5-6 Maggio-Giugno 2025

40 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 no dal Petrarca «se ipsum habere pauci contigit». Emblematica su questo fronte l’epistola 42,10 «qui se habet, nihil perdidit. Sed quoto cuique habere se contigit? e in risposta il «nemo sibi contigit» della lettera 32,4. «Seneca pensa per antitesi» (Pohelenz, 1941) e su di essa sono costruiti i suoi versi più celebri. La concisione, la tecnica epigrammatica, il flumen in clausola hanno l’intento di trasmettere il massimo significato morale nel minimo delle parole. La sententia finale (gnoma) si affila come un’arma nella lotta per la sapientia e per la virtus perfecta. L’intero stile, secondo l’imprescindibile affermazione di Traina, rispecchia nel linguaggio dell’interiorità un movimento centripeto e uno centrifugo nel linguaggio della predicazione. Chi legge le epistole di Seneca a Lucilio, ricorda Carl Classen, avverte subito di esser preso come per mano e condotto verso un più alto grado di perfezione umana, un percorso di conoscenza dei vizi che dominano l’animo e di raggiungimento della virtus e quindi della vera libertas, che per gli stoici nasce dal dedicarsi alla filosofia. Si tratta di quell’equilibrio e armonia dell’anima di cui Platone aveva soltanto accennato nel Fedone, in forma dialogica, e a cui Seneca dà voce nelle lettere con un grado di introspezione che non ha precedenti. La fortitudo, ramificata in potentia, perplessio e tolerantia, la constantia e quel senso di magnitudo animi sono solo alcune delle virtutes che portano al raggiungimento di una vita beata, che si drammatizzano in una tensione interiore e in una continua vigilanza su sé stessi. La retorica senecana verte in questa direzione; il fine non è il delectare, come il puro retore, né il docere, come il puro filosofo ma è admonere, descender in nos (ep. 40,4) far presa sull’animo (ep. 108,26) e lì si mostra in tutta la sua compiutezza l’intento parenetico nella forma letteraria delle epistole e la «scrittura di sé». Il nostro tempo deve quindi riconoscere qualcosa di sé in Seneca, nella sua vita intesa come ricerca intellettuale, nella sua scrittura come espressione e testimonianza di quella ricerca, come sostiene il Luzi, un «criterio» di vita in una «relazione imponderabile tra vita e scrittura, tra lettera e spirito». «lo stile della predicazione» (Traina). Della stretta connessione tra il messaggio dell’interiorità e della parenesi si fa espressione e veicolo il linguaggio e lo stile delle epistole, che obbedisce a codici comunicativi ben precisi. Il linguaggio della lettera, i submissiora verba, il tono intimo e pacato è il più efficace per seguire l’iter spirituale del discepolo. Esso trasmette praecepta che, come semi, si radicano nell’anima, quasi senza che il beneficiario ne sia consapevole; una conversatio che è reciprocamente fruttuosa dal punto di vista morale. È quel linguaggio dell’interiorità finemente analizzato da Traina nello «stile drammatico del filosofo Seneca» (Bologna, 1947) Attraverso la scrittura dell’interiorità e della parenesi in Seneca il mondo antico scopre una nuova dimensione, quella interiore dell’animo. Forse Quinto Sestio, alla cui scuola pitagoreggiante Seneca imparò ad indagare animum suum, si era avvicinato a tali riflessioni. Ma fu Seneca a forgiare il linguaggio latino dell’interiorità, la «scrittura di sé» ricorrendo soprattutto a metafore come quella del possesso e del rifugio e all’uso di innumerevoli indicatori di persona e di dativi riflessivi (ex se sibi il più frequente), attorno ai quali ruota l’intera dimensione parenetica. Sviluppa il concetto attingendo a svariati campi semantici, soprattutto a quello del lessico giuridico ed economico. È l’interiorità come auto-possesso che domina il pensiero dell’ultimo Seneca, afferma Traina, e che permette di evidenziare quel contrasto tra i beni esteriori, spesso adiaphora, indifferenti all’animo e i beni interiori. Il tema del possesso, confinato in Cicerone soltanto alle facoltà mentali e alla sfera d’indipendenza e conquista sociale, sarà trasferito da Seneca al campo morale. Il «vindica te tibi» posto icasticamente in apertura alla prima lettera è un verbo che indica il rivendicare il possesso di sé stesso, che si muove parallelamente al «nemo se sibi vindicat» del De Brevitate vitate. Il rivendicare il possesso di qualcosa, rispetto ai canoni della dottrina stoica, implica il concetto di liberazione. Questo motivo del «se habere», con le sue varianti sintattiche e lessicali, condensa il senso di una parenesi filosofica, echeggiato persi-

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