Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori
SOMMARIO LA SCUOLA E L’UOMO Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 Poste Italiane spa spedizione in abbonamento postale D.L. 353/03 (conv. in L. 27/02/2004 n°46) ART. 1 COMMA 1 MP-AT/C/RM/ Autorizzazione del tribunale di Roma n. 452 in data 11 febbraio 1949 DIRETTORE Rosalba Candela DIRETTORE RESPONSABILE Pasquale MARRO COMITATO REDAZIONALE Francesca GIAMMONA Maria Luisa LAGANI Caterina SPEZZANO Giovanna VENTURINO COORDINATORE DI REDAZIONE Elena FAZI PROGETTO GRAFICO Luigi GAGLIARDI Tel. 06 6875584 Presidenza: presidenza@uciim.it Segreteria: segreteria@uciim.it Tesseramento: tesseramento@uciim.it Redazione: redazione@uciim.it Amministrazione: amministrazione@uciim.it Consulenza: consulenza@uciim.it Webmaster: webmaster@uciim.it Sito internet: www.uciim.it Banca Intesa San Paolo IBAN IT56 A030 6909 6061 0000 0071 210 Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Inviato in omaggio ai soci dell’UCIIM STAMPA Eurolit - Roma Questo numero è stato chiuso il 9 maggio 2023 Finito di stampare nel mese maggio 2023 ISSN 0036-987X RUBRICHE Editoriale - Tommasina Barillà POSSIBILITÀ FUTURE PER LA SCUOLA 1 Spiritualità - Padre Giuseppe Oddone A 150 ANNI DALLA MORTE DI ALESSANDRO MANZONI. RIFLESSIONI SULLA SUA SPIRITUALITÀ 3 Ernesto Diaco DUE SENTIERI PER SALIRE INSIEME 5 Alfano Gabriele CONFERENZA SULLA PACE E IL DISARMO NUCLEARE 7 Italo Spada LEZIONI AMERICANE. DIDATTICA A DISTANZA (DI TEMPO E LUOGO) 8 Andrea Porcarelli INSEGNARE RELIGIONE TRA PONTI E MURI: DALLA LEZIONE DI NOSENGO AL DIBATTITO CONTEMPORANEO 15 Giovanni Cogliandro - Ottavio Fattorini IL COSTRUTTO DELLA DIRIGENZA UMANISTICA 20 Gian Carlo Sacchi LE SCUOLE NUOVE 30 Giuseppe Chiaramonte, Caterina Fabrucci, Debora Palazzese, Marcella Panariello, Donatella Visceglia UNITÀ DI APPRENDIMENTO PER LA SCUOLA INCLUSIVA 33 Alberto Spinelli UN CORSO DI FORMAZIONE ON LINE PROMOSSO DALLA SEZIONE UCIIM DI BOLOGNA 39 42 LO SCAFFALE A. Bisazza Madeo 42 VITA DELL’UNIONE Foligno, Milazzo, Piazza Arnerina
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 1 POSSIBILITÀ FUTURE PER LA SCUOLA Tommasina Barillà, docente e formatrice UCIIM Nuovi orizzonti. Il web in costante e rapido sviluppo, continua a rivoluzionare le nostre vite, offrendoci opportunità fino a pochi anni fa inimmaginabili. Abbiamo imparato a vivere in rete, attingere a informazioni sconfinate e relazionarci virtualmente con milioni di persone, abbattendo distanze e condividendo esperienze, ci siamo immersi in conoscenze non più soltanto fisiche, abbiamo modo di studiare, lavorare, progettare in modo nuovo. Adesso siamo pronti per varcare altre frontiere, attraverso due tecnologie in velocissima evoluzione, il metaverso e l’intelligenza artificiale, che già lasciano impronte profonde in svariati campi: dall’industria al marketing, dall’istruzione alla salute. Ci permetteranno di vivere in una realtà virtuale, attraverso i nostri avatar, e di approfittarne per imparare, esercitarci, affinare tendenze artistiche, snellire studi, approfondire ricerche. L’accelerazione è recente, in realtà si tratta di vecchi progetti che hanno avuto impulso negli ultimi anni per via di un’evoluzione informatica più ampia che ha allargato orizzonti e moltiplicato strumenti. L’intelligenza artificiale e il machine learning affondano radici negli anni Cinquanta, quando gli scienziati cominciarono a occuparsi della possibilità di sviluppare sistemi capaci di svolgere compiti tipici dell’intelligenza umana, per esempio il riconoscimento delle immagini, ma la limitata elaborazione dei dati da parte dei computer dell’epoca ha consentito, per un bel po’, soltanto passi lenti, finché lo sviluppo di sistemi complessi e l’avvento di tecniche nuove non hanno reso possibile l’esecuzione di compiti sempre più articolati. Anche il metaverso ha una storia lunga alle spalle, cominciata addirittura 31 anni fa. Neal Stephenson lo immaginò, coniando il termine, nel 1992, per un romanzo di fantascienza, come uno spazio virtuale in 3D dove è possibile interagire in modo reale. Solo ultimamente il concetto ha acquisito concretezza, sull’onda dell’esplosione di modernissime tecnologie quali realtà virtuale e aumentata. Il metaverso che ci porterà nel futuro, anzi ha iniziato a portarci, è un universo parallelo, una realtà virtuale che ricalca ed estende quella effettiva dove è possibile interagire, costruire e condividere esperienze. In un primo momento, il metaverso era apparso nell’immaginario come un’evoluzione dei social: non ci sarebbe più bastato poter condividere in tempo reale foto ed emozioni del battesimo di un nipotino lontano o del pranzo di Natale di nonna, ma avremmo potuto partecipare con il nostro avatar, essere in Chiesa o nella sala ricreate perfettamente attorno a noi. Di fatto, siamo ben oltre. Lo svela già lo snodo pubblicitario studiato per l’Italia dove a una prima serie di spot incentrati su un nuovo modo di connetEditoriale La presidenza nazionale ha istituito un gruppo di studio sull’intelligenza artificiale, il metaverso e altre innovazioni in questo ambito. Pensiamo sia necessario conoscere e approfondire queste tematiche che, in futuro, potranno influenzare la vita della scuola e in particolare la didattica. Il testo seguente, ben articolato e illustrato da Tommasina Barillà, dà conto ai soci di u nuovo interessante e coinvolgente percorso di studio della nostra Unione, che come sempre vuole essere al passo coi tempi e con le richieste della società e dei giovani. Elena Fazi
