Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Anno LXXX- Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023
LA SCUOLA E L’UOMO Anno LXXVIII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 SOMMARIO Editoriale - Rosalba Candela IL XXVI CONGRESSO NAZIONALE 1 Spiritualità - P. Giuseppe Oddone UN PROFETA DELLA CHIESA, DELL’EDUCAZIONE E DELLA SCUOLA DON LORENZO MILANI - (1923-1967) - II PARTE 3 Gian Carlo Sacchi COME ARGINARE IL CALO DELLE SCUOLE 4 Alessandra Mazzei SPUNTI DI RIFLESSIONE PER UNA SCUOLA «LIQUIDA» E CREATIVA DI DIVERGENZE, CAPPELLI, ESPLORAZIONI E LIBERTÀ 10 Maria Grazia Gravina DALL’EMERGENZA EDUCATIVA ALLA COSTRUZIONE DEL FUTURO TRA FORM-AZIONE E RESPONS-ABILITÀ 19 Domenico Magro CONDIVIDERE UN SORRISO SINCERO 23 Periodico fondato da Gesualdo Nosengo Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Poste Italiane spa spedizione in abbonamento postale D.L. 353/03 (conv. in L. 27/02/2004 n°46) ART. 1 COMMA 1 MP-AT/C/RM/ Autorizzazione del tribunale di Roma n. 452 in data 11 febbraio 1949 DIRETTORE Rosalba Candela DIRETTORE RESPONSABILE Pasquale MARRO COMITATO REDAZIONALE Francesca GIAMMONA Maria Luisa LAGANI Caterina SPEZZANO Giovanna VENTURINO COORDINATORE DI REDAZIONE Elena FAZI PROGETTO GRAFICO Luigi GAGLIARDI Tel. 06 6875584 Presidenza: presidenza@uciim.it Segreteria: segreteria@uciim.it Tesseramento: tesseramento@uciim.it Redazione: redazione@uciim.it Amministrazione: amministrazione@uciim.it Consulenza: consulenza@uciim.it Webmaster: webmaster@uciim.it Sito internet: www.uciim.it Banca Intesa San Paolo IBAN IT56 A030 6909 6061 0000 0071 210 Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi Via Crescenzio, 25 - 00193 Roma Inviato in omaggio ai soci dell’UCIIM STAMPA Eurolit - Roma Questo numero è stato chiuso il 5 settembre 2023 Finito di stampare nel mese settembre 2022 ISSN 0036-987X RUBRICHE 25 LETTERE AL DIRETTORE - Marina Del Fabro IL SENSO DI ESSERE INSEGNANTI OGGI 3a VITA DELL’UNIONE Trieste INSERTO INDIZIONE XXVI CONGRESSO NAZIONALE MODULISTICA PER OPERAZIONI PRECONGRESSUALI I INSERTO MODULISTICA PER SEZIONI VI INSERTO MODULISTICA PER REGIONI X
1 comunità educante» • XI Congresso nazionale (Roma, 7/11 febbraio 1969) «Società e scuola in Italia. Responsabilità e iniziative dell’UCIIM» • XII Congresso nazionale (Roma, 08/12 dicembre 1971) «La funzione ed il ruolo del docente nella scuola e nella società degli anni ‘70» • XIII Congresso nazionale (Roma, 15/19 marzo 1974) «L’UCIIM e il suo contributo allo sviluppo della scuola e della società italiana» • XIV Congresso nazionale (Roma, 13/17 marzo 1978) «Prospettive di libertà nella scuola e per la scuola» • XV Congresso nazionale (Roma, 13/18 marzo 1981) «Costituzione e scuola» • XVI Congresso nazionale (Roma, 09/14 dicembre 1984) «La professione docente di fronte alle esigenze formative dei giovani e alle attese della società. Ruolo e responsabilità dell’UCIIM» • XVII Congresso nazionale (Roma, 06/10 dicembre 1988) sul tema «L’UCIIM per la qualità e l’autonomia della scuola secondaria» • XVIII Congresso nazionale (Roma, 16/20 novembre 1992) «La domanda educativa nell’attuale fase di transizione. Le nuove responsabilità della scuola e dell’UCIIIM» • XIX Congresso nazionale (Roma, 17/21 febbraio 1997) «Quale progetto culturale ed educativo alle soglie del terzo millennio?» • XX Congresso nazionale (Roma, 06/10 dicembre 2000) «UCIIM 2000: memoria, sogno, progetto al servizio della scuola» • XXI Congresso nazionale (Frascati, 27/31 marzo 2004) «Da persone, cittadini e professionisti per una scuola comunità educativa» • XXII Congresso nazionale (Roma, 30 novembre/3 dicembre 2006) «Educare nella scuola: nuovi scenari e nuove responsabilità» • XXIII Congresso nazionale «Per la scuola Subito dopo la liberazione di Roma avvenuta nei giorni 4-5 giugno del 1944, Gesualdo Nosengo fonda l’UCIIM: è il 18 giugno 1944. Nell’atto fondativo Nosengo precisa che «lo Statuto ed il Regolamento dell’Unione saranno approvati nel primo congresso che si celebrerà appena lo permetteranno le circostanze dipendenti dalla guerra». Il primo congresso si celebrò in Roma dall’1 al 4 settembre del 1947 sul tema «Scuola e democrazia». Da allora sono stati celebrati venticinque Congressi e con temi sempre attuali e utili per lo sviluppo della democrazia, della società, della scuola, • I Congresso nazionale (Roma, 01/04 settembre 1947) «Scuola e democrazia» • II Congresso nazionale (Roma, 03/06 settembre 1949) «La formazione dell’insegnante» • III Congresso nazionale (Roma, 27/29 dicembre 1951) «La Scuola e la Comunità nazionale» • IV Congresso nazionale (Roma, 25/27 marzo 1954) «Contributi professionali alla politica scolastica» • V Congresso nazionale (Roma, 22/25 aprile 1956) «La nuova scuola in una Repubblica democratica fondata sul lavoro» • VI Congresso nazionale (Roma, 24/27 aprile 1958) «Principi costituzionali, interpretazioni e indicazioni per una politica scolastica italiana del prossimo quinquennio» • VII Congresso nazionale (Roma, 19/21 marzo 1960) «Preparazione, aggiornamento, autogoverno didattico e formazione dell’insegnante» • VIII Congresso nazionale (Ariccia/Rocca di Papa, 16/19 marzo 1962) «Persona e scuola» • IX Congresso nazionale (Roma, 29 aprile/3 maggio 1964) «Una scuola nuova per una società nuova» • X Congresso nazionale (Roma, 04/08 dicembre 1966) «L’istituto scolastico come IL XXVI CONGRESSO NAZIONALE Rosalba Candela, Presidente nazionale UCIIM Editoriale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023
