Ecologia: tra scienza e bias cognitivi

Negli ultimi anni — e il periodo del Covid lo ha mostrato con grande evidenza — si è consolidata l’idea che la scienza debba essere costantemente messa “sotto processo”. Ma da dove nasce questa sfiducia crescente? E cosa accade quando tale atteggiamento viene applicato ai temi ecologici e al cambiamento climatico?

Scienza: un sapere relativo, non relativistico

Il metodo scientifico è un percorso di conoscenza fondato sulla verifica rigorosa delle ipotesi. Il termine “relativo” indica che i risultati sono validi fino a prova contraria, cioè fino all’emergere di nuove evidenze. Non significa, invece, che “tutto vale allo stesso modo”, come vorrebbe un relativismo improprio.

Un esempio efficace viene dalle scienze della Terra. Un gruppo di geologi può cartografare una serie di sovrascorrimenti (strutture geologiche importanti ed imponenti) e definire un limite strutturale basandosi su rilevamenti accurati, metodi esplicitati e pubblicazioni sottoposte a revisione tra pari. Anni dopo, grazie a strumenti migliori, a un territorio mutato o a nuovi punti di accesso, un altro team può correggere quei dati.
Questo non rende “sbagliato” il lavoro precedente: è semplicemente la scienza che avanza.

Tentativi ed errori: rigore, non improvvisazione

L’espressione “tentativi ed errori” può essere fraintesa. Il tentativo scientifico non è un gesto casuale, ma un processo strutturato:

  • nasce da un’osservazione o ipotesi ben fondata;
  • richiede esperimenti ripetibili e protocolli trasparenti;
  • utilizza la statistica per distinguere i segnali dal rumore;
  • viene sottoposto alla verifica di altri gruppi di ricerca.

Quando le evidenze non confermano l’ipotesi, questa viene abbandonata: è l’“errore” che permette il progresso.

La scienza è dunque non assoluta, non definitiva, e proprio per questo è affidabile: perché si autocorregge.

Perché l’incertezza scientifica genera ansia sociale

Viviamo in un’epoca in cui l’incertezza è percepita come una minaccia. Molte persone cercano un sapere “assoluto”, una garanzia totale, che la scienza — per sua natura — non può offrire. Questo bisogno genera due bias cognitivi opposti:

  1. Fideismo scientifico: credere che la scienza possa fornire verità immutabili;
  2. Scetticismo radicale: rifiutare qualsiasi risultato scientifico perché “potrebbe cambiare”.

Entrambi gli atteggiamenti sono distorsioni.

La scienza non si occupa di verità assolute: propone modelli che descrivono il mondo con crescente precisione. Prendere atto della provvisorietà della conoscenza non significa indebolirla, bensì comprenderne la forza.

E il cambiamento climatico?

È su questo sfondo psicologico e culturale che si inserisce la questione ecologica. Il cambiamento climatico in atto è un fatto misurato: dal 6° rapporto IPCC emergono evidenze estremamente solide che attribuiscono alle attività umane la responsabilità principale del riscaldamento globale osservato dal XX secolo.
Questo consenso scientifico, però, si scontra con interessi economici e narrativi politici che alimentano ulteriori bias:

  • Negazionismo economico: “la transizione ecologica comprometterà l’economia”.
  • Relativismo delle evidenze: “gli scienziati non sono d’accordo” (falso; l’accordo supera il 97%).
  • Accuse di catastrofismo: spostare il dibattito dal merito dei dati all’emotività.

La Conferenza sul Clima di Belém (COP30, 2025) ha già reso evidente un punto critico: le politiche globali attuali non sono sufficienti a limitare l’aumento medio della temperatura a 1,5°C. La dipendenza dai combustibili fossili resta predominante, mentre la deforestazione dell’Amazzonia — pur diminuita nel biennio 2023-2024 con le politiche di protezione — continua ad avanzare in alcune aree per agricoltura e allevamento.

Siamo, insomma, in un paradosso cognitivo: riconosciamo i rischi, ma restiamo immobili.

Come portare tutto questo in classe?

In un contesto in cui il cambiamento climatico viene talvolta minimizzato, gli insegnanti possono affidarsi a un approccio interdisciplinare che collega:

  • ecologia
  • storia
  • geografia umana
  • educazione civica

Un filo conduttore potente è quello della giustizia sociale. La storia degli ultimi 10.000 anni mostra come variazioni climatiche intense abbiano spesso anticipato crisi politiche, migrazioni e conflitti — non solo durante le grandi migrazioni altomedievali, ma anche in fasi come la Piccola Età Glaciale o le crisi alimentari del XVIII secolo.
Il clima non è mai l’unica causa, ma un fattore scatenante che amplifica tensioni preesistenti.

Collegare i cambiamenti climatici con gli effetti sulle società permette agli studenti di:

  • comprendere la complessità del fenomeno;
  • evitare letture semplificate o ideologiche;
  • sviluppare una sensibilità basata sui dati e sul pensiero critico.

Cosa ne pensate?

Vi interessa la preparazione di:

  • una UDA completa (secondaria I e II grado) su clima, crisi sociali e giustizia ambientale;
  • EAS pronti all’uso con attività brevi, strumenti digitali e fonti scientifiche selezionate;
  • schede con grafici, dati IPCC e task di cittadinanza scientifica.

Nell’ottica delle condivisione a livello nazionale, possiamo raccogliere idee e buone pratiche dalle vostre esperienze?