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 2 Editoriale a minacciare ulteriormente la privacy, può provocare isolamento sociale, con interazione reale e virtuale inversamente proporzionali. Sul caso specifico dell’intelligenza artificiale, non mancano teorie addirittura catastrofiste e impressiona la scelta di Geoffrey Hilton, informatico canadese con radici britanniche, considerato un padrino della ricerca, di dire addio a una delle multinazionali che stanno investendo miliardi di dollari per sentirsi libero di spiegare i pericoli: «In questo momento, per quanto ne so, le IA non sono più intelligenti di noi, ma penso che presto potrebbero esserlo. Quello che stiamo vedendo è che cose come GPT-4 oscurano una persona nella quantità di conoscenza generale che ha e la oscura di gran lunga. In termini di ragionamento, non è così buono. E dato il ritmo dei progressi, ci aspettiamo che le cose migliorino abbastanza velocemente. Quindi dobbiamo preoccuparcene». «Le dimissioni di Hilton da Google rilanciano la discussione sull’Intelligenza Artificiale – ha twittato Paolo Gentiloni, commissario UE per l’economia -. Grandi potenzialità, ad esempio per la salute. Ma anche rischi. L’Europa lavora per regole del gioco efficaci». I pessimisti estremi si interrogano sul rischio che intelligenze artificiali superiori alla nostra possano prendere il controllo della civiltà, come nei film di fantascienza, e c’è chi chiede la sospensione degli esperimenti più avanzati, rimandandoli a quando sarà acquisita la certezza, attraverso rigide regolamentazioni, di godere dei vantaggi e controllare i pericoli. Il tutto sul presupposto che nemmeno i creatori delle menti digitali sanno dove queste approderanno. tersi e dare vita a esperienze sociali inedite, è seguita una serie di stacchi multimediali volti a rilevare i benefici sociali, economici ed educativi nel mondo «vero», riassunti nello slogan «L’impatto sarà reale». Viene così mostrato come i chirurghi potranno esercitarsi e specializzarsi, i vigili del fuoco essere facilitati nello spegnere un incendio, gli studenti imparare la storia vivendola attraverso esperienze immersive. Quest’ultimo esempio ci permette di soffermarci sull’interazione tra intelligenza artificiale e metaverso, la prima personalizzando l’apprendimento o adattando livelli di difficoltà a esigenze singole, il secondo creando ambienti coinvolgenti in cui concetti e situazioni possano trovare piena espressione. In assoluto, l’intelligenza artificiale permette di creare ambienti più realistici e il metaverso può fornire quantità sconfinate di dati per addestramenti e test. Il futuro contemplerà aule virtuali che consentano di collegarsi da qualunque posto senza perdere la percezione del coinvolgimento, simulazioni che facilitino la comprensione rispetto alla teoria, dialoghi con robot avanzatissimi per uno studio approfondito delle lingue. Altre testimonianze d’interazione profonda sono l’e-commerce, - il metaverso propone negozi virtuali, l’IA fornisce assistenza virtuale immediata o suggerisce autonomamente prodotti modulati su interessi, preferenze e gusti dell’utente – e la medicina, con l’IA che analizza dati sconfinati in brevissimo tempo redigendo diagnosi di altissima precisione e il metaverso che crea luoghi e situazioni perfette per terapie e operazioni. Sfide importanti, foriere di benefici e di progresso, destinate ad aumentare l’esperienza degli utenti e migliorare l’efficienza di molti processi, tuttavia non immuni da dubbi e da preoccupazioni, anche gravi, legate al loro impatto. L’automazione del lavoro, riflesso dell’intelligenza artificiale, potrebbe aumentare la disoccupazione – evidente, però, che sorgeranno anche nuove opportunità professionali – e la creazione di testi, opere, ricerche ridurre pericolosamente creatività, originalità e fantasia, mentre il metaverso, oltre
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 3 Spiritualità A 150 ANNI DALLA MORTE DI ALESSANDRO MANZONI. RIFLESSIONI SULLA SUA SPIRITUALITÀ Padre Giuseppe Oddone, Consulente ecclesiastico nazionale UCIIM I 150 anni trascorsi dalla morte di Alessandro Manzoni (1785 – 1873) costituiscono un’occasione per riflettere sulla spiritualità di questo grande genio cristiano. Egli aveva ricevuto durante la sua infanzia e la prima adolescenza un’intensa educazione religiosa, ma nella sua giovinezza se ne era allontanato. Con la sua conversione avvenuta nel 1810 la sua vita personale e famigliare si trasformò e nelle sue opere successive in poesia ed in prosa nel grande affresco de «I Promessi Sposi» manifestò ed artisticamente rappresentò la fede vissuta sia personalmente sia dal popolo cristiano. Sinteticamente ci soffermiamo su un argomento religioso al quale egli fu particolarmente sensibile: la Provvidenza divina che guida le vicende umane e che illumina la sofferenza terrena. La Provvidenza divina Il Manzoni mette come centro e sfondo delle sue opere, in particolare de «I Promessi Sposi», la Provvidenza divina, ossia l’amore paterno di Dio che è per tutto e che non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più certa ed una più grande. Fra Cristoforo nell’ultimo saluto a Renzo e Lucia, che si sono finalmente ritrovati nel lazzaretto, dopo tante profonde sofferenze e vicende contorte, ormai liberi per organizzare il loro matrimonio, così si esprime: «Ringraziate il cielo che vi ha condotti a questo stato, non per mezzo delle allegrezze turbolenti e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi ad una allegrezza raccolta e tranquilla». Anche la conclusione del romanzo conferma questa certezza, che è poi il sugo di tutta la storia: «I guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta ed innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore». Una soluzione un po’ diversa, ma complementare a quella de «I Promessi Sposi», viene data nella tragedia Adelchi. Ermengarda, figlia di Desiderio re dei Longobardi e sorella di Adelchi, sposa longobarda di Carlo Magno, viene da lui ripudiata. Si rifugia nel monastero di San Salvatore in Brescia e qui muore consunta, ma purificata e redenta dalla sofferenza. Il Manzoni parla di una «provida sventura» che riscatta Ermengarda dalla maledizione che pesa sulla «rea progenie» degli oppressori; ella ora scende tra gli oppressi. Il Manzoni sottolinea in lei la capacità redentrice del dolore, che offerto a Dio ripara ed affratella tutti. Se accettato dalla mano di Dio trova il suo sbocco in un’eterna ricompensa di felicità. Ermengarda, che muore nella speranza di un «più sereno dì», riflette la morte redentrice e la resurrezione di Cristo. Una riflessione più drammatica sul problema della sofferenza appare nella poesia incompiuta Natale 1833. Il Manzoni è scosso dalla morte della moglie, Enrichetta Blondel, la madre dei suoi numerosi figli, alcuni dei quali ancora in tenera età, avvenuta proprio nel giorno di Natale. Aveva pregato tanto con fede e aveva fiducia che Dio gli avrebbe concesso la grazia della sua guarigione; fino all’ultimo non aveva cessato di sperare. La
