39 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 che va al di là della semplice trasmissione dei precetti filosofici, ovvero il prodesse, un giovamento che nasce non soltanto dai praecepta ma da ricercare ancor più negli exempla, nelle testimonianze di vita quotidiana con un procedimento che sembra quasi dichiarato e che sfrutta in maniera pratica e concreta l’epistolografia. Giancarlo Mazzoli, in uno studio sulle cornici iniziali e finali delle lettere, ne evidenzia la funzione; introducono aspetti della vita quotidiana, piccoli fatti talvolta banali, ma che analizzati in chiave morale conducono ad una meditazione di carattere etico sulla sapientia, sulla virtus, sulle debolezze e i vizi che costituiscono il tessuto connettivo dell’animo umano in una conversatio che giova gradatamente. Testimonianza paradigmatica di una riflessione filosofica che parte dai piccoli elementi della vita quotidiana è l’epistola 57, che dall’avventuroso viaggio di Seneca da Baia a Napoli, passando attraverso la galleria di Posillipo (cornice della lettera), giunge infine alla meditazione filosofica sulla προπαθεια (propatheia) quella sensazione che precede la paura, nata dal senso di smarrimento di trovarsi immersi dalla lux nell’obscuritas completa, per poi infine riappropriarsi attraverso la capacità di autocontrollo del proprio «io psichico». Allo stesso intento parenetico obbedisce del resto la pratica di Seneca di trasmettere a Lucilio alla fine di ogni lettera, di norma sede privilegiata così come l’inizio, una sententia che contiene un precetto di saggezza su cui meditare. Una doverosa riflessione va quindi fatta circa le epistole 94 e 95, nelle quali riprendendo la diatriba sulla stoà, Seneca dibatte in merito all’insegnamento filosofico, chiedendosi se si debba fondare sui decreta o sui praecepta, ovvero se esso debba servirsi di principi morali universali o semmai specifici. Dichiara infine che occorrono tanto i praecepta tanto le admonitiones, ossia quegli elementi parenetici che si rivolgono all’individuo, alla concretezza delle sue situazioni esistenziali, parlando non solo alla mente e al cuore, ma alla voluntas. Il filosofo si trasforma in monitor, anzi piuttosto in coactor come ricorda lo stesso autore nell’epistola 52,4. Non a caso come vedremo lo stile di Seneca è quello dei preceptum e dell’admonitio, bene morale, alla formazione spirituale in un reciproco beneficio tra lo stesso scrivente e il destinatario. Ritorna quel motivo della cura sui, in quanto la cura di sé diviene interesse e cura degli altri. Su questo versante si individua una diretta filiazione con il modello Epicureo delle lettere a Idomeneo nonché a Metrodoro e Pitocle, nelle quali Epicuro delinea un pensiero filosofico creativamente aperto che permette di evidenziare e «curare» le alienazioni in cui si muove la vita dell’uomo, partendo per l’appunto dalla comprensione della realtà. Il vivere quotidiano si intreccia all’indagine filosofica. Proprio per questa sua adesione alla realtà della vita la lettera, si è visto, sarà il genere ideale per praticare quotidianamente la filosofia. Non a caso G. Rosati in «Seneca sulla lettera filosofica» parla di una coppia-modello che si identifica per l’appunto in Epicuro-Idomeneo. Nella produzione greca ricordiamo inoltre Platone, con i suoi dialoghi, nonché Dionigi di Alicarnasso con le epistole retoriche che mantengono nel discorso filosofico l’espressione in prosa, recuperando allo stesso tempo l’aspetto artistico (stilistico) introducendo la forma epistolare-dialogica, considerando che, come scrive Boyonce (1964,254) «la Grecia non aveva dato nulla di simile alle lettere a Lucilio». Seneca affida al dialogo in absentia un compito
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