2 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Editoriale In preparazione all’incontro alle sezioni e alle regioni sono stati inviati ebook che possono servire da stimolo per riflessioni: • Ipotesi uomo; • Un nuovo umanesimo per evitare un disastro educativo; • La politica al servizio della persona e della comunità; • Società e antropocentrismo; • Il web e internet. Si è già provveduto, l’8 maggio scorso, all’INDIZIONE DEL CONGRESSO e alla diffusione del REGOLAMENTO PRECONGRESSUALE. In questo numero troverete un inserto centrale di 20 pagine con tutte le informazioni e le schede necessarie per le indizioni dei congressi sezionali e regionali. Per eventuali chiarimenti si può contattare la Segretaria nazionale o i docenti utilizzati. In quarta di copertina sarà presentata la locandina provvisoria. Quella definitiva sarà implementata nel sito e contemporaneamente diffusa nelle chat e sui social e pubblicata nel prossimo numero. In una società fluida e complessa come l’attuale, molti sono i temi che si impongono alla nostra attenzione in quanto educatori, attinenti tutti, purtroppo alla violenza presente tutti i giorni ovunque anche nei mezzi di comunicazione: la violenza giovanile, la violenza contro le donne, la violenza sui minori, la violenza digitale, la violenza sugli immigrati, la violenza sull’ambiente e, su tutto come ci ricorda sempre Papa Francesco, la violenza delle guerre in atto in Europa e in tante parti del mondo. Queste violenze, inoltre, sono spesso propalate e incentivate dai social. C’è un abisso fra le generazioni e i popoli, un abisso che va colmato urgentemente. Va colmato promuovendo i valori, facendo rinascere l’umano rispetto reciproco. L’unico strumento possibile nelle nostre mani è l’educazione e la formazione, che sono la mission del nostro impegno di dirigenti e insegnanti. Ecco perché la nuova paidea è il tema principale del nostro congresso e vi chiediamo di inviarci riflessioni e contributi in merito per condividere le idee, paure e speranze e per prepararci insieme ad affrontare tale tematica complessa, fondamentale e fondativa della nostra Unione. del XXI secolo. Vita associativa, formazione, professionalità» (Roma, 05/07 dicembre 2009) • XXIV Congresso nazionale «Oltre la crisi: la scuola in dialogo» (Tivoli, 06/09 dicembre 2012). • XXV Congresso nazionale «La costituzione fonte di convivenza civile» (Roma, 19-22 gennaio 2017) Oggi siamo al XXVI CONGRESSO che, causa la terribile pandemia dovuta al coronavirus, non si è potuto celebrare nei tempi dovuti, e che ora ci apprestiamo a celebrare con la piena consapevolezza di quanto il lockdown abbia accelerato al massimo il digitale trasformando la società e la scuola. Non è la guerra in atto di quando siamo stati fondati o l’urgenza di promuovere la democrazia ma è uno stravolgimento sociale, è una rivoluzione informatica che ha stravolto il modo di vivere dell’uomo con incontri a distanza, videoconferenze etc. Ma ci sarà ancor di più: l’intelligenza artificiale riferita a quei sistemi che pensano come la mente umana, che sono in grado di risolvere problemi, fare piani per il futuro. Abbiamo già esperienza delle auto a guida autonoma, degli assistenti virtuali che svolgono attività al posto dell’uomo, solo per fare qualche esempio. Come non ricordare il sopravvento di Hal sull’uomo in 2001 Odissea nello spazio? Sull’umanità incombe il pericolo della super intelligenza che procede per algoritmi ed è in grado di superare la mente umana. Oltre a tutto gli altri pericoli, quante forze lavorative verranno meno? Perciò il tema scelto per il XXVI CONGRESSO è «PERSONA E SOCIETÀ NELL’ERA DIGITALE: UNA NUOVA PAIDEIA». Esso sarà celebrato in Roma dal 18 al 21 gennaio 2024 approfondendo tematiche quali: • La persona all’alba del terzo millenio • Profilo della società di oggi e prospettive di una politica innovata • La scuola e il digitale • La nuova paideia • La cittadinanza digitale • La scuola del futuro • Linee progettuali per il quadriennio 20242028
3 Spiritualità LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 La sua attività didattica Nel frattempo egli dimostra subito una straordinaria passione per l’insegnamento e inizia immediatamente la sua attività didattica come insegnante di religione nelle scuole elementari; poi constatando che la cultura religiosa del suo popolo era praticamente nulla e notando la mancanza di istruzione della sua gente comprende che il suo compito di evangelizzatore deve essere preceduto ed affiancato da quello di maestro e fonda con il riconoscimento del Provveditorato una scuola popolare; dedica il venerdì ad una conferenza sui temi di attualità: venne tra gli altri a parlare agli alunni anche Giorgio La Pira. Don Milani ha un carisma straordinario per l’insegnamento, che affascina i suoi alunni, li apre al dialogo ed alla ricerca della verità. Egli avrebbe tanto desiderato essere nominato successore del parroco Don Pugi, parroco di San Donato di Calenzano, alla sua morte avvenuta il 12 settembre 1954: del resto si era fortemente affezionato all’apostolato che svolgeva ed ai ragazzi che istruiva ed educava e sui quali incideva profondamente, religiosamente e politicamente: non concepiva la mobilità parrocchiale, la carriera ecclesiastica; escludeva un amore universale, o meglio lo riteneva una cosa retorica, perché invece dovevi donarti totalmente alle persone che il Signore ti aveva fatto incontrare sulla tua strada, in particolare con la scelta dei poveri e degli ultimi. Il suo apostolato, i suoi interventi di carattere sociale e politico gli avevano nel frattempo attirato stima e curiosità, ma anche feroci critiche tra le forze politiche e gli stessi sacerdoti, che ritenevano inopportune e controproducenti le sue dichiarazioni pubbliche in polemica con politici, industriali, le gerarchie ecclesiastiche. Alcuni confratelli preti lo consideravano un soggetto pericoloso, che credeva di rinnovare il mondo e la società con la sua posizione chiaramente classista a favore dei poveri e con il suo pallino di una scuola popolare. Iniziarono da parte di un gruppo della parrocchia di Calenzano e da parte della Curia diocesana delle manovre per rimuoverlo: non mancava tra i suoi superiori chi riteneva Don Milani un bubbone da estirpare o per meno da isolare e rendere innocuo. Il trasferimento a Barbiana Il 20 settembre 1954 è nominato il nuovo parroco di San Donato. Don Lorenzo non aveva fatto assolutamente nulla per realizzare il suo desiderio di essere lui il successore né aveva cercato raccomandazioni in proposito: Scrive alla madre: «Bisogna che tu tenti di capire che un San Donato brigato oggi non mi vuol dir nulla e domani non sarà che un continuo tormento interiore e leticare esteriore coi preti». Occorre tener presente che nel codice di diritto canonico in vigore fino al 1983 un parroco era considerato inamovibile e se non intervenivano situazioni particolari come il desiderio di fare carriera ecclesiastica o qualche incarico particolare in diocesi o la UN PROFETA DELLA CHIESA, DELL’EDUCAZIONE E DELLA SCUOLA DON LORENZO MILANI - (1923-1967) Padre Giuseppe Oddone, Consulente ecclesiastico nazionale UCIIM Seguito dell’articolo pubblicato nel nn. 5-6 2023
