demografico, etico, ideale, che stiamo vivendo richiede una riscoperta, una risignificazione dei principi e dei valori su cui si reggono la Costituzione, la Repubblica, la Dichiarazione Universale dei diritti umani e tutti gli organismi internazionali. La Rivista Nuova Secondaria che ho citato prima pubblicò l’articolo Partecipazione scolastica che avevo fatto per la Enciclopedia Pedagogica diretta da Mauro Laeng, proprio quando stavo lasciando la Statale di Milano

13 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 la predisposizione di quegli atti che rendono efficaci le scelte educative, didattiche, programmatiche, politiche ai diversi livelli. In questi anni gli insegnanti si sono resi sempre più consapevoli delle condizioni che rendono possibile il momento educativo e si sono resi più o meno disponibili ad aspettare e a vivere le connessioni tra l’insegnamento apprendimento caratterizzanti in senso stretto il compito specifico della scuola: gli aspetti psicologici motivazionali, sociali e politici legati ai ruoli scolastici e le operazioni informativo comunicative e organizzative ed esecutive da cui dipende la qualità dell’esperienza scolastica». I singoli genitori e studenti si sono sentiti inizialmente motivati, o partecipando a incontri e a formazione di liste elettorali ispirate a particolari ideali politici o educativi o alla formazione di liste, che facevano riferimento o al più neutro criterio delle classi di appartenenza dei ragazzi. Se tra i genitori e tra gli studenti non si stabiliscono contatti basati su un minimo di condivisione e di fiducia, se non funziona il reciproco ascolto tra gli insegnanti e gli studenti, insegnanti e genitori, è difficile riuscire a tenere insieme un’assemblea di classe o fare un’assemblea di istituto come si pensava una volta, quando si provò a fare una mappa di momenti assembleari e di comitati di secondo livello. Rinvio per questo ai miei libri «La comunità incompiuta» e «Dialogo pedagogico e partecipazione scolastica», leggibili nel sito citato, in cui ci sono concrete analisi basate su ricerche empiriche. Vi mostro questo libretto «Le assemblee studentesche e la democrazia scolastica», che è il frutto di una ricerca empirica fatta in tutte le scuole superiori di Reggio Emilia, edito dall’allora nostra Editrice MCD, Movimento Circoli della Didattica, in cui confluivano docenti cattolici e laici. Da insegnante m’impegnavo a pagare al Municipio un piccola somma per garantire la presenza di un vigile del fuoco nel Teatro municipale, durante le assemblee, naturalmente con l’accordo permissivo del preside del mio Istituto Magistrale. È stata questa una fase importante per la regolarizzazione istituzionale delle assemblee studentesche, ma poi è stato difficile trovare delle modalità il funzionamento del sistema scolastico, ma è un valore educativo da sostenere anche a costo di sacrificare altri valori tradizionalmente più legati alla produttività scolastica». Come valutare il famoso merito, che il prof. Valditara, nominato al vertice della Minerva dalla presidente Giorgia Meloni, ha voluto inserire nella denominazione del ministero dell’Istruzione? È di un solo tipo? Se la mentalità politica si mostra in genere più sensibile alle domande di partecipazione cercando soluzioni che garantiscano certe presenze laddove si determinano pressioni volte a superare estraneità avvertite come ingiuste esclusioni, se la mentalità amministrativa si mostra in genere preoccupata dalla compatibilità di queste presenze con la regolarità delle procedure richieste per governare i processi di insegnamento e di apprendimento, la mentalità pedagogica tende invece a preoccuparsi del tono del rapporto educativo e della sua capacità di stimolare le risorse dei ragazzi, ma non solo, in vista di una crescita intellettuale, culturale e globalmente personale e sociale. Una pedagogia della partecipazione non può certo prescindere dalle istanze politiche e dalle istanze amministrative, organizzative, ma deve prepararsi ad interagire con queste sulla base del proprio specifico punto di vista. Se l’educazione è una relazione reciprocamente maturativa in cui si giocano e si mettono a disposizione conoscenze e abilità acquisite in vista di conoscenze, competenze e abilità nuove e da acquisire, questa relazione assume valore fondante, ed è in rapporto a questa che vanno individuati, distinti e collegati in momenti e contenuti in cui si articola la scuola, non solo nella classe tradizionalmente intesa. Il momento «educazionale» incrocio fra direzione e organizzazione educativa tipico del consiglio di istituto e di una «Dirigenza umanistica Ragione e sentimento per una governance strategica delle istituzioni scolastiche», per citare il recente libro di Ottavio Fattorini. Questa include, con riferimento alla tematica programmatoria dei servizi scolastici, il momento politico specifico dei rappresentanti degli enti locali e dello Stato abilitati a compiere le scelte di fondo, e il momento amministrativo consistente nel-

