La Scuola e l'Uomo - n. 3-4 - Marzo-Aprile -2023

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2023 25 (7) A. MacIntyre, Animali razionali dipendenti. Perché gli uomini hanno bisogno delle virtù, Vita e Pensiero 2000. sperienza di scuola che purtroppo si trova nelle condizioni di dover lasciare da parte il volto ma ci fa concentrare su questo spazio più esiguo in cui le emozioni ristagnano, fioriscono, danzano, vogliono comunque manifestarsi. Crediamo fermamente nella necessità di una nuova considerazione filosofica della persona, una definizione più ampia del soggetto ancor di più dell’individuo, fruendo delle ultime declinazioni della psicologia delle emozioni, di una valutazione olistica del benessere integrale come obiettivo da conseguire tramite o sviluppo delle capabilities. Come conseguenza i programmi scolastici sono da ripensare in forme totalmente nuove. Ricordando l’etimologia del termine persona, secondo quanto riscontrabile nei testi di Boezio, tale termine deriva dal verbo latino personare, il gesto espressivo che l’attore compiva parlando con forza attraverso la maschera del teatro classico, per-sonando per in-personare il proprio ruolo. Oggi questi volti mascherati, anche quando eravamo tutti in presenza a scuola, costretti nella maschera, al filosofo non possono non dire l’eccedenza della persona proprio in quello che la contiene. Un pensiero pedagogico e prima ancora filosofico in grado di rinnovarsi sempre aprendosi a nuove dimensioni della nozione di persona rinnova l’antropologia tipica della filosofia morale utilizzando gli strumenti forniti dall’etica delle virtù, oltrepassando i paradigmi normativista e consequenzialista che si sono sviluppati concentrandosi negli ultimi secoli sulla nozione moderna di soggettività e individualità. Lo scopo è più ampiamente quello della realizzazione della persona intesa come sua graduale sempre maggiore attualizzazione delle proprie potenzialità: in questo si può pensare a prendere spunto da quanto suggerito da Martha Nussbaum e da Amartya Sen in tema di capabilities, ma non limitandosi al sistema dei bisogni e al collegato contesto sistematico e ambientale del lavoro. Si può infatti andare ben oltre, includendo forme di realizzazione intellettuale, artistica, visionavirtù umane non sono semplicemente strumentali all’efficacia basata sui ruoli: il resoconto delle virtù come standard interni alle pratiche fornisce solo una definizione parziale; completato dall’ordinamento di quelle inclinazioni umane a un bene generale, vissuto in comunità. Le virtù acquisiscono tratti caratteriali che dispongono gli esseri umani per giudicare e agire bene per il fiorire umano, e il bene comune che è costitutivo di quella fiorente. Ma non dovrebbero essere visti come puramente strumentali a una concezione esternalizzata di eudaimonia. La pratica delle virtù è preziosa in sé stessa e costitutiva della prosperità umana. Secondo MacIntyre (7), lo standard primario cui applicare il giudizio è la possibilità di caratterizzare e valutare la persona in quanto agente virtuoso, persona che, attraverso la sua vita e azioni, incarna ciò che significa per gli esseri umani vivere bene in comunità. Alcune scuole si sono sfaldate nei conflitti interni, altre con fatica hanno saputo fare gruppo e reagire insieme. Questa reattività va oltre la tanto decantata resilienza, e si può focalizzare su un atteggiamento e una salda disposizione e apertura all’ottimismo Anche durante la pandemia la nostalgia dello stare in classe si è concretizzata negli sguardi, interrogativi e reciproci tra studenti e docenti, cercati negli schermi nel lungo intermezzo della DAD poi divenuta DDI. Il volto si era ridotto per diversi mesi allo sguardo, uno sguardo essenzializzato che traspariva come ben ricordiamo sopra i contorni delle mascherine, o addirittura si decomponeva e ricomponeva coem simulacro e immagine in uno schermo, copia platonicamente diminuita dell’originale sede delle espressioni e delle emozioni la cui percezione è quindi tanto mutata. Il volto per la filosofia del XX. Secolo, in particolare la fenomenologia di Lévinas, poi ispiratrice per Derrida e Nancy, è stato l’epifania dell’alterità, un’alterità sempre nuova e non riducibile al medesimo, il mostrarsi del diverso, la possibilità dell’incontro. La scuola vissuta attraverso gli sguardi è stata una porzione e una mutazione, l’interazione attraverso gli occhi ha generato un’e-

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