4 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Spiritualità quelli murati…». Non era passato ancora un mese dal suo ingresso, ma già egli si sentiva legato per sempre ai suoi montanari ed aveva già attivato per loro una scuola parrocchiale con 24 giovanotti e pensava di mettere mano ad una strada che potesse arrivare fino alla chiesa. Senza alcun dubbio Don Milani era un’insegnante appassionato, affezionato ai suoi alunni figli di contadini montanari, di operai, spesso bocciati nella scuola di stato. Li raccoglieva in due stanze della canonica, più altre due che servivano da officina. Sapeva essere gioviale, spiritoso, ma era anche severo: senza ordine con una trentina di ragazzi tra i 11 ed i 17 anni c’era il rischio che tutta la sua esperienza psicologica ed il suo lavoro fallissero. Basava il suo insegnamento ad impadronirsi della parola e della capacità di comunicare; solo così si scopre la propria identità, si stabilisce un principio di eguaglianza tra gli uomini, si diventa sovrani, ossia liberi ed autonomi, si irradia impegno e solidarietà con gli altri, volontà di cambiamento, di miglioramento politico e di una pacifica rivoluzione a favore dei poveri. Su una parete della scuola di Barbiana di fronte alla scritta I care (Mi interessa, mi sta a cuore) ve n’era un altra «El niño que no estudia no es buen revolucionario». Voleva inoltre che gli alunni più grandi imparassero le lingue e facessero anche esperienza di lavoro all’estero. Obbediente e ribelle Don Milani si sentiva profondamente sacerdote con una fortissima identità: era un uomo di grande fede e cercò di essere fedelissimo ai principi del Vangelo. Amava la Chiesa e desiderava che essa svolgesse la sua missione di andare nel mondo, che si aprisse ai lontani ed ai comunisti credenti o non credenti, amava i sacramenti, in particolare l’eucaristia e la riconciliazione, amava i poveri, conduceva una vita austera, obbedì ai suoi superiori che lo inviarono prima a San Donato di Calenzano e poi a Barbiana, accettò l’intervento del Santo Ufficio che rinomina all’episcopato un sacerdote rimaneva normalmente fino alla morte nella parrocchia che gli era stata assegnata: questa era anche il desiderio di Don Milani, poter rimanere a San Donato perché era convinto che quelle erano le persone che egli doveva amare per tutta la vita. Per lui l’amore cristiano si deve focalizzare concretamente sulle poche persone che il Signore ha messo sul tuo cammino: erano in particolare i suoi giovani che educava attraverso alla scuola popolare ed i suoi parrocchiani che formava alla fede con i sacramenti, la catechesi, la vicinanza alle loro sofferenze, con una testimonianza rigorosa di povertà e di distacco dai valori e dalla mentalità cosiddetta borghese. Il Vicario della diocesi fiorentina Mons. Mario Tirapani, con l’approvazione del Card. Elia Dalla Costa, decide di mandarlo e di «seppellirlo» a Barbiana, una piccola ed isolata parrocchia di montagna, frazione del comune di Vicchio, a circa metà del monte Giovi, nel cuore del Mugello, abitata da un piccolo gruppo di montanari. Vi arrivò in una giornata fredda e piovosa il 7 dicembre 1954. I suoi famigliari, in particolare la mamma, ma anche Don Bensi, desideravano che fosse per lui una situazione provvisoria in attesa di una migliore sistemazione. Ma Don Milani si oppose con forza a questa mentalità: rifiuta di mettersi «nello stato d’animo del passante o del villeggiante… e neanche c’è motivo di considerarmi tarpato s’io vivo quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche la possibilità di fare del bene si misura dal numero dei parrocchiani…». (lettera alla mamma del 28 dicembre 1954). A Don Bensi scrive il giorno dopo: « La prego di non parlare più né con me né con altri di questa parrocchia come se fosse un banco di prova provvisoria in attesa di qualcos’altro. Io l’obbedienza l’ho fatta una volta per tutte ed ora basta… e se per mia disgrazia mi strappassero anche questa parrocchia stia sicuro che non ne accetterò nessun’altra, né nessun altro incarico. Mi farò certosino di
5 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Spiritualità Il libro ebbe numerose recensioni, dette notorietà nazionale ed internazionale al suo autore, ma fu osteggiato da una parte del clero che non si riconobbe nelle scelte di Don Milani e soprattutto dai politici che erano al potere ed infine, dopo una severa recensione del P. Angelo Perego su «La civiltà cattolica» del 13 settembre 1958, il Santo Ufficio ne volle il ritiro dal commercio il 10 dicembre 1958, non perché fosse un libro eretico, ma perché ritenuto non opportuno. Solo nel 2014 fu tolto da Papa Francesco il divieto della sua diffusione. Interesse nazionale ed internazionale su Don Milani ebbe anche la sua «Lettera ai cappellani» del 23 febbraio 1965, pubblicata integralmente da Rinascita (settimanale comunista) il 6 marzo 1965, ove prendeva chiaramente posizione in favore del diritto all’obiezione di coscienza nei confronti del servizio militare, per il quale alcuni giovani erano finiti in prigione e La lettera ai giudici dell’ottobre del 1965, ambedue pubblicate poi insieme col titolo «L’obbedienza non è più una virtù», quando il potere militare o politico ti comanda in guerra o in pace delle azioni ingiuste verso gli innocenti ed i poveri. Lettera ad una professoressa Nel 1960 Don Milani incominciò a sentire gli effetti della malattia che lo porterà alla morte a soli 44 anni di età. Continuò tuttavia la sua attività didattica nella scuola di Barbiana; alcuni dei suoi alunni presentati agli esami della scuola statale vennero respinti; oltre che per i ragazzi fu una grande sofferenza anche per Don Milani, che riteneva di averli adeguatamente preparati alla scuola, ma soprattutto alla vita. Nacque così «La lettera ad una professoressa», scritta a più mani dai suoi ragazzi, sotto la sua revisione. Espone con estrema chiarezza le sue idee sulla scuola, nate dall’esperienza di Barbiana. Prima di tutto la scuola, in particolare quella dell’obbligo, deve essere inclusiva e dare anche ai più poveri la possibilità di impadronirsi della lingua, non per poter parlar tirò di circolazione il suo libro «Esperienze