La Scuola e l'Uomo - n. 9-10 - Settembre-Ottobre 2022

Lo Scaf fale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIX- Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2022 Vi ta del l ’Unione Ecco due possibili suggerimenti operativi: Il primo: prestare attenzione ad una tendenza che si va affermando dall’America e di cui è portavoce qui in Italia Luigina Mortari cioè l’etica della cura e, secondo: per ricostruire valori condivisi positivi prendendo spunto dalle esperienze negative. Esaminiamole brevemente entrambe. Nel suo interessantissimo testo «Filosofia della cura» Luigina Mortari intreccia la filosofia classica, Socrate, Platone, con quella esistenzialista, Heidegger. Il punto di partenza è la favola di Igino (I a. C.) che narra della creazione dell’uomo da parte della dea Cura o più precisamente sulla disputa per decidere a chi spettava dare il nome a questa nuova creatura. A Cura che l’ha plasmata o alla Terra che ha fornito la materia o ancora a Zeus che le ha infuso lo spirito? Saturno, chiamato a risolvere la contesa così decide: poiché tutti hanno contribuito, Giove alla morte dell’uomo se ne riprenderà lo spirito, la terra riavrà il suo corpo ma in vita l’uomo sarà affidato a Cura, senza la quale non potrebbe vivere. Quanto al nome: uomo, essendo fatto di humus, di terra. Parecchie sono le piste filosofiche che il racconto offre: innanzi tutto rifiuta decisamente il riduzionismo al materiale: l’uomo ha in sé elementi sia materiali che spirituali. In lui inoltre è inscritto un progetto, ovvero la possibilità, e qui ritorna la lezione di Heidegger, di passare dall’«essere» all’«esserci». Ma non è un passaggio scontato, costa fatica, è un lavoro: il lavoro di Cura che non solo è faticoso ma anche indispensabile e che deve assolutamente essere costante, feriale. Ma perché, si è chiesto e ha chiesto Luca Grion, l’uomo ha questa continua necessità di cura? Perché è un essere finito e sempre dipendente: nascita e morte, i momenti più determinanti della nostra vita, sfuggono al nostro controllo; da piccoli dipendiamo totalmente non solo dal seno ma anche dallo sguardo della madre e durante tutta la vita sperimentiamo la fragilità e vulnerabilità ovvero la possibilità da un lato (fragilità) di «andare in pezzi» (ma non per questo diveniamo meno preziosi, anzi) e dall’altro (vulnerabilità) la possibilità di essere feriti. Ma anche questo secondo non è affatto un tratto negativo: l’esporci allo «sguardo» degli altri ci consente di intrecciare legami. Un esempio per tutti: l’innamoramento. Riassumendo: per la visione relazionale, l’uomo è strutturalmente legato agli altri e la sua felicità dipende dai legami, la dipendenza è costitutiva e la cura diventa la cifra della sua vita. Cura che non è affatto un monolite, anzi. Innanzi tutto va declinata su due piani: cura di sé, del proprio essere, delle proprie fragilità e limiti, e cura degli altri. E poi si realizza in tre forme: quelle della merimna, epimeleia e therapeia. La prima, la merimna, si rivolge al presente. È il prendersi cura dell’essenziale, e qui entra in gioco tutto un discorso di educazione alla sobrietà. La seconda, l’epimeleia, apre gli orizzonti al futuro facendo sì che ciascuno possa arrivare a dare la miglior versione possibile di sé ovvero raggiungere il suo compimento (cosa diversa dalla perfezione), ed infine la terza, la therapeia, prende atto che le cose possono andare anche male e provvede. Questa duplicità di piani relazionali dell’uomo (ovvero verso sé e verso gli altri) vissuta nelle diverse dimensioni del presente, del futuro e dell’esperienza del male indicano chiaramente che la responsabilità educativa è inscritta nell’umano. E di conseguenza che la privatizzazione dell’educazione fa a pugni con la sua realtà. La sfida educativa, all’opposto, sta proprio nella capacità di prendersi cura dell’altro in un’ottica di relazione strutturale, trasversale alla comunità tutta che si ritrova nel comune bisogno di cura. Si tratta di passare da una visione del mondo maschilista, razionale, astratta, sottoposta a regole a una femminile, della dipendenza, più aderente alla realtà, non violenta in cui al rivendicare diritti tra presunti uguali si preferisce la richiesta del prendersi cura. Quanto invece al secondo suggerimento, cioè quello di trovare un accordo su cosa è bene a partire dalle esperienze negative, Grion ha invitato ad osservare che se è vero che sulla definizione del bene ci dividiamo, al contrario tutti riconosciamo il male nelle stesse cose: tradimento, isolamento, offesa, violenza, menzogna… sono un male per tutti. Ma quest’esperienza trasversale del male ci dice che anche il bene può essere condivisibile. Facciamo allora tesoro delle esperienze negative, quella del Covid ad esempio, per ripartire. Perché quello che fa comunità, insegna Maritain, non è tanto l’essere accomunati da un passato, quanto da un comune progetto per il futuro. Ridiscutere il bene potrà costare fatica, ma facciamola questa fatica: ci consentirà di costruire un’educazione comunitaria. Perché… (Marina Del Fabbro)

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