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 4 Spiritualità ti seguirà sul monte, e ti vedrà morir. Onnipotente!…. Il dolore viene accettato pensando che Dio non lo ha risparmiato né a se stesso, né a sua madre. Unico conforto è quello di associarlo al loro dolore. È sottinteso che anche il nostro dolore è un mistero, come quello di Cristo e di sua madre. Il tormento dei ricordi, l’aspetto incomprensibile del suo dramma personale sopraffecero l’ispirazione e l’abbozzo della poesia fu interrotto. Il Manzoni aggiunse quasi a giustificazione una frase latina: «cecidere manus», caddero le mani. Cadde la stanca man, proprio come a Napoleone, sommerso dal cumulo delle memorie e dal dolore per il suo destino. Un precedente: Dante ed il suo esilio Al tema della Provvidenza divina e del significato della sofferenza umana non si sottrasse da credente neppure Dante, che nel Paradiso al trisavolo Cacciaguida, ormai anima beata che tutto vede in Dio, chiede quale senso avesse il suo esilio, l’aver lasciato ogni cosa e persona diletta più caramente, il dover mendicare pane ed ospitalità salendo e scendendo per le altrui scale. Questi gli risponde che il significato della sua sofferenza personale di esule innocente può essere risolto solo oltre i limiti della realtà terrena: le vicende dolorose del poeta hanno un senso provvidenziale e lette in Dio vengono a Cacciaguida come una «dolce melodia di organo». Alla fine del suo viaggio il poeta vede nella profondità della luce divina, legate con amore da Dio in un volume, non solo tutta la storia terrena, ma anche le persone che ha incontrato (sostanze), i casi che gli sono capitati (accidenti), ritenuti senza senso, perché squadernati e staccati l’uno dall’altro; solo dopo questa visione prova un profondo senso di gioia e di pace. Nella vita eterna di Dio soltanto e non su questa terra si può avere una piena comprensione della nostra storia con le sue gioie ed i suoi dolori. morte della moglie fu per il poeta un colpo tremendo, perché avvenuto dopo un’intensa preghiera nel giorno della nascita di Gesù e delle gioie famigliari. Egli piombò in una specie di crisi spirituale e di depressione, non solo per la sventura in sé, ma anche per lo strazio interiore di vedere respinta da Dio che si fa bambino la sua preghiera. Per molti mesi rifletté su quel dolore e sul suo rapporto con il mistero del Natale. Nel marzo del 1835, 15 mesi dopo, tentò di fissare la sua situazione spirituale e le sue riflessioni nell’inno Il Natale del 1833, ma lasciò il testo incompleto. Il Manzoni sentiva il bisogno di riconciliarsi con Dio, di riprendere con più serenità e con più maturità il suo cammino di fede. Nel primo abbozzo della poesia, per indicare tutto il suo tormento interiore su una pagina pressoché bianca aveva scritto: Morrò, s’io non ritorno culla beata, a te. Sono versi che indicano il mistero del silenzio di Dio di fronte al nostro dolore ed alla nostra preghiera. È un aspetto inconsueto della spiritualità manzoniana che contempla il volto misterioso e terribile di Dio che si fa bambino: «Sì che tu sei terribile!». Egli vede le nostre lacrime, le nostre preghiere, ma la folgore della sua volontà, che segue altre vie, scende su di noi in modo che ci sembra spietato. Il poeta continua a riflettere e proietta il suo dolore proprio nel mistero del Natale, inseparabile dalla passione e morte di Cristo e rappresenta Maria, rapita nello sguardo di Gesù, mentre lo stringe al cuore, ebbra del suo respiro, e ripete come ogni madre: è mio! Ma aggiunge: Un dì con altro palpito, un dì con altra fronte,
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 5 DUE SENTIERI PER SALIRE INSIEME Ernesto Diaco, Direttore UNESU - CEI La quaresima e il cammino sinodale hanno una caratteristica comune: «hanno entrambi come meta una trasfigurazione, personale ed ecclesiale». È così che papa Francesco vede il momento che la Chiesa sta vivendo e al quale indica «due sentieri da seguire per salire insieme a Gesù e giungere con Lui alla metà. Il primo è quello dell’ascolto. Ascoltare Gesù, che ci raggiunge nella Parola di Dio, e ascoltare i fratelli e sorelle nella Chiesa. Il secondo è un’indicazione: non rifugiarsi in una religiosità fatta di eventi straordinari, di esperienze suggestive, ma affrontare la realtà con le sue fatiche quotidiane, le sue durezze e le sue contraddizioni. Fin qui il Messaggio del Papa per la Quaresima 2023, dal titolo «Ascesi quaresimale, itinerario sinodale». C’è però un altro testo che restituisce il cuore della proposta che Francesco ha fatto alla Chiesa universale, un’esperienza prima di tutto spirituale e solo dopo di carattere organizzativo e strutturale. È il discorso che egli tenne il 18 settembre 2021 ai fedeli della Diocesi di Roma, pochi giorni prima dell’apertura del cammino sinodale sulla cattedra di San Pietro e nella Cattedrale di ogni Chiesa locale. «In questo Sinodo andiamo sulla strada di poter dire ‘è parso allo Spirito Santo e a noi’, perché sarete in dialogo continuo tra voi sotto l’azione dello Spirito Santo, anche in dialogo con lo Spirito Santo». Perché «se non ci sarà lo Spirito, sarà un parlamento diocesano, ma non un Sinodo. Noi non stiamo facendo un parlamento diocesano, non stiamo facendo uno studio su questo o l’altro, no: stiamo facendo un cammino di ascoltarsi e ascoltare lo Spirito Santo, di discutere e anche discutere con lo Spirito Santo, che è un modo di pregare». E tutto questo per giungere a «sentirsi parte di un unico grande popolo destinatario delle divine promesse, aperte a un futuro che attende che ognuno possa partecipare al banchetto preparato da Dio per tutti i popoli». Quindi – sembra dirci il Papa – guardiamo pure a noi stessi, alla vita della Chiesa, nei suoi diversi livelli, ma facciamolo in un’ottica missionaria: affinché tutti possano partecipare alla promessa di cui Gesù è il primo testimone. Affinché ogni uomo e donna possa conoscere e ricevere la gioia del vangelo, la dignità dei figli di Dio, la giustizia del Regno, la vita eterna. È passato ormai un anno e mezzo da quando, nell’ottobre 2021, il cammino sinodale ha preso il via. L’ascolto ha caratterizzato e ancora riempie questa prima fase. Nel prossimo mese di ottobre - e in quello del 2024