pastorali». Fu esemplarmente obbediente nei principi che si riferivano al Vangelo ed alla missione della Chiesa, ma disobbediente nei comportamenti: non voleva assolutamente che i sacerdoti si conformassero alla mentalità borghese, che ne appoggiassero apertamente la politica, anzi egli si propose di stimolare i credenti a creare leggi più giuste e meno oppressive per i poveri attraverso il voto, il sindacato, lo sciopero; criticò anche l’atteggiamento dei superiori, in particolare della Curia fiorentina, che con il Card. Florit non aveva dialogato con lui e non lo aveva mai difeso come sacerdote di fronte ai suoi poveri ed ai montanari (questa fu per Don Milani la sofferenza più grande!) e lo aveva piuttosto considerato come un prete scomodo per le sue indicazioni pastorali, sociali e politiche. Don Milani si espose pubblicamente per difendere le sue scelte. Inviò lettere al direttore del giornale Il Mattino di Firenze, per segnalare la mancanza d’acqua, di luce, di strada a Barbiana, per far conoscere la situazione di estrema povertà dei suoi pochi montanari e difese con forza la scelta di una scuola popolare, proprio lassù in una zona difficilmente accessibile, a Barbiana, che proprio grazie a lui divenne un centro di attrazione per diversi studenti respinti dalla scuola statale. Il 25 marzo 1958 venne pubblicato dalla Libreria editrice fiorentina, con l’imprimatur del Card. Elia Dalla Costa e l’introduzione dell’Arcivescovo di Camerino Mons. Giuseppe D’Avack. il suo libro «Esperienze pastorali» in cui raccolse le sue osservazioni sulla parrocchia di San Donato di Calenzano, ove aveva svolto il suo ministero per sette anni, e mise a fuoco secondo la sua sensibilità i metodi inadeguati di evangelizzazione, la lontananza dai poveri ed il loro odio verso la Chiesa, i compromessi politici, la superficialità delle devozioni popolari, la questione sociale ed il problema dei lavoratori, l’importanza della elevazione culturale dei poveri attraverso alla scuola popolare.
6 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Spiritualità gazzi «sovrani», si ispirava ai principi della Costituzione italiana e voleva in questo modo condurre e suoi alunni al senso della legalità, ma nello stesso tempo a cercare di proporre e di fare leggi migliori in senso politico a favore dei poveri. La lettera ad una professoressa ebbe un’enorme successo e divenne uno dei testi che animarono la rivoluzione studentesca del 1968: una sua aberrazione fu quella di esigere nelle università il 18 politico. Per tale motivo non mancano opinionisti molto critici verso di essa, ritenendo che abbia portato al degrado della scuola italiana. Ma non era certo questa la volontà di Don Milani, morto peraltro per un tumore il 26 giugno del 1967, prima che nelle università scoppiasse la protesta. Papa Francesco si è recato a Barbiana il 20 giugno 2017, esattamente cinquant’anni dopo la morte di Don Lorenzo, lo ha per così dire sdoganato, ed ha riconosciuto in lui un profeta, un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri, la Chiesa ed ha sottolineato la sua passione per l’insegnamento. Le scelte di Don Milani sono ancora attuali, prima nella realtà ecclesiale, poi nel mondo della scuola ed indicano un ideale per gli insegnanti e per gli alunni: I care, mi prendo a cuore i problemi della mia scuola e della società, cerco di dare la padronanza della lingua e la conoscenza delle lingue straniere, di rendere il ragazzo «sovrano», perché così vuole la nostra Costituzione, di includere tutti ma sempre puntando in alto e mai al ribasso, di uscire insieme e non individualmente dai vari problemi (questa è la vera politica), di amare concretamente gli alunni, di interagire positivamente con le famiglie, di infondere la voglia di imparare e di servire gli altri, di conoscere e praticare i valori civili della Costituzione… Penso che Don Milani, profeta e rivoluzionario nella Chiesa e nella scuola, possa ancora insegnarci molto, anche se alcune provocazioni, per cui ebbe molto a soffrire, sono legate al suo carattere, alla sua vicenda personale ed ai suoi conflitti sociali ed ecclesiali. di tutto, ma poter parlare alla pari con tutti. La lotta alla selezione di classe va prima di tutto combattuta nella scuola dove vengono falciati ragazzi e ragazze degli strati più poveri: nelle elementari, in prima media, al primo anno delle superiori. La lettera ha saputo dire alcune cose che nessuno prima ha osato dire, sottolineando alcuni aspetti di ingiustizia strutturale del nostro sistema educativo. Per fare scuola occorre inoltre conoscere il contesto nel quale ci si trova ad operare e non pretendere di fare parti eguali tra persone che non sono uguali: diversi i momenti storici, la situazione di ogni ragazzo, i luoghi, gli ambienti, le famiglie. Non si può essere veri insegnanti senza l’analisi concreta della realtà in cui si è immersi. Bisogna guardare soprattutto agli individui e chiedersi: cos’è il loro bene e cosa posso fare per loro? La lettera sostiene una scuola a tempo pieno, in modo da trovare per tutti la via della promozione e della democratizzazione: una scuola capace di liberare le persone dall’oppressione classista e dalla subordinazione passiva agli schemi storiografici che fanno perno sul primato della violenza e della potenza nel rapporto fra i popoli. Chiara deve essere poi la scelta della nonviolenza, del pacifismo, della dignità di ogni persona e del rispetto per tutti. La scuola di Barbiana tentava di far diventare i ra-
