La Scuola e l'Uomo - n. 9-10- Settembre-Ottobre - 2024

15 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXI- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2024 Dire che la relazione è muta significa fare ricorso a una metafora sonora. In una relazione muta, l’altro non risponde. Sono molte oggi le relazioni che rimangono mute: dentro la coppia, tra due compagni nella vita; sul posto di lavoro, tra un dipendente e il suo responsabile; nel mondo, quando sono le cose a non risponderci, quando è la natura a rimanere muta. In buona sostanza, una relazione muta è una non-relazione perché il fatto di essere muta le sottrae la capacità di essere restitutiva e nega alla radice il senso stesso della relazione, ovvero la reciprocità. Viceversa, quando la relazione non è muta, quando è responsiva, risuona. È come se ci dovessimo immaginare due diapason: il primo entra in vibrazione e la sua vibrazione fa entrare in vibrazione anche il secondo; questo, vibrando, retroagisce sul primo e alimenta la sua vibrazione. Risuonano, si rispondono. Risonanza e accelerazione L’esempio dei due diapason è di Hartmut Rosa. Filosofo della politica e della società, allievo di Alex Honnet (e per suo tramite erede della teoria critica della Scuola di Francoforte), Rosa è una delle voci a mio avviso più interessanti della riflessione attuale nel campo delle scienze sociali. Il suo sistema trova nella categoria della risonanza il proprio centro. Proviamo a richiamarne sinteticamente i tratti. Il punto di partenza della riflessione di Rosa (2010) è l’analisi della società attuale, segnata da un processo costante di accelerazione. Noi non solo facciamo tutto in velocità; facciamo tutto a sempre maggiore velocità. L’accelerazione ci richiede di rispondere a mille stimoli e di farlo tempestivamente. L’accelerazione è un tratto distintivo della tarda modernità e del suo modo di produzione. Il capitalismo, dice Rosa, vive su un’apparente contraddizione: per cercare la sua stabilità deve muoversi. Questa logica di stabilizzazione dinamica comporta che il sistema, per garantirsi, deve continuamente crescere, aumentare la produzione e questo comporta, appunto, un’accelerazione costante, il primato della prestazione, il principio della competizione (Rosa, 2023). La conseguenza di tutto questo per l’uomo è che il tempo non basta mai, siamo costantemente in ritardo e per questo ci sentiamo in colpa. È un’esperienza comune, che facciamo tutti. Un professore universitario è sempre in ritardo nella consegna di qualche articolo, nella compilazione di qualche modulo, nella restituzione di qualche capitolo di tesi a uno studente dopo averlo corretto. Anche l’insegnante a scuola è sempre in ritardo: è in ritardo sul «programma» (lo scrivo tra virgolette, perché non esiste più da oltre vent’anni ma è vivo e vegeto nel pensiero di molti), nella riconsegna dei compiti corretti, nella preparazione delle lezioni per il giorno dopo. Tutti e due, il professore universitario e l’insegnante di scuola, sono in ritardo nel rispondere alle centinaia di mail che ricevono. Come si lenisce il senso di colpa? Sperando di recuperare il ritardo. E come si può pensare di recuperare? Prolungando il tempo della giornata lavorativa: ci si alza prima la mattina, si va a letto più tardi la sera. Non basta ancora. E allora si prolunga la settimana lavorativa: si lavora anche al sabato, si usa la domenica per pianificare la settimana successiva. Non basta ancora. Ci si porta il lavoro anche in ferie, ci si riscopre in spiaggia, sotto l’ombrellone, con il computer sulle ginocchia e il cellulare sempre acceso (Rivoltella, 2021). Come si capisce, questo modo di condurre l’esistenza è alienato, un’alienazione di QUANDO LA RELAZIONE È MUTA. SFIDE E TENTAZIONI DELLA SCUOLA DI OGGI Pier Cesare Rivoltella, Università degli Studi di Bologna

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