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 6 Parola e dell’Eucaristia e a rivedere i percorsi formativi, per un’educazione permanente alla fede e alla vocazione di tutte le componenti del popolo di Dio. Fra le diverse novità volute da papa Francesco per il prossimo Sinodo vi è anche quella di celebrare, nei mesi precedenti, delle assemblee continentali, con l’obiettivo di mettere insieme le esperienze vissute nei singoli Paesi. Preziose acquisizioni sono venute, nelle scorse settimane, dalla «tappa europea» del cammino sinodale, tenutasi a Praga all’inizio di febbraio. Anche qui, infatti, non sono mancate le proposte. «Abbiamo da riscoprire qualcosa che è antico e appartiene alla natura della Chiesa, ed è sempre nuovo - si legge nel documento conclusivo -. Questo è un compito per noi. Stiamo facendo i primi passi di un cammino che si apre via via che lo percorriamo». È vero: non sappiamo con certezza quale sarà l’esito e quali direzioni il Sinodo indicherà alle nostre Chiese. Sappiamo però che vogliamo crescere nella comunione e nella corresponsabilità fra noi, imparando a fare discernimento in modo comunitario e rivedere le strutture, i percorsi decisionali e la divaricazione tra fede e cultura che ancora segna la nostra epoca. L’intento - riconosce ancora l’assemblea sinodale europea - è «tornare a portare il vangelo nel sentire del popolo, trovando un linguaggio capace di articolare tradizione e aggiornamento, ma soprattutto camminando insieme alle persone invece di parlare di loro o a loro. Lo Spirito ci chiede di ascoltare il grido dei poveri e della terra nella nostra Europa, e in particolare il grido disperato delle vittime della guerra che chiedono una pace giusta». «Amare la nostra Chiesa europea – conclude il testo – significa rinnovare il nostro impegno per portare avanti questa missione, anche nel nostro continente, in una cultura segnata dalle tante differenze che conosciamo». È un compito arduo ma affascinante, che possiamo affrontare solo insieme. - si terranno in Vaticano le due sessioni del Sinodo dei Vescovi, sul tema «Per una Chiesa sinodale: comunione – partecipazione – missione». La Chiesa italiana, in sintonia con questo percorso, ha stabilito di far seguire all’ascolto un anno di discernimento (fase sapienziale) e un ulteriore momento che definisca le scelte da compiere (fase profetica). A tutto ciò si sta preparando organizzando nelle singole diocesi alcuni «cantieri», dedicati all’ascolto dei «mondi» in cui gli uomini vivono e lavorano, alla verifica delle relazioni e delle strutture ecclesiali (sono all’insegna della fraternità e corresponsabilità e orientate alla missione?) e ai diversi servizi e ministeri ecclesiali, affinché mettano sempre al primo posto la «parte migliore», per usare le parole di Gesù a Marta e Maria di Betania. L’esperienza di dialogo fatta finora ha già messo in evidenza alcune priorità, a partire proprio dal grande tema della corresponsabilità nella Chiesa - in una prospettiva non funzionalistica - e dalla sua ministerialità. In questo quadro si capisce l’insistenza sulla necessità di ripensare il compito e l’identità dei preti, il ruolo delle donne, la qualità delle relazioni, il dialogo con le culture. È forte il bisogno di semplicità e di essenzialità; da qui il richiamo a riconoscere il primato della
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 7 CONFERENZA SULLA PACE E IL DISARMO NUCLEARE Gabriele Alfano, Presidente Sezionale UCIIM Perugia Lo scorso 25 marzo ad Assisi, nella Sala della Spogliazione del Palazzo Vescovile si è tenuto un evento molto importante per la costruzione della Pace: la Peace Conference for a Dialogue Table for NUCLEAR DISARMAMENT; The New Start Treaty, the last existing one for nuclear disarmament between East and West? La conferenza è stata salutata da sua Ecc. il Vescovo di Assisi, Mons. Domenico Sorrentino, come urgente iniziativa di Pace rivolta alle potenze nucleari affinché avviino un dialogo per il disarmo nucleare e posta sotto il benevolo sguardo del Poverello di Assisi, modello per la costruzione della pace sociale. Al saluto di Mons. Sorrentino, si è aggiunto il saluto del sindaco di Assisi, dott. Stefania Proietti, con parole di accorato richiamo ai luoghi francescani che furono teatro dei concreti gesti di San Francesco rivolti alla sua comunità sconvolta dai conflitti sociali degli inizi del XIII secolo e dalla guerra con la vicina Perugia. Dopo i saluti iniziali i lavori sono stati introdotti dall’ing. Giuseppe Rotunno, Segretario nazionale dell’Associazione «Civiltà dell’Amore», ed è sotto la guida del Cardinale Silvano Tomasi, il quale ha illustrato l’oggetto della conferenza ossia la creazione di un tavolo di lavoro tra esperti delle due principali potenze nucleari globali, Stati Uniti e Federazione Russa. Gli interventi successivi sono stati tenuti da diversi relatori di parte statunitense e russa: Sergey Rogov del think thank russo Institute for US and Canadian Studies, Pierce S. Corden, esperto di disarmo, l’archimandrita Philip (Riabykh), rappresentante del Patriarcato di Mosca presso il Consiglio d’Europa, Lucas Koach, direttore dell’Office of International Justice Peace, Alexey Gromyko, membro dell’Accademia delle Scienze di Russia, Dennis Frado, direttore del Lutheran Office for World Community, il ricercatore Lunkin Roman Nikolaevich e lo scrittore e attivista Arnold Kohen. Quest’ultimo ha letto la dichiarazione conclusiva della conferenza nella quale è stata ribadita «la necessità di un dialogo costante, soprattutto in questo momento tra esperti russi e americani, per ridurre il rischio dell’uso di armi nucleari con conseguenze catastrofiche. Stati Uniti e Russia detengono la vasta maggioranza dell’arsenale nucleare mondiale e hanno la speciale responsabilità di lavorare insieme a misure pratiche che riducano la minaccia di una guerra nucleare. Dalla terra natia di San Francesco, il Santo della pace e dell’amore per i poveri, parte la speranza di utilizzare i fondi attualmente spesi per le armi nucleari per scopi umanitari migliori». Dopo una breve pausa, si è svolta una tavola rotonda moderata dal giornalista Guglielmo Gallone di Limes, rivista italiana di geopolitica. Sono intervenuti l’europarlamentare Francesca Donato, Mary T. Stronach, vice ministro generale dell’Ordine francescano secolare, l’ambasciatore Carlo Trezza, il presidente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi e Barbara Gallo della Rete italiana Pace e Disarmo. Da sottolineare l’intervento dell’onorevole Donato che ha evidenziato le attuali differenti posizioni politiche dei governi europei sul conflitto in corso nell’Europa orientale e la stringente necessità di considerare la controparte russa come autentico interlocutore di un negoziato di pace. Si attendono con speranza i frutti di questa notevole iniziativa diplomatica e scientifica alla quale dovranno rispondere i governi destinatari della dichiarazione finale.
