La Scuola e l'Uomo - n. 7-8 - Luglio-Agosto -2023

4 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXX - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2023 Spiritualità quelli murati…». Non era passato ancora un mese dal suo ingresso, ma già egli si sentiva legato per sempre ai suoi montanari ed aveva già attivato per loro una scuola parrocchiale con 24 giovanotti e pensava di mettere mano ad una strada che potesse arrivare fino alla chiesa. Senza alcun dubbio Don Milani era un’insegnante appassionato, affezionato ai suoi alunni figli di contadini montanari, di operai, spesso bocciati nella scuola di stato. Li raccoglieva in due stanze della canonica, più altre due che servivano da officina. Sapeva essere gioviale, spiritoso, ma era anche severo: senza ordine con una trentina di ragazzi tra i 11 ed i 17 anni c’era il rischio che tutta la sua esperienza psicologica ed il suo lavoro fallissero. Basava il suo insegnamento ad impadronirsi della parola e della capacità di comunicare; solo così si scopre la propria identità, si stabilisce un principio di eguaglianza tra gli uomini, si diventa sovrani, ossia liberi ed autonomi, si irradia impegno e solidarietà con gli altri, volontà di cambiamento, di miglioramento politico e di una pacifica rivoluzione a favore dei poveri. Su una parete della scuola di Barbiana di fronte alla scritta I care (Mi interessa, mi sta a cuore) ve n’era un altra «El niño que no estudia no es buen revolucionario». Voleva inoltre che gli alunni più grandi imparassero le lingue e facessero anche esperienza di lavoro all’estero. Obbediente e ribelle Don Milani si sentiva profondamente sacerdote con una fortissima identità: era un uomo di grande fede e cercò di essere fedelissimo ai principi del Vangelo. Amava la Chiesa e desiderava che essa svolgesse la sua missione di andare nel mondo, che si aprisse ai lontani ed ai comunisti credenti o non credenti, amava i sacramenti, in particolare l’eucaristia e la riconciliazione, amava i poveri, conduceva una vita austera, obbedì ai suoi superiori che lo inviarono prima a San Donato di Calenzano e poi a Barbiana, accettò l’intervento del Santo Ufficio che rinomina all’episcopato un sacerdote rimaneva normalmente fino alla morte nella parrocchia che gli era stata assegnata: questa era anche il desiderio di Don Milani, poter rimanere a San Donato perché era convinto che quelle erano le persone che egli doveva amare per tutta la vita. Per lui l’amore cristiano si deve focalizzare concretamente sulle poche persone che il Signore ha messo sul tuo cammino: erano in particolare i suoi giovani che educava attraverso alla scuola popolare ed i suoi parrocchiani che formava alla fede con i sacramenti, la catechesi, la vicinanza alle loro sofferenze, con una testimonianza rigorosa di povertà e di distacco dai valori e dalla mentalità cosiddetta borghese. Il Vicario della diocesi fiorentina Mons. Mario Tirapani, con l’approvazione del Card. Elia Dalla Costa, decide di mandarlo e di «seppellirlo» a Barbiana, una piccola ed isolata parrocchia di montagna, frazione del comune di Vicchio, a circa metà del monte Giovi, nel cuore del Mugello, abitata da un piccolo gruppo di montanari. Vi arrivò in una giornata fredda e piovosa il 7 dicembre 1954. I suoi famigliari, in particolare la mamma, ma anche Don Bensi, desideravano che fosse per lui una situazione provvisoria in attesa di una migliore sistemazione. Ma Don Milani si oppose con forza a questa mentalità: rifiuta di mettersi «nello stato d’animo del passante o del villeggiante… e neanche c’è motivo di considerarmi tarpato s’io vivo quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche la possibilità di fare del bene si misura dal numero dei parrocchiani…». (lettera alla mamma del 28 dicembre 1954). A Don Bensi scrive il giorno dopo: « La prego di non parlare più né con me né con altri di questa parrocchia come se fosse un banco di prova provvisoria in attesa di qualcos’altro. Io l’obbedienza l’ho fatta una volta per tutte ed ora basta… e se per mia disgrazia mi strappassero anche questa parrocchia stia sicuro che non ne accetterò nessun’altra, né nessun altro incarico. Mi farò certosino di

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