7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Il decremento demografico è da tempo presente nel nostro Paese ed emerge in modo evidente nel sistema formativo anche se fino ad ora non ha intaccato le logiche interne di organizzazione del settore, mantenendo inalterati i parametri di formazione delle classi, continuando ad abolire le piccole scuole, introducendo il numero chiuso per l’ingresso alle università. I dati più recenti però confermano il capovolgimento di prospettiva e fanno scattare l’allarme: gli alunni diminuiscono vistosamente soprattutto nel primo ciclo, si mantengono stabili alcuni indirizzi delle superiori, con difficoltà relative ai nuovi ingressi e le uscite precoci dal secondo ciclo; la diversificazione delle opportunità nell’istruzione terziaria riducono le iscrizioni all’università. La demografia non è semplicemente uno studio della denatalità, ma influenza anche gli obiettivi che vogliamo attribuire al sistema formativo, in relazione non solo alle opportunità occupazionali, ma anche all’organizzazione della società ed all’esercizio della cittadinanza. La politica però sembra rinchiusa in un dibattito settoriale senza vedere il percorso complessivo, dal bambino che entra a scuola ed ancora prima nei servizi educativi per la prima infanzia e va su verso un progressivo equilibrio tra formazione generale e professionale. Detti servizi hanno ricevuto il loro completamento solo di recente, nel 2017, però non sono ancora raccordati con la scuola, sia dal punto di vista dei finanziamenti, non sono chiare infatti le competenze ed i relativi impegni finanziari dei diversi enti preposti al multigoverno, sia da quello della programmazione territoriale. Se da un lato dunque si invocano le risorse del PNRR per allargare la presenza dei nidi, dall’altro si restringono i parametri per il mantenimento delle piccole scuole, generando conflitti, che spesso arrivano al cospetto dei tribunali amministrativi, tra l’amministrazione statale e gli enti locali. A questo primo segmento è collegato il raggiungimento di obiettivi educativi e di apprendimento che sappiamo essere molto problematici, sia in quanto le scuole, soprattutto quelle di base, dovrebbero stare vicine alle popolazioni di territori anche critici, sia perché il calo demografico dovrebbe favorire la riorganizzazione del servizio ed il suo miglioramento qualitativo, in modo da combattere l’abbandono cui è soggetta una popolazione scolastica e familiare sempre più fragile e a rischio disagio sociale. Alle superiori il calo demografico non si è ancora manifestato in tutta la sua gravità, si fa sentire soprattutto nei divari territoriali in relazione allo sviluppo economico, con istituti ancora sovraffollati ed altri con vuoti sempre più vistosi. Questa situazione dovrebbe farci riflettere sul rapporto tra indirizzi scolastici e mondo del lavoro, su un’offerta che dovrebbe ricalibrare le competenze generali con quelle professionali, soprattutto in relazione alle nuove professionalità ed una domanda che invece esige alla fine della secondaria una preparazione di pronto impiego nelle mansioni lavorative. Mentre i licei sono distribuiti un po’ su tutto il territorio nazionale, gli istituti tecnici e professionali, a cui si aggiunge la formazione regionale, che acquista sempre più credito, sono maggiormente presenti nei distretti produttivi. Se da un lato prende piede una formazione professionale di alto profilo, ma fortemente legata alle aziende del territorio, dall’altro il calo degli iscritti alle università fa ripensare ai benefici derivanti dalla perduta occasione di una formazione prolungata oltre l’adolescenza. Questo fa ripensare COME ARGINARE IL CALO DELLE SCUOLE Gian Carlo Sacchi, Esperto di politiche scolastiche
8 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 e che possono andare a ricreare le nostre aule sempre più deserte. Il dimensionamento della rete scolastica di recente proposto dal Governo desta non poche preoccupazioni, ci sono famiglie che non trovano più le classi e magari dovranno sobbarcarsi chilometri per conciliare la frequenza scolastica con le esigenze lavorative, gli studenti che devono abbandonare i propri compagni per ritrovarne altri, il che non sarebbe drammatico se si potesse praticare concretamente la flessibilità organizzativa dei gruppi, gli enti locali che hanno affrontato spese per la manutenzione e ristrutturazione degli edifici e magari impiegheranno i fondi del PNRR, per andare incontro ad un prossimo ridimensionamento. Il tutto perché nonostante si sia cercato di attenuare il pericolo sempre in agguato di soppressione attraverso forme di decentramento delle competenze di programmazione, si continua ad usare l’atavico criterio delle leve demografiche. Si tratta infatti della più ampia forma di instabilità per un territorio, che ha funzionato fin tanto che le classi di età erano ben nutrite, per cui si trattava di una sorta di partita di giro tra i plessi scolastici, mentre ora che il calo demografico non risparmia nessuna parte del Paese il declino avanza in maniera precipitosa. Occorre invertire la rotta applicando provvedimenti già disponibili, approvati e messi da parte per mantenere il gioco burocratico-sindacale delle nomine del personale che rimane nelle mani del ministero dell’economia il quale centellina l’organico sulla base di rigidi numeri di alunni per classe. Si tratta di mantenere il decentramento della programmazione della rete scolastica, l’autonomia aveva stabilito un iniziale concon quanto si proponeva alla fine del secolo scorso circa l’università di massa, la quale poteva aiutare le persone a completare il proprio ciclo formativo fino all’età adulta. Dell’ampliamento degli accessi si è avuta paura pensando al perdurare di logiche sessantottine e si è consegnata la formazione al lavoro, selezionando così l’utenza e ponendo tanti ostacoli per il percorso accademico. Il decremento demografico dunque è un’occasione per riflettere non solo alla futura natalità, o alla sola gestione del risparmio pubblico; la scuola, lo dicono tutti ma lo praticano in pochi, soprattutto nella politica, non è un costo, ma un investimento e quindi prima di tagliare si può pensare a riconvertire, ma ci vogliono proposte e non una navigazione a vista in base alle emergenze sociali. Una cosa nuova di cui ci si dovrebbe occupare maggiormente sono l’ormai notevole numero di ragazzi e giovani stranieri non accompagnati che sbarcano sulle nostre coste, con età diverse, che potrebbero essere utilmente inseriti nei percorsi formativi. Anziché farli parcheggiare nella burocrazia dell’accoglienza, in attesa di un improbabile rimpatrio, alcune regioni iniziano a farli frequentare corsi di formazione professionale e intanto possono coprire quei posti di lavoro che le aziende richiedono. In attesa dei bambini che devono ancora nascere cerchiamo di integrare quelli che sono già nati