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 8 LEZIONI AMERICANE DIDATTICA A DISTANZA (DI TEMPO E LUOGO) Italo Spada, esperto formatore Sono passati quasi 40 anni da quando Calvino, invitato dall’Università di Harvard a tenere un ciclo di conferenze sulle forme di comunicazione poetica, decise di trattare «alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio». Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei proposte programmate ne aveva definite e completate cinque. Grazie al lavoro della moglie Esther, gli appunti dattiloscritti, disposti in perfetto ordine e raccolti dentro una cartella rigida, sono stati recuperati e pubblicati nel prezioso Lezioni americane (1). Il millennio ha già fatto un bel tratto di strada e ventitré anni sono sufficienti per indurci a stilare un primo bilancio. Aveva ragione o torto? È stato lungimirante o catastrofico? La sua premessa è indispensabile per rispondere adeguatamente a queste domande. «Non sono qui – scrive – per parlare di futurologia, ma di letteratura. (…) La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare con i suoi mezzi specifici. Vorrei dunque dedicare queste mie conferenze ad alcuni valori o qualità o specificità della letteratura che mi stanno particolarmente a cuore» (2). Questi i valori scelti: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità. Quando il libro apparve nelle librerie, qualcuno nicchiò; altri precisarono che la sua scelta era caduta su valori certamente validi, ma che altrettanto lo sarebbero stati i loro contrari. Nulla di nuovo, perché è lo stesso Calvino a precisare: «Ogni valore che scelgo come tema delle mie conferenze (…) non pretende di escludere il valore contrario» (3). Umberto Eco, suo amico, gli viene incontro dedicando qualcuna delle sue Sei passeggiate nei boschi narrativi (4) proprio all’elogio di valori contrari. Sia l’uno che l’altro, comunque, non aggiunsero nulla di nuovo alla soggettività del concetto di bellezza rispetto a quanto avevano già insegnato i motti popolari («La bellezza sta negli occhi di chi guarda», «Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace», ecc.), la filosofia di Voltaire («Chiedete al rospo che cosa sia la bellezza e vi risponderà che è la femmina del rospo»), il teatro di Pirandello («Così è (se vi pare»). E siccome la letteratura, come dice André Breton, è una strada che porta dappertutto (5), non escludiamo a priori una visione più allargata, insegnamenti che sforano tempi e luoghi e diventano riflessioni personali. (1) I. Calvino, Lezioni americane, Garzanti, Milano, 1988 (2) Ivi, pag. 1 (3) Ivi, pag. 45 (4) U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, R.C.S., Milano, 1994 (5) Cfr. https://letteralmente.net/frasi/letteratura/ cit. n. 67
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 9 buio perché un’altra parte del nostro essere e avere resti a godere la luce del sole». La mia sarà una sensazione soggettiva, ma non posso fare a meno, ogni volta che anch’io adempio questo compito, di provare un senso di leggerezza e di condividere quello che Calvino ha scritto. Ciò che non serve, gli accumuli, il marcio, il peso dell’inutilità, gli scarti vanno eliminati, facendo comunque attenzione a non svuotare, per distrazione o per superficialità, anche ciò che è necessario. Leggerezza, insomma, intesa come precisione e detrazione, non come vaghezza e abbandono al caso. Quello che in letteratura si direbbe alleggerimento del linguaggio – frasi brevi, niente ripetizioni, parole comprensibili, idee chiare, lessico appropriato, ecc. – lo applichiamo al nostro quotidiano vivere traducendolo in reazione al peso di vivere (6). Volare sì, ma senza rinunciare alle ali per non ritrovarci in balia del vento. Calvino prende in prestito una bellissima frase di Valéry che non ha bisogno di traduzione («Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume») (7), ma i miei nonni, ancor prima di lui e con la saggezza tipica di chi aveva frequentato la scuola della vita, me lo ricordavano ogni volta che preparavo la valigia per intraprendere un viaggio: «Ricordati – mi dicevano – che a viaggio lungo, ogni filo di paglia pesa». Rapidità. Alla scuola di Sheherazade. Quando Calvino sceglie come secondo valore da salvare la rapidità, la società non era ancora internet dipendente, ma gli scrittori, come si sa, possiedono una non comune dose di chiaroveggenza. Il loro cannocchiale si chiama fantasia e il loro orizzonte non coincide con quello delle persone comuni. Anche qui, per esplicitare meglio il suo pensiero, Calvino fa ricorso a leggende e a fiabe con incantesimi e magie, cita autori (Petrarca, Boccaccio, Galileo, Borges) e opere (Orlando Furioso, Robinson Crusoe, Zibaldone, Operette morali), scova simbolismi e definizioni. Per esempio, la metafora Insomma: lezioni a distanza. Leggerezza. Sprofondare nel buio per vedere la luce. Nella sua prima lezione, Calvino precisa i motivi che l’hanno indotto a considerare la leggerezza non un difetto, ma un valore. La prima cosa che risalta anche all’attenzione del lettore meno preparato è la mole di citazioni di miti e leggende, di testi classici (Le Metamorfosi, De rerum natura, Le avventure del Barone di Münchausen, Le mille e una notte, Decameron, Vita nuova, Divina Commedia, Romeo e Giulietta, Cyrano de Bergerac…), di prosatori, poeti, ricercatori, scienziati (Ovidio, Lucrezio, Boccaccio, Dante, Shakespeare, Cervantes, Kafka, Kundera, Swift, Montale, Leopardi, Propp, Newton, Galileo…). Da più parti si è detto che le scelte di Calvino possono rimandare anche ad altre sue opere e che il tema della leggerezza è riscontrabile, per esempio, anche ne I nostri antenati e Il barone rampante. Nulla da obiettare, ma non credo di fare torto a qualcuno se trovo anche un collegamento diretto con un suo racconto degli anni ’60 che mi ritorna in mente più spesso di quanto si possa immaginare. Scritto in francese, faceva parte di sei testi confluiti nella cartella «Passaggi obbligati» e pubblicati da Mondadori nel 1990 con il titolo di La strada di San Giovanni. Mi sto riferendo a La poubelle agrée, ovvero – come traduce lo stesso autore – La pattumiera gradita. Ad attrarre la mia attenzione è stato sufficiente l’incipit: «Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia.» Questo banale rito induce a considerare il travaso da un recipiente all’altro – dalla pattumiera di casa ai cassonetti pubblici; dai cassonetti alla discarica – «un’offerta agli inferi, agli dei della scomparsa e della perdita, l’adempimento di un voto. Il contenuto della poubelle rappresenta la parte del nostro essere e avere che deve quotidianamente sprofondare nel (6) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 28 (7) Ivi, pag. 17
