Fabio Calvino
Siamo abituati a pensare al Wi-Fi come a un filo invisibile che ci collega a Internet: un servizio silenzioso che permette di inviare messaggi, guardare video, scaricare file. Ma dietro quelle onde radio che attraversano le nostre case, scuole e città, si nasconde un potenziale che va ben oltre la connessione.
Un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma ha dimostrato che il Wi-Fi può anche riconoscere le persone. Senza telecamere. Senza immagini. Solo leggendo le minuscole modifiche che il corpo umano imprime al segnale mentre si muove nello spazio.
Il progetto si chiama WhoFi – un gioco di parole tra “Who” (chi) e “Wi-Fi” – e rappresenta una svolta tanto affascinante quanto inquietante: un sistema che permette di identificare un individuo senza mai vederlo.
In apparenza è una tecnologia innocente, persino rassicurante: niente volti archiviati, nessuna telecamera puntata addosso. Ma se ci pensiamo bene, apre scenari che interrogano profondamente il nostro concetto di privacy, di sorveglianza e perfino di identità.
Il corpo che parla, anche quando tace
Il principio è semplice: ogni corpo è unico.
Quando un segnale Wi-Fi attraversa una stanza, rimbalza sulle pareti, sui mobili e anche su di noi. La forma del nostro corpo, la postura, la densità dei tessuti, persino la quantità d’acqua nei nostri organi modificano quel segnale in modo irripetibile.
Queste variazioni si possono misurare: si chiamano Channel State Information (CSI). E dentro di esse si nasconde una specie di firma radio personale, un’impronta invisibile che ci distingue da chiunque altro.
I ricercatori hanno mostrato che, con gli strumenti giusti, un computer può imparare a riconoscere questa firma. Hanno addestrato una rete neurale – un algoritmo ispirato al cervello umano – a collegare un certo tipo di distorsione del segnale alla presenza di una specifica persona.
Risultato: il sistema è in grado di capire chi c’è nella stanza, anche se quella persona è dietro un muro o completamente al buio.
Non stiamo parlando di fantascienza. Gli esperimenti sono stati condotti con router Wi-Fi comuni, di quelli che abbiamo tutti in casa. E i risultati sono stupefacenti: il sistema riconosce le persone con un’accuratezza superiore al 95%.
Riconoscere senza vedere
La cosa più sorprendente è proprio questa: non serve più vedere per sapere chi siamo.
Fino a ieri la sorveglianza si basava sugli occhi: telecamere, droni, sistemi di riconoscimento facciale. Oggi, invece, le macchine iniziano a “sentire” la nostra presenza in modi che sfuggono completamente alla nostra percezione.
In un certo senso, il corpo diventa una password che non possiamo cambiare. Non il volto, non l’impronta digitale, ma la maniera stessa in cui interagiamo con l’aria, con la materia, con le onde che ci circondano.
Ogni respiro, ogni passo, ogni gesto lascia una traccia invisibile che può essere interpretata.
Questo apre questioni etiche nuove e profonde.
Da un lato, si tratta di una tecnologia potenzialmente meno invasiva, perché non cattura immagini né archivia volti. Potrebbe perfino diventare una forma di sicurezza “gentile”: un modo per riconoscere una persona senza violare la sua immagine.
Dall’altro, però, il rischio è ancora più sottile: essere osservati senza accorgercene. Non ci sono obiettivi che ci fissano, nessuna luce rossa accesa: solo onde radio che attraversano lo spazio e registrano chi passa.
Quando la privacy diventa trasparente
Viviamo in un’epoca in cui la privacy è sempre più difficile da difendere.
Abbiamo accettato telecamere nei negozi, riconoscimenti facciali sugli smartphone, assistenti vocali che ascoltano le nostre parole. Ma ciò che rende il Wi-Fi così interessante è la sua normalità. È ovunque, sempre acceso, sempre attivo.
Non serve installare un nuovo sensore per spiare qualcuno: basta sfruttare quelli che già ci circondano.
Chi può garantirci, allora, che in futuro nessuno userà questa tecnologia per monitorare presenze, contare persone, o addirittura riconoscere individui in spazi privati?
L’esperienza ci dice che ciò che è possibile, prima o poi, qualcuno proverà a farlo. E quando la sorveglianza diventa invisibile, diventa anche difficile da controllare.
Il paradosso è che tutto questo nasce da un intento positivo.