14 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 UCIIM Emilia Romagna, DS Emilia Romagna, relatore Corradini, presidente Gianluigi Spada, Direttore dell’Ufficio Scolastico provinciale. È un documento elaborato insieme: è archeologia come le altre cose degli ammi’70. Sono però problemi e tentativi di risolverli che assomigliano a quelli di oggi, che sono più complicati perché abbiamo due guerre, quella dovuta all’occupazione militare della Russia in Ucraina e quella che Israele, per difendersi dai terroristi di Hamas, sta conducendo contro diversi nemici che ne contestano l’esistenza. Abbiamo un debito pubblico che è cresciuto, come la povertà, abbiamo due coalizioni partitiche, una al governo e l’altra all’opposizione, che litigano, si combattono non riuscendo a unire e forze neanche sulle questioni dell’Agenda 2030 dell’ONU, che pure è materia di studio, come la Costituzione e la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Oggi in troppi luoghi è quasi scomparsa l’idea della dignità della persona umana, del valore dei diritti umani, della machinery di Trattati internazionali e delle Corti internazionali ed europee, a cui ci siamo vincolati, anche in virtù degli articoli 10 e 11 della nostra Costituzione. Si è detto che noi appartenenti alle associazioni professionali d’insegnanti di genitori e di studenti non siamo «partitici» ma dobbiamo essere politici, la polis è la città che ci interessa. Allora siamo nelle emergenze, qui oggi c’è il sole ma stamattina pioveva che Dio la mandava e allora domani ci sarà ancora brutto tempo. Agire in queste condizioni vuol dire mettersi gli stivali di gomma vabbè scusate l’idea è questa: se ci crediamo la speranza è l’anno giubilare del Papa Francesco che deve interessare anche ai nostri colleghi laici. Di destra e di sinistra, ma almeno un poco, fratelli tutti. Grazie. che fossero compatibili con i tempi, con la disponibilità degli insegnanti, con la reciproca fiducia. La conclusione è questa: bisogna che ci si renda conto che non è più il tempo della partecipazione allo stato nascente come avrebbe detto Alberoni. Si è a lungo parlato di riflusso dopo l’ondata partecipativa, c’è stata la stagione del terrorismo, nel periodo che, da un volume di Sergio Zavoli, è stato chiamato La notte della Repubblica con tutti i guai che sappiamo. Ora sto facendo varie letture, che possono esserci utili. Nei giorni scorsi nella Cattolica di Brescia è stato presentato, da parte di Domenico Simeone, che è anche Direttore di una cattedra Unesco, «Il patto educativo globale», che è nato da un’idea di Papa Francesco, che dice: «C’è bisogno di una rinnovata stagione di impegno educativo che coinvolga tutte le componenti della società: ascoltiamo il grido delle nuove generazioni». Purtroppo di questa generazione fanno parte anche i gruppi che si muniscono di coltelli, per sentirsi più forti e che, in preda all’alcool e ad altre droghe, uccidono le loro compagne o altri, senza saper dire ai giudici perché l’hanno fatto. Vi mostro infine un arcaico ma stimolante documento trovato nel mio disordinato archivio: «Sabato 9 Giugno 2007, cinema Galleria via Matteotti, Bologna: Patto educativo genitori -scuola delle associazioni genitori della scuola Age, Agesc, Aimc Emilia Romagna,

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