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 10 vincendo e lasciando in ansia, iniziando e rimandando il finale dei suoi racconti al giorno dopo – non solo salva la sua vita, ma diventa anche la maestra dei nonni narratori che danno (la danno ancora?) la buona notte ai nipotini con un «Ora a letto e fate i bravi, altrimenti domani niente fiaba!» e di chi, con la pausa della pubblicità, interrompe i programmi televisivi sul più bello. Il miniracconto, invece, è quello di sette parole composto dallo scrittore guatemalteco Augusto Monterosso. Apparve nella raccolta di saggi La vaca e sono in molti a considerarlo ancora come il più breve racconto della letteratura mondiale (10). Nella traduzione italiana suona così: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.» Non entriamo nella disputa sulla giusta interpretazione (Dove mettere la virgola? Si svegliò, chi? Il dinosauro o il soggetto che si era addormentato?) per soffermarci sul valore che Calvino, scegliendo questo racconto, dà all’eternità del narrare e alla rapidità della concisione letteraria: «Sogno immense cosmologie, saghe ed epopee racchiuse nelle dimensioni di un epigramma. Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero» (11). Il logo, infine, è quello di una storica casa editrice del 1500: la Aldo Manuzio. Per esprimere anche graficamente la solidità e la velocità della letteratura, l’editore umanista si servì di un’àncora e di un delfino. Fu questo il suo modo di rendere visibile l’ossimoro della locuzione latina: agire senza indugi, ma con cautela. Dalla letteratura al cinema: Fellini era solito dire che gli sarebbe piaciuto girare del cavallo, tratta dal Saggiatore di Galileo Galilei, e la bellissima espressione «il discorrere è come il correre». Questa affermazione – commenta – è «stile come metodo di pensiero e come gusto letterario: la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono per Galileo qualità decisive di pensar bene» (8). Rapidità che, come sintetizza il Festina lente dei romani, non esclude la lentezza. Non è facile narrare senza stancare. Se la comunicazione orale in presenza ha nell’eloquenza facciale di chi ascolta una spia visiva che trasmette al narratore il grado di attenzione che sta suscitando e gli permette di accelerare o di dilatare i tempi, la comunicazione scritta deve fare affidamento su regole semplici e inderogabili: rispettare il ritmo tenendo conto di tempi diversi, non fare inutili ripetizioni, scegliere le parole giuste, trovare espressioni felici, sfruttare la velocità mentale (agilità, mobilità, disinvoltura). I due modi di comunicare sono meno distanti di quanto si possa immaginare. Calvino ci facilita la comprensione con un motto, un riferimento letterario, un mini racconto, un logo. Spetta al lettore scegliere quello che gli risulta più gradito. Il motto lo prende in prestito dalla tradizione siciliana: Lu cuntu nun metti tempu. Ovvero: «La tecnica della narrazione orale nella tradizione popolare risponde a criteri di funzionalità: trascura i dettagli che non servono ma insiste sulle ripetizioni» (9). Per il riferimento letterario utilizza un classico del secolo X: Le mille e una notte. È in questa raccolta che la persiana Sheherazade – accelerando e frenando, av- (8) Ivi, pag, 43 (9) Ivi. pag. 37 (10) Altri dicono che Hemingway lo abbia superato con «Vendo scarpe per bambini, mai indossate» (11) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 50
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 11 primo piano di un ufficiale che ordina di sparare e l’inquadratura di una bocca di cannone ne La corazzata Potemkin (1925). 3. «Un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.» Non tutte le parole che ci vengono in mente hanno la stessa rilevanza. Nella comunicazione orale la correzione avviene su ripensamenti (No, scusate, volevo dire… Mi correggo…) o su richieste (Cosa hai detto? Cerca di precisare meglio il tuo pensiero… Ma esattamente che cosa vorresti dire?...); la scrittura, invece, rimane (Quod scripsi, scripsi… Verba volant, scripta manent…). Calvino confessa che, nel suo lavoro di scrittore, si è trovato spesso di fronte a «due strade divergenti che corrispondono a due diversi tipi di conoscenza» (13). Da qui il riferimento alle due macrocategorie di pensiero che richiamano il dibattito tra Jean Piaget e Noam Chomsky, ovvero tra i sostenitori della conoscenza e della parola che inseguono l’ordine della razionalità (Partito del cristallo) e quelli che cercano risposte nell’esperienza della vita (Partito della fiamma). Come dire: linguaggio esatto o mutevole? Calvino non si schiera e ci ricorda, ancora una volta, il valore dei contrari: non solo esattezza, ma anche vaghezza. Una sua citazione (14) ci invita, tuttavia, a riflettere su qualcosa che esula dalla letteratura e dalle teorie del linguaggio. Si tratta della vexata quaestio che si trascina di generazione in generazione senza soluzione: quella sulla didattica e sull’insegnamento. Come educare? Con la rigidità del cristallo, o con la flessibilità della fiamma? Su questo argomento, anni fa, ho partecipato come relatore ad un convegno organizzato da una scuola media di Roma e diretto a docenti e genitori. Era mia intenzione prendere lo spunto da espressioni comuni, quali «usare bastone e carota» o «avere pugno di ferro in guanto di velluto», ma avevo appena letto Le lezioni americane e mi semun film con una sola inquadratura. Sandro Veronesi con il suo romanzo (12) ha detto tutto in due parole: Caos calmo. Se mio padre (autista, con il titolo della sesta elementare) fosse ancora vivo e potesse leggere quello che ho scritto, sono certo che commenterebbe con un Festina lente tutto suo: «Te l’ho detto anch’io.» «Tu?! Quando?» «Quella volta che iniziavi a guidare ed io ti stavo accanto.» «Che mi hai detto?» «Vai piano, perché ho premura!». Esattezza. Cristallo o fiamma? Le tre cose che, con il termine di esattezza, Calvino consiglia di tenere presenti quando ci si accinge a scrivere, dovrebbero essere norme inderogabili. Esattamente come accade