I ricercatori di WhoFi non vogliono spiare nessuno: cercano soluzioni per rendere la sicurezza più affidabile e meno invasiva. Il loro sistema, infatti, non ha bisogno di immagini: lavora solo con numeri, matrici, sequenze di ampiezze e fasi del segnale. Le applicazioni possono essere utilissime: riconoscere una persona in difficoltà, pensiamo ad un individuo caduto in casa e impossibilitato a muoversi e a chiedere soccorso.
Eppure, il risultato finale è lo stesso: riconoscere una persona.
Che ci piaccia o no, la frontiera tra “vedere” e “sapere” sta diventando sempre più sottile.
Vedere non è più l’unico modo per sapere
Il caso WhoFi ci costringe a riflettere su una verità scomoda: non serve vedere per conoscere.
La nostra cultura ha sempre associato la visione alla conoscenza: “vedere per credere”, “aprire gli occhi”, “guardare in faccia la realtà”.
Ma la tecnologia sta scardinando questo legame millenario. Le macchine non hanno bisogno di vedere per sapere chi siamo: possono “ascoltare” il battito del Wi-Fi, “sentire” la nostra forma nelle onde elettromagnetiche, “intuire” la nostra presenza nei dati che lasciamo nell’aria.
In fondo, viviamo in un mondo fatto di segnali: GPS, Bluetooth, 5G, sensori di movimento. Tutto ciò che facciamo emette tracce.
WhoFi mostra solo quanto sia profonda la nostra esposizione: anche un’infrastruttura neutra e quotidiana come il Wi-Fi può trasformarsi in un occhio che non vediamo, in un orecchio che non tace mai.
Il lato etico dell’invisibilità
È facile entusiasmarsi per una tecnologia così elegante: riconoscere le persone senza telecamere, migliorare la sicurezza degli spazi pubblici, assistere persone anziane senza microfoni o obiettivi.
Ma la stessa tecnologia può essere usata per sorvegliare senza consenso.
Immaginiamo un’azienda che controlla quante persone si fermano davanti a una vetrina, o un datore di lavoro che misura la presenza dei dipendenti semplicemente leggendo il campo Wi-Fi.
Nessuno lo vedrebbe. Nessuno potrebbe accorgersene.
La domanda, allora, non è più solo tecnica, ma filosofica: cosa significa essere osservati, se non ci accorgiamo di esserlo?
La sorveglianza tradizionale almeno ci obbligava a confrontarci con uno sguardo, a sapere che eravamo visti. Quella invisibile, invece, ci accompagna silenziosamente, trasformando ogni spazio connesso in un potenziale osservatorio.
Un futuro da progettare con consapevolezza
La tecnologia non è mai neutra. È sempre il riflesso delle intenzioni di chi la progetta e di chi la usa.
WhoFi ci offre una straordinaria dimostrazione di intelligenza scientifica, ma anche un campanello d’allarme: ci invita a ripensare la relazione tra privacy e innovazione.
Forse, per garantire la sicurezza, non dobbiamo per forza rinunciare alla libertà di essere invisibili. Ma serve una consapevolezza nuova: sapere che anche il silenzio, oggi, può parlare.
Il paradosso di questa tecnologia è tutto nel suo nome: Who-Fi – “Chi sei, Wi-Fi?”.
Ci chiede di interrogarci su chi siamo davvero in un mondo in cui anche l’aria può identificarci.
Non è un’invenzione contro di noi, ma un segnale: ci ricorda che ogni forma di conoscenza produce potere, e che il potere di riconoscere è anche il potere di controllare.
Conclusione: l’occhio che non si vede
Forse il futuro della sorveglianza non passerà dalle telecamere, ma dalle onde.
Un futuro in cui l’occhio che ci osserva non avrà più pupilla, ma frequenza.
E allora la sfida non sarà solo tecnica, ma culturale: imparare a convivere con tecnologie che non ci guardano, ma che ci conoscono comunque.
Perché, in fondo, non vedere non significa non sapere.
E nella società digitale, l’invisibile è ormai la forma più pervasiva della visione.
Bibliografia di riferimento:
Avola, D., Emam, E., Montagnini, D., Pannone, D., Ranaldi, A. (2025). WhoFi: Deep Person Re-Identification via Wi-Fi Channel Signal Encoding. Università La Sapienza di Roma.
Suggerimenti didattici
Dopo la lettura del testo possiamo iniziare un momento di dialogo comunitario in classe con i ragazzi:
- brain storming su tre domande – cos’è per voi la privacy, quanto è importante, quanto ci tenete alla privacy sul digitale;
- mappa concettuale – tre mappe da riunire in una sola dal titolo “Privacy”;
- costruzione di un EAS condiviso insieme alla classe da proporre ad una classe inferiore (metodologia tutoring)