9 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 colo anche per quanto riguarda l’assunzione del personale da parte delle scuole stesse. La gestione deve rimanere partecipata, aperta alle rappresentanze del territorio e del mondo del lavoro. Tre passaggi: programmazione, funzione sociale della scuola e stabilità organizzativa, non hanno bisogno di nuove leggi, ma di una convergente volontà politica per conferire piena funzionalità al sistema e togliere tanta burocrazia; non servono nemmeno nuovi finanziamenti in quanto si può consolidare la spesa storica ad un livello accettabile in questi anni di decremento e magari valutare la possibilità di strutturare, con l’aiuto del PNRR, soprattutto in merito ai nuovi ambienti di apprendimento, i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. Il ridimensionamento previsto anche se riguardasse soltanto le dirigenze non potrà staccarsi del tutto dalla oscillazione degli alunni; le due cose continueranno ad influenzarsi a vicenda, con il permanente rischio della soppressione delle classi o del cambiamento nella composizione degli istituti. sistenza degli istituti ai quali riconoscere la personalità giuridica e le successive modifiche avrebbero dovuto coinvolgere le regioni, gli enti locali e le stesse scuole autonome. Fu tracciato un percorso partecipativo che però è stato ridotto a pura prassi burocratica, nel senso che gli enti territoriali, compresa la conferenza stato-regioni, sono stati chiamati ad esprimere pareri entro limiti economici invalicabili e non costruiti dal basso, come la legislazione richiedeva, ma imposti a livello centrale. La situazione delle così dette aree interne è quella che continua a soffrire, motivo per cui nella legge sui piccoli comuni si richiedeva un piano regionale per le scuole che non fu mai realizzato, così come ad esempio gli istituti con numeri superiori a quelli stabiliti non furono mai spezzati in ossequio alla fama degli stessi piuttosto che all’efficienza organizzativa. Insomma non si tratta di decentrare solo competenze di carattere esecutivo, nella scelta dei tipi di aggregazione, che poi dati i vincoli quantitativi risultano anche poco coerenti e razionali, ma di condividere un’organizzazione che parta dal basso, dalle esigenze dei territori e non dal bilancio dello stato. La funzione che oggi si vuole attribuire alla scuola stessa, oltre all’alfabetizzazione culturale, la vedono impegnata insieme ad altri soggetti, in primis le famiglie e poi il privato sociale, anche attraverso patti educativi di comunità, e le diverse realtà del territorio. Si parla di scuole aperte tutto il giorno e tutto l’anno, con compiti di recupero nell’apprendimento e di situazioni di disagio sociale, di civic center, in aiuto alla comunità. La regione deve definire gli ambiti territoriali di riferimento per le unioni dei comuni nel primo ciclo e nei servizi per l’infanzia e per le province nel secondo ciclo, nel quale prendono corpo i laboratori territoriali per l’occupazione nel caso dell’istruzione tecnica e professionale. La stabilità dell’organizzazione interna agli istituti è un altro elemento di sostenibilità dell’azione formativa. Occorre completare una volta per tutte l’autonomia e attribuire un organico di istituto poliennale, con mobilità limitata e margini di manovra nel caso venga praticata la flessibilità del curri-
10 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 L’anno scolastico appena conclusosi, al pari -ma forse più- di altri, ci ha restituito la fotografia di una scuola che non gode in tutto di una «sana e robusta costituzione»: malesseri e manifestazioni patologiche hanno riguardato docenti, ragazzi, famiglie; fors’anche dirigenti. Certo numerosissime le storie di bellezza e armonia che in essa si vivono giorno per giorno e lo sa bene chi ha la fortuna di intingere la propria quotidianità tra quelle mura e gli affacci esterni che da essa si aprono; e tuttavia queste non riescono a tenere sempre accese le luci sui prosceni delle positività. Da una parte siamo vittime di un sistema mediatico e psico-sociale in cui le buone notizie, le vicende gioiose e solari pare non attirino, non «vendano», quindi passano sotto silenzio o quasi: fa notizia, corre veloce sulle nostre bocche e sotto i nostri occhi, sempre più il negativo, la cronaca nera, il litigio, il dissidio, la violenza; e già questo di suo sarebbe un sintomo (o forse anche causa?) di comportamenti collettivi da analizzare e sviscerare, in quanto non privi di connessioni, conseguenze, e pericolosissime dinamiche replicanti ed emulative. Dall’altra parte, è pur vero che quella stessa scuola che spesso sa accogliere e gioire, che sa costruire percorsi di crescita e benessere per i propri bambini/ ragazzi, non è tutta la nostra scuola, e raccontarla solo così non sarebbe la restituzione più fedele e completa del sistema scolastico italiano. Violenza tra pari e su pari; violenza di studenti verso docenti; mortificazioni indubbie, ma anche, in altri casi, vessazioni di questi verso bambini e ragazzi; incertezze e inadeguatezze del sistema educativo a reagire e correggere le derive comportamentali; denunce e lettere accorate di giovani che si sono sentiti a disagio, esclusi, rifiutati o di famiglie che non hanno ritenuto accolto o ben capito o valorizzato il proprio figlio hanno campeggiato sotto i riflettori dell’opinione pubblica in questi ultimi mesi. Difficile, azzardato, forse metodologicamente anche errato, il tentativo di produrre analisi esaustive o proporre terapie. Certo non alla portata di chi scrive. E tuttavia, nel silenzio afoso di un’estate calda, SPUNTI DI RIFLESSIONE PER UNA SCUOLA «LIQUIDA» E CREATIVA DI DIVERGENZE, CAPPELLI, ESPLORAZIONI E LIBERTÀ Alessandra Mazzei, Docente del Polo liceale di Rossano (CS), Consigliere regionale UCIIM Calabria