quando ci si avventura nella creazione di una sceneggiatura filmica. Precisiamole: 1. «Un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato.» Ovvero: avere chiare non solo le idee, ma anche lo schema di quello che si vuole dire. Nel cinema, corrisponde al soggetto: poche parole, ma storia chiara. Non basta dire mi piacerebbe scrivere qualcosa su questo o su quello; non basta avere l’incipit, iniziare senza sapere come concludere. Ci vuole una storia lineare che lasci intravedere sviluppo e fine. 2. «L’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili.» Ciò che si scrive deve diventare immagine a disposizione del lettore, lo deve allettare, gli deve rimanere inciso nella memoria. Metafore, richiami, esempi che – facendo ancora una volta riferimento al cinema – parlino un linguaggio internazionale. Il regista sovietico Eisenstein lo definì «montaggio delle attrazioni» e, ancora oggi, pur non ricordando più la trama dei suoi capolavori restano vivide negli spettatori le immagini del massacro dei contadini e i buoi portati al macello in Sciopero (1924), l’avanzata dei militari e un neonato in carrozzina che precipita lungo la scalinata di Odessa, il (12) E Nanni Moretti con il film che ne ha tratto (13) Ivi, pag. 72 (14) L’Introduzione di Massimo Piattelli-Palmarini a «Linguaggi e apprendimento. Il dibattito tra Jean Piaget e Noam Chomsky. 1979», Jaca Book, Milano, 1991
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 12 fasi e tecniche tipiche della produzione cinematografica: idea, soggetto, sceneggiatura, ripresa, montaggio, rallenty, inquadrature, panoramiche, piani sequenza, flashback, sovrimpressione, effetti speciali, scene di massa, proiezione… Ho letto più di quanto Calvino intendesse dire? Si faccia, allora, attenzione alla ricchezza di questa frase: «Questo cinema mentale è sempre in funzione in tutti noi, – e lo è sempre stato, anche prima dell’invenzione del cinema – e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vista interiore» (21). Immaginazione visiva, suggerita anche da sant’Ignazio di Loyola negli Esercizi spirituali, che diventa invito a non rimanere passivi, ma a partecipare come attori, giacché la fonte è l’inconscio e il processo, che parte dal cielo, assume una sorta di trascendenza. Non basta? E si faccia caso, allora, alla frase conclusiva della sua Autobiografia di uno spettatore che fa da introduzione a Fare un film di Federico Fellini: «Il film di cui ci illudevamo d’essere solo spettatori è la storia della nostra vita» (22). Una domanda tra parentesi: siamo sicuri che il metaverso (filmico e/o letterario) sia invenzione dei nostri giorni? Prima di rispondere sarebbe meglio leggere o rileggere il saggio Lector in fabula di Umberto Eco. Chiudiamo la parentesi e riprendiamo l’argomento là dove Calvino – con altre citazioni di autori di correnti letterarie che ci hanno preceduto (Rinascimento, Barocco, Romanticismo, Realismo, Surrealismo…) – espone il processo del suo lavoro di narratore del fantastico. Tre momenti che, con forme e modalità diverse, appartengono a tutti gli scrittori: 1) partire da un’immagine carica di significato che diventa stimolo della narrazione; 2) seguire il richiamo – per analogia, simmetria, composizione – di altre immagini; 3) dare orbrò originale sfruttare proprio i consigli di Calvino. Scelsi di esporre le idee di Piaget e di Chomsky senza fare ricorso a parole difficili e a ragionamenti sofisticati, ma con l’eloquenza delle immagini. Mi presentai con un piccolo candelabro di cristallo che mi avevano appena regalato e una candela. Quando arrivò il mio turno, illustrai le idee dei due linguisti collocando la candela accesa sul candelabro. Conclusi con il desiderio di Calvino sintetizzato in questa frase: «Vorrei che quanti si considerano seguaci della fiamma non perdessero di vista la calma e ardua lezione dei cristalli» (15). Visibilità. Pioggia di immagini. Lo confesso: tra i cinque valori scelti da Calvino, la mia preferenza va alla visibilità. Il motivo? Non saprei, ma di certo ha influito la definizione della fantasia come «un posto dove ci piove dentro» (16). Prendendo lo spunto da un verso del Purgatorio di Dante (Poi piovve dentro a l’alta fantasia) (17), Calvino dice che le visioni che si presentano a Dante vengono da lui viste come «proiezioni cinematografiche o recezioni televisive su uno schermo». Difficile non collegare questa frase ad una sua precedente originale interpretazione della poesia Forse un mattino andando in un’aria di vetro (18) di Eugenio Montale, confluita in Letture montaliane (19) e pubblicata postuma anche in Perché leggere i classici (20). Dante e Montale, insomma, sono per Calvino autori filmici, nel senso che hanno saputo parlare di cinema come prodotto della nostra fantasia e, in quanto tale e con buona pace dei fratelli Lumière, sempre esistente. Per loro, i due processi immaginativi – dalla parola all’immagine visiva e dall’immagine visiva all’espressione verbale – ci sono sempre stati. E, con essi, ci sono sempre state (15) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 70 (16) Ivi, pag. 81 (17) Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XVII, 25 (18) In Eugenio Montale, Ossi di seppia, Einaudi, Torino, 1925 (19) cfr. AA. VV. Letture montaliane, Bozzi editore, Genova, 1977 (20) I. Calvino, Perché leggere i classici, Mondadori, Milano, 2017 (21) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 83 (22) I. Calvino in F. Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino, 1993, pag. XXIV
