36 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 al dolore e al mistero. Il rinoceronte che si agita nella grotta di Lescaux sembra addirittura futurista, ritratto com’è nel suo spasmodico movimento. «La tempesta» di Giorgione, con quel lampo che squarcia il cielo a metà, quelle figure misteriose, che non si sa chi siano, quegli infiniti toni di verde … tutto rimanda a una bellezza in cui emozioni diverse si compenetrano. I mitici sfumati di Leonardo, fatti con le dita, avvolgono nel mistero, come in un tutt’uno, natura e uomo, cielo e terra, nel dipinto «S. Anna, Maria, Gesù e l’agnellino». Turner, sorpreso da una tempesta di neve in mare, da novello Ulisse si fece legare all’albero della nave per godersi l’esperienza e la trasferisce con pennellate furiose nell’omonimo dipinto «Tempesta di neve». Il testimone della bellezza passa ora dalla pittura alla scultura. L’ «Apollo di Veio» in terracotta, con i suoi capelli a trecce, perfetto specchio di un modello greco, ha tuttavia – se visto da vicino - il volto colorato di viola, le labbra eccessivamente grosse: un esempio di espressionismo e quasi horror già nell’arte antica? L’«Abacuc» di Donatello, progettato per il Campanile di Giotto a Firenze e alto 2 metri, ci trafigge dall’alto del suo sguardo: tanto alto e tanto grande, da esser soprannominato «lo zuccone». Sempre di Donatello, la «Maddalena penitente» in legno e stucco, con il volto e il corpo scavato, gli abiti a brandelli, è un’icona del dolore in cui molti si potrebbero riconoscere e in questo sta la sua modernità; ha perso la bellezza fisica di un tempo, ma ha acquisito una nuova bellezza spirituale che la rende vicina a Dio e all’umanità dolente di ogni tempo. Entrando nella Cappella Sistina, di Michelangelo tutti si affrettano ad ammirare il Giudizio Universale, complice anche il poco tempo concesso a ciascun visitatore per sostare all’interno; e così sfuggono altri capolavori, come la «Sibilla libica», nella sua posa acrobatica e col suo abito straordinariamente moderno nella sua apertura laterale; oppure «Gli antenati di Cristo» che scendono dalle pareti e ritraggono un personaggio con l’orecchino e una donna che si pettina; queste bellezze sono situate in alto, negli angoli e sfuggono a uno sguardo scontato e convenzionale. Conclude la carrellata la «Antonietta» di Schiele, scarnificata come una marionetta, capace di suscitare sogna fare di tutto per impedirglielo. Il preludio n. 1 di Villa Lobos, con le sue note delicate e fluttuanti, aiuta tutti a meditare su quanto ascoltato. È ora il turno della prof. Elena Bertocchi, docente al liceo artistico e collaboratrice con i Beni Culturali. «Il bello che innamora» è il titolo della sua presentazione. Winckelmann vedeva nell’arte greca il più alto esempio di «nobile semplicità e quieta grandezza» e, osservando le opere che si susseguono nelle diapositive, non si può non dargli ragione. L’«Afrodite di Cnido», con le sue proporzioni equilibrate, il suo aspetto rassicurante, i capelli perfettamente pettinati; la «Nike di Samotracia», con le ali aperte e le vesti ancora agitate dal vento, come se fosse appena atterrata sulla prua della nave. Un’eco di questi criteri è riflesso nei volti femminili di Botticelli, resi eterei grazie ai riflessi a olio stesi su di una base di tempera, al punto da far diventare la bellezza umana un veicolo verso la bellezza divina, come dimostra il tondo con la «Madonna del Magnificat». Canova, novello Fidia, supera i modelli greci, insufflando in essi una dimensione emotiva, come si nota nella tenerezza con cui Amore risveglia Psiche; vale la pena ricordare che Canova poté vedere quasi esclusivamente copie romane e, quando a Londra ebbe sotto gli occhi i pannelli originali del Partenone, esclamò nell’eloquente dialetto veneto «i xè tochi de Paradiso». «La grande odalisca» di Ingrés non è disegnata con un corpo perfettamente proporzionato, ma l’armonia si ritrova nell’equilibrio tra le vesti della donna e i tessuti dell’ambiente circostante. I pannelli di Giustiniano e Teodora a Ravenna riflettono la spiritualità bizantina, dove i corpi perdono la loro materialità; la preziosità degli ori che si illuminano quando entra la luce del sole rende quasi magica l’atmosfera di S. Sofia a Costantinopoli. Lo stesso sfondo dorato ricompare in Klimt, non a caso figlio di un orafo e presente a Ravenna in un’occasione; le vesti della sua Adele Bloch Bauer, oltre all’oro, hanno l’occhio di Horus, come un ritorno all’antico, ma le sue mani tormentate la rendono estremamente moderna. Mark Rothkko, contemporaneo di Pollock, lavora sull’astratto, perché, dopo la guerra, si sono perse le parole e infatti la sua opera ha soltanto un numero e nessun titolo, segno di un rispettoso silenzio di fronte
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