Lo Scaf fale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIX- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2022 44 Vi ta del l ’Unione TRIESTE Un proverbio africano afferma che «Per educare un bambino ci vuole un villaggio», Igino nella favola di Cura ricorda che è proprio a questa divinità che è affidata la vita dell’uomo, John Donne nella sua XVII Meditazione, ripresa da Hemingway, riflette sul fatto che «Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. [...] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te». E noi, a cosa ci sentiamo più simili: a isole o a nodi? Decisamente densa, affascinante e ricca di spunti la conversazione «Sulla crisi della comunità educante: isole o nodi di una rete?» con cui Luca Grion ha aperto il corso di aggiornamento proposto da UCIIMTrieste per l’a.s. 2022-23, il cui filo conduttore «La scuola come comunità educante» sarà affrontato nel corso dell’anno da tre prospettive diverse: filosofica, psicologica ed infine, pedagogico-didattica. La prospettiva della conversazione di questa sera sarà filosofica, ma non per questo distante dal nostro vissuto: perché se è vero che il nostro non è il tempo della proclamazione di speculazioni filosofiche che sentiamo troppo distanti e astratte, è però altrettanto vero che le realtà che stiamo vivendo inverano esattamente le concezioni filosofiche elaborate nel passato. La stessa immagine evocata nel titolo, isola e nodo, rappresentano due ben precise visioni del mondo: individualistica la prima, relazionale la seconda. che non esiste più una morale pubblica ma solo un’etica privata. Se poi il bene e la felicità, e questo è il pensiero che si è imposto nella modernità, consistono esclusivamente nella soddisfazione del piacere del singolo, è evidente che ognuno perseguirà un bene diverso, e non solo: gli altri, e questa è la lezione di Thomas Hobbes, diventeranno nemici in quanto competitori nel faticoso sforzo per riuscire a soddisfare i propri desideri. È la logica dell’homo homini lupus. L’altro, nella migliore delle ipotesi, potrà essere un mezzo di cui servirmi, in chiave mercantilistica, per ottenere piacere. È evidente che l’immagine più rispondente a questa visione in cui ciascuno è un’individualità materiale, un io odioso, è quella dell’isola. Discorso ben diverso quello fatto da Maritain che nel 1946 propose la persona come essere in relazione e la persona stessa come bene comune: è una visione che richiama l’immagine del nodo che non esiste fuori dal legame e in cui quello che conta non è tanto il nodo in sé ma la tenuta della rete. Per Maritain l’uomo non può ridursi alla sola materialità o a un qualcuno che si esaurisce nella soddisfazione dei desideri; ha una personalità spirituale che afferma la sua trascendenza. La via privilegiata da seguire è non importa se quella cristiana dei santi o quella laica degli eroi: l’essenziale è assecondare un movimento di apertura, dar corso alla capacità di donarsi e creare legami. L’indagine filosofica finora esposta, ha osservato Luca Grion nel passare alla seconda parte della sua conversazione, ci può aiutare a leggere la realtà. Ma, nella concretezza, che fare? La prima, quella in cui ciascuno si sente un’entità chiusa e autoreferenziale, è quella per cui, come ebbero a dire Margaret Thatcher «la società non esiste, esistono solo gli individui» o Ronald Reagan «il governo non è la soluzione ma il problema». È una visione del mondo che funziona per sommatoria, che si pone come obiettivo il bene totale e fa PIL. Ben diversa dalla proposta di Jacques Maritain che al bene totale preferisce il bene comune, e al conteggio per sommatoria quello per moltiplicatoria, molto più esigente in quanto non ammette il fallimento di nessuno perché anche un solo zero azzererebbe tutto il risultato finale. È un concetto di società o comunità in cui tutti si sentono parte integrante e da cui nessuno è escluso. Ma è anche il concetto di comunità, che attualmente è in crisi, a cui si reagisce con azioni di chiusura e privatizzazione: anche in campo educativo. Da cui la rottura dell’alleanza tra scuola e famiglia, la tendenza di quest’ultima a un atteggiamento protettivo nei confronti del figlio e alla percezione di un’invadenza educativa da parte della scuola. Scuola che, per reazione, si arrocca su posizioni di difesa, offrendo così ai ragazzi lo spettacolo di un mondo adulto diviso e facendo loro percepire che tra i vari soggetti educativi non vi è condivisione di valori, cosa per altro verissima in quanto viviamo in pieno relativismo etico. Ciò cui assistiamo è la realizzazione di quanto anticipato dal «pensiero debole» di Friedrich Nietzsche: il bene non è qualcosa di condiviso, ma dipende da ciò che ciascuno percorre nel suo personale vissuto e vive nel suo privato. Con la conseguenza
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