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 13 da La montagna incantata di Mann a Ulisse di Joyce, da L’amour absolu di Jarry a Ficciones di Borges e a La vie mode d’emploi di Perec. Egli, abbiamo detto, non fece in tempo a svolgere queste sue lezioni all’Università di Harvard e non conosceremo mai l’impatto che queste citazioni avrebbero avuto sugli alunni. Perplessità? Interesse? Curiosità? Possiamo supporre, tuttavia, che avrebbero suscitato in molti di loro la voglia di leggere. E sarebbe stato un bel successo, perché i libri esistono solo quando esistono i lettori. Una volta pubblicati diventano navi uscite dal cantiere che non vedono l’ora di prendere il largo: il varo della presentazione (con tanto di spumante) e inizio del viaggio. Ecco lettori di tutte le età che salgono a bordo e sfogliano le pagine, entrano nella vicenda, patteggiano, provano sensazioni, si sentono chiamati in causa, ridono e piangono. Da qui, un altro modo di intendere la molteplicità: quella che non riguarda solo ciò che è narrato dall’autore, ma anche ciò che è letto dal lettore. L’Uno, nessuno, centomila pirandelliano vale anche in letteratura, dove spesso il testo e i personaggi non solo sopravvivono all’autore, ma lo oscurano, lo estraniano, lo sbriciolano. Non è forse vero che Don Chisciotte, Pinocchio, Robinson Crusoe e Gulliver sono più noti di Cervantes, di Collodi, di Defoe, di Swift? E non è vero che poche persone si ricordano di chi ha creato il Barone di Münchhausen, Robin Hood, Dracula? E quante volte sentiamo citare a sproposito titoli, frasi celebri, versi di poesie, proverbi, brani della Bibbia? La trilogia calviniana è stata letta in mille modi. Bersagliati come siamo da ideologie politiche contrapposte, non ci sarebbe da stupirsi se, per esempio, Il Visconte dimezzato venisse visto come un rappresentante della parte destra (la buona) in opposizione a quello di sinistra (la malvagia), Il Barone rampante come il progenitore dei Verdi e il fondatore di «Ultima generazione», Il cavadine alle immagini e sviluppare la storia. Con questo pozzo senza fondo (23) di ispirazione e in un’epoca di bombardamento di immagini come la nostra, diventa più che comprensibile e giustificata non solo la mole di produzione letteraria calviniana, ma anche il proliferare di scrittori, poeti, saggisti, sceneggiatori… E pensare che, nell’anno della sua scomparsa (1985), la pioggia di immagini (internet, WathsApp, youtube, facebook, cellulari, DSL, wi-fi, metaverso…) non era ancora diventata uragano. Viene da pensare che, se Calvino fosse ancora tra di noi, pur non essendo sociologo o psicologo, con molta probabilità, non si sarebbe scostato di molto da quello che scrisse come letterato; e cioè che l’immaginazione letteraria nasce dalla «osservazione diretta del mondo reale, dalla trasfigurazione fantasmatica e onirica e (…) da un processo di astrazione, condensazione e interiorizzazione dell’esperienza sensibile» (24). Non modificherebbe nemmeno il suo parere sulla via che la letteratura fantastica del Duemila, nella crescente inflazione di immagini prefabbricate, è costretta a scegliere: «riciclare le immagini usate in un nuovo contesto che ne cambi il significato, (…) oppure fare il vuoto e ripartire da zero» (25). Scegliere, insomma, dove premere sulla tastiera della fantasia: copia-modifica-incolla, o cancel? Molteplicità. Il romanzo come enciclopedia. Per dimostrare che il romanzo contemporaneo è come un’enciclopedia, «come metodo di conoscenza e soprattutto come rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo» (26), Calvino si serve di un bel po’ di citazioni che vanno da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda a L’uomo senza qualità di Musil, dalla Recherche di Proust a La leggibilità del mondo di Blumenberg, da Bouvard et Pécuchet di Flaubert, a Sogni, Cifre e lettere di Queneau, (23) «Giordano Bruno ci ha spiegato come lo «spiritus phantasticus» dal quale la fantasia dello scrittore attinge forme e figure è un pozzo senza fondo». I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 97 (24) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 94 (25) Ivi, pag. 95 (26) Ivi, pag. 103
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX- Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 14 dell’ignoto e il rischio di smarrirsi, vivere la gioia di ritrovare la via d’uscita. Suona la campanella. È il momento di concludere. Calvino docet e allora… da una metafora all’altra, da una citazione all’altra: leggere come passeggiare nel bosco e leggere come condizione per acquistare la libertà. La metafora è di Umberto Eco. «Un bosco – scrive (30) – è (…) un giardino dai sentieri che si biforcano. Anche quando in un bosco non ci sono sentieri tracciati, ciascuno può tracciare il proprio percorso decidendo di procedere a destra o a sinistra di un certo albero e così via, facendo una scelta a ogni albero che si incontra. In un testo narrativo il lettore è costretto a ogni momento a compiere una scelta. Anzi quest’obbligo della scelta si manifesta persino a livello di qualsiasi enunciato, almeno a ogni occorrenza di un verbo transitivo. Mentre il parlante si accinge a terminare la frase noi, sia pure inconsciamente, facciamo una scommessa, anticipiamo la sua scelta, o ci chiediamo angosciati quale scelta farà». Due citazioni, ambedue tratte dalla Grammatica della fantasia di Gianni Rodari, che invitano alla libertà e all’ottimismo: «Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo» (31) e «Con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi» (32). Leopardi? Quello del pessimismo? Quello che vedeva «dolce» persino il naufragio nella immensità (e molteplicità) delle cose? E che c’entra con la lettura? Rileggiamo e facciamo attenzione a ciò che la siepe gli oscurava: spazi, silenzi, quiete. E non sono queste le condizioni ideali per tuffarsi nella lettura? liere inesistente come prototipo di chi promette mari e monti e sparisce. No, nessuna meraviglia, perché è questa la vita e così siamo noi. E «chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili» (27). La lettura diventa avventura dove, a far da guida, non è sempre l’autore. Anzi, a volte, proprio l’autore si diverte a dare indicazioni, a passare in secondo piano e a lasciare il timone alla nostra fantasia. Insomma: noi come Giasone, Icaro e Virgilio; lui come Arianna, Dedalo, Dante. Si rilegga Se una notte d’inverno un viaggiatore, (meta romanzo o iper romanzo come lo definisce Calvino) (28), chiaro esempio della molteplicità del narrabile con dieci inizi che si sviluppano in diversi modi pur essendo collocati in un’unica cornice (29) e si capirà meglio l’invito ad addentrarsi nel labirinto dei racconti, sperimentare il fascino (27) I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., pag. 120 (28) Ivi, pag. 117 (29) Lo stesso principio è riscontrabile anche ne Il castello dei destini incrociati, Einaudi, Torino, 1973 (30) U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, op. cit., pag. 7 (31) Questa la versione esatta: ««Tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.» cfr. G. Rodari, La grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, Torino, 1973, pag. 6 (32) Ivi, pag. 176
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