11 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 umana. La nostra di docenti, innanzitutto, perché non si può insegnare ciò che non si sente e che non si è; poi quella dei nostri bambini e ragazzi. «Ai nostri tempi la scuola…»; «ai nostri tempi noi giovani…»; «ai nostri tempi le famiglie…». Possiamo davvero, ingenuamente, ripetere con convinzione questi vecchi andanti? Come non coglierne la ciclicità sempre viva dai tempi dei nostri classici! Dietro questi alibi pregiudizievoli e infondati, refrain da Settimana enigmistica, si nasconde un’incapacità di mettersi in dialogo, una volontà di sottrarsi all’analisi, un’inconsapevolezza socio-collettiva così colpevole da meritare l’indignazione delle nuove generazioni che, sentendosi etichettare in definizioni massive, riduttive e spesso offensive delle loro individualità e della loro complessità e bellezza, non possono che chiudersi ancora di più in quei vuoti comunicativi che spesso siamo bravi solo ad additare, ma non a comprendere e meno che meno a riempire. Analfabetismo emotivo lo definisce Goleman e dopo di lui Galimberti: i nostri ragazzi spesso non hanno, non sanno, non trovano le parole per definire, conoscere e riconoscere, quindi, le loro emozioni; ma non certo perché -a dispetto delle apparenze- non ne provino e anche intensamente! Dietro quei cappucci alzati, dietro quelle finte indifferenze, dietro quei «niente» con cui spengono il nostro malnato tentativo di chiedere, meccanicamente, cosa abbiano fatto quel giorno a scuola o con gli amici; a volte anche (o soprattutto) dietro quell’aria da bullette e bulletti, si cela una vita che ribolle; giacciono, attonite, paure e fragilità -spesso derivanti da malesseri che assorbono dal mondo di noi adulti-, incapaci di trovare i canali per fluire serenamente, per trasformarsi, diventare parola, disegno, musica, movimento; per diventare bellezza; per essere esorcizzate, curate con creatività, risolte con armonia e amore e non con rancore e violenza. E quando non so, faccio come posso. Curo le mie preoccupazioni chiudendomele dentro e rifugiandomi in mondi alternativi, schermati, protetti; o sputo la mia rabbia verso gli altri, magari i più indifesi e fragili (proprio come me, anche se non lontani per un po’ dallo stress di riunioni e registri, si avverte l’esigenza di una riflessione, anzi, di una metariflessione distesa, pur nella consapevolezza chiara della limitatezza, provvisorietà e incompletezza della stessa. Ma va bene così, in quanto essa nasce all’interno di una stimolante conversazione vissuta in un’assemblea primaverile della sezione Uciim di Mirto Rossano; si rinforza delle voci alternatesi in un articolato dibattito dell’Age Alto Ionio cosentino sul tema, e si propone su queste colonne, spazio ideale di un confronto sempre in fieri e aperto, come continuazione ideale di questi stessi, o simili, dibattiti. Nell’opuscolo La scuola è vita, Gramsci, con lucida e appassionata visione, si interrogava sull’interazione tra queste due sfere. Non ha senso, perde di valore e significato, una scuola che viva fuori dal suo tempo, dal suo spazio e dalla sua realtà, quindi dalla vita. Si avvertiva ieri, e ancor più oggi, la necessità che quanto nelle classi si progetta e si fa sia profondamente relazionato alla vita e si ponga come veicolo di valore e valori, tale da poter diventare esperienza prolifica, orientante, stimolante. Non si tratta di asservire la scuola a scopi pratici, di sottrarla alla propria missione più profonda e gratuita, come se avesse bisogno di approcci utilitaristici o di dimostrare applicabilità concreta per essere riconosciuta e apprezzata. Anzi, è forse il contrario. Probabilmente significa, piuttosto, fare entrare di diritto in essa tutto ciò che è il fluire della vita di ogni tempo e del nostro tempo e, con ciò e perciò, le necessarie strategie per muoversi a proprio agio, e -perché no?- con gioia e intensità all’interno di quel fluire. Superfluo stabilire una graduatoria tra le tre dimensioni delle conoscenze, abilità e competenze; occorre, piuttosto, capire quali davvero debbano essere: quali riconosciamo, ad ogni vaglio, sempre valide e imprescindibili; quali, invece, siano da adeguare all’evolversi dei tempi; quali da rinforzare o introdurre. Ma, soprattutto, è centrale comprendere come queste tre sfere siano tre cerchi chiamati insieme e indissolubilmente (l’immagine è suggerita dal maestro della Commedia) a comporre e formare la persona
12 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 l’essere, l’avere di più con l’illusione della felicità, e il comprare ai propri figli con l’assolvimento del proprio ruolo di genitori significativi, ha davvero senso preoccuparci di dare regole e severità ai nostri giovani, piuttosto che metterci in discussione noi e quindi chiederci come provare a renderli più felici e, magari, esserlo anche noi con loro? Su queste dimensioni che più immediatamente sono riconducibili alla nostra volontà e scelte di vita, si vanno ad intersecare altre che prescindono da noi e con cui occorre, però, fare i conti. È vero, come si diceva prima, che sono stereotipate le visioni che ritengono un tempo migliore o peggiore di un altro; tuttavia, è corretto riconoscere le cifre caratterizzanti di una determinata epoca. Ci viene in aiuto Bauman, la cui definizione di società liquida rende in modo pregnante ed efficace la nostra condizione organizzativo-strutturale, ma necessariamente anche psico-emotiva. Siamo immersi in una realtà che cambia continuamente forme e profilo, che rapidissimamente sostituisce il vecchio col nuovo, abolendo anche il concetto stesso di riparazione o adattamento, secondo una regola che è alla base del materialismo consumistico, ma che ontologicamente è drammatica per le sue implicazioni; una realtà in cui le professioni e i mestieri di pochi anni prima potrebbero non essere più gli stessi già oggi o almeno non del tutto; in cui avere un’ottima preparazione non basta, se non sei continuamente pronto e predisposto ad una formazione continua; in cui, quindi, anche studiare e sapere potrebbero non bastare, senza associare ad essi un’indispensabile attitudine all’adattabilità, perché gli orizzonti cambiano continuamente e in quelli occorre muoversi per restare in gioco. Questa estrema velocità, con cui tutto si consuma (o si vive forse), sentimenti compresi a volte; questo nuovo con cui fare sempre i conti; questa globalizzazione che ci pone continuamente al centro di un hic et nunc che si espande, replica e modifica; questa dimensione moltiplicata delle potenzialità di incontri e relazioni umane, da conciliare con la necessità di rapporti stabili e punti di riferimento affettivi solidi; questa fluidità inebriante forse, per alcuni aspetti, ma lo faccio vedere), o magari verso chi non mi capisce, chi mi chiede quanto non so dare o fare e non vuole o non riesce ad aiutarmi né io so dirglielo; contro chi rappresenta iconicamente il mondo degli adulti, l’istituzione, la società; o contro me stesso, perché mi sento incapace, diverso, brutto, sbagliato. C’è violenza nella scuola, perché c’è violenza nella società. E c’è violenza perché c’è malessere. Ma, come spesso accade quando un cattivo medico ferma lo sguardo solo sul sintomo, senza studiarne le cause più profonde, in queste settimane il dibattito si è incentrato quasi solo su voti, numeri, criteri per la valutazione del comportamento e nuovi regolamenti, sebbene nessuno di questi fattori possa arrivare a prevenire, o guarire il disagio più profondo urlato in quelle forme malate. Certo, le famiglie devono dare più regole; è venuto meno il principio di autorità e di conseguenza anche l’autorevolezza della scuola e delle sue figure è in crisi, e per tante ragioni; i ragazzi di oggi vogliono tutto e subito, non conoscono il sacrificio e i sudori dell’impegno… tutto vero, forse. Forse in parte. Ma assolutamente parziale. Certamente non curativo. Le strade lunghe, la capacità di visione completa sembrano non appartenerci. E, invece, forse la società, tutte le sue cosiddette agenzie educative, dovrebbero interrogarsi su «bazzecole» come gli spazi e i modelli di socialità costruiti per i nostri ragazzi. Se i centri commerciali sono la piazza, il giardino, la biblioteca, il centro ludico e di socializzazione di oggi, cosa stiamo comunicando loro? Per non parlare della dimensione tempo: i momenti di esperienze condivise tra adulti e bambini/ragazzi sono sempre più limitati, come anche la complicità nel gioco, il dialogo vero, l’ascolto attivo, la leggerezza sana in cui veicolare i messaggi più profondi. Come stupirci, allora, dei loro «niente, tutto come al solito»? Se i modelli e le testimonianze che offriamo loro sono espressione di una società improntata sulla stressante produttività e sull’inseguimento di perenni gioventù fisiche, cosa stiamo insegnando loro? Se questa società confonde sempre più l’avere con
I LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Visto l’articolo 13 comma 3 dello Statuto UCIIM Visto l’articolo 18 del Regolamento Organico Nazionale UCIIM Viste le delibere del Consiglio Nazionale e del Consiglio delle Regioni È INDETTO il XXVI Congresso nazionale UCIIM, che sarà celebrato in Roma nei giorni 18, 19, 20, 21 gennaio 2024, con il seguente Ordine del Giorno: 1. Tema congressuale: “PERSONA E SOCIETÀ NELL’ERA DIGITALE: UNA NUOVA PAIDEIA”. 2. Elezione della Presidenza del Congresso. 3. Approvazione del Regolamento Congressuale. 4. Designazione della Segreteria congressuale. 5. Designazione della Commissione verifica poteri. 6. Designazione della Commissione elettorale. 7. Designazione dei Componenti dei seggi elettorali. 8. Relazione del Presidente nazionale. 9. Relazione del Segretario nazionale. 10. Relazione dell’Amministratore. 11. Relazione del Presidente dei Revisori dei Conti. 12. Discussione e votazione delle mozioni. 13. Modifiche allo statuto. 14. Approvazione delle linee progettuali per il prossimo quadriennio. 15. Operazioni elettorali inerenti: Presidente Nazionale e Consiglio di Presidenza, Consiglio Nazionale, Collegio dei Revisori dei Conti, Comitato dei Probiviri. Sono parte integrante della presente INDIZIONE 1. REGOLAMENTO DELLE OPERAZIONI PRECONGRESSUALI 2. MODULISTICA PER SEZIONI: ¯ Allegato A: Modello verbale delle elezioni sezionali. - Allegato B: Modello delega sezionale. - Allegato C: Modello subdelega sezionale. 3. MODULISTICA PER REGIONI: - Allegato D: Modello verbale delle elezioni regionali. - Allegato E: Modello delega regionale. - Allegato F: Modello subdelega regionale Roma 08/05/2023 Rosalba Candela Presidente Nazionale INDIZIONE XXVI CONGRESSO NAZIONALE
II LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 PARTE I DIRITTO DI PARTECIPAZIONE AL CONGRESSO Art. 1 1. Il XXVI Congresso nazionale sarà celebrato a Roma dal 18 al 21 gennaio 2024. Art. 2 1. Hanno diritto a partecipare alle varie fasi congressuali i Soci regolarmente iscritti per l’anno sociale 2023 alla data del 30 settembre, registrati all’Ufficio tesseramento della Segreteria centrale e che abbiano regolarmente versato le quote associative entro il 30 settembre 2023. Art. 3 1. Al Congresso nazionale prendono parte, con diritto di parola e di voto, i Delegati eletti dai Congressi regionali. 2. Vi partecipano con il solo diritto di parola, a meno che non siano Delegati, i Componenti del Consiglio delle Regioni. 3. Sono ammessi a partecipare, come Uditori, i Soci iscritti all’Associazione, secondo quanto previsto dell’art. 2 del presente Regolamento. 4. I Delegati, i Membri del Consiglio delle Regioni e gli Uditori godono dell’esonero dalle lezioni. 5. La Presidenza nazionale ha facoltà di rivolgere inviti a presenziare ai lavori del Congresso. PARTE II CALENDARIO DELLE ELEZIONI DEI DELEGATI Art. 4 1. Le elezioni dei Delegati (Assemblee sezionali e Congressi Regionali) si svolgono dal 2 ottobre al 30 novembre 2023, previa intesa tra Consigli sezionali e regionali. 2. L’Assemblea sezionale e il Congresso regionale sono validamente costituiti in 1a convocazione se sono presenti o rappresentati per delega la metà più uno degli aventi diritto al voto, in 2a convocazione (almeno 24 ore dopo) qualunque sia il numero degli aventi diritto intervenuti. 3. La documentazione dell’Assemblea sezionale viene inviata, entro 5 giorni, per e-mail, alle Presidenze regionale e nazionale ed è presentata in originale, in sede di Congresso regionale, da un Delegato (art. 8/5 del presente Regolamento). 4. Entro il 9 dicembre 2023 vengono trasmessi, alla seguente e-mail congresso26@uciim. it, i Verbali dei Congressi regionali con gli esiti delle operazioni elettorali, unitamente ai certificati di delega e alle mozioni congressuali. PARTE III ASSEMBLEE SEZIONALI Art. 5 1. L’Assemblea sezionale per l’elezione dei Delegati al Congresso regionale è indetta dal Presidente sezionale almeno 15 giorni prima della sua celebrazione. 2. L’o.d.g. dell’Assemblea sezionale deve contenere: 2.1 la trattazione del tema congressuale 2.2 l’elezione del Presidente dell’Assemblea e la designazione degli altri Organi assembleari 2.3 la presentazione, la discussione e l’approvazione del Regolamento assembleare e REGOLAMENTO DELLE OPERAZIONI PRECONGRESSUALI
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