5-6 Maggio-Giugno 2025

35 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 Con don Sergio Frausin, la prof. Elena Bertocchi, il prof. Dario Gasparo e intermezzi musicali del maestro Michele Stolfa Il bello che educa. Educare al bello. Educare con il bello. «La vera bellezza amplia la capacità di amare … non si limita a un volto e un corpo, ma esprime l’accadere di altro in quel volto e quel corpo … offre panorami aperti… la bellezza che vuole essere solo consumata invece… non vuole dare ma prendere» scrive Alessandro D’Avenia. La sfida è ricca e stimolante al convegno in sala Tessitori e alle 16 di venerdì 28 marzo una platea nutrita e attenta è pronta a cogliere ogni sfumatura dei messaggi che i relatori stanno per offrire. Inizia don Sergio Frausin, parroco della chiesa di S. Giovanni e docente all’ ISSR di Udine, citando la frase del Vangelo «è bello essere qui»: proprio qui ed ora. E allora educhiamo i ragazzi a trovare il bello adesso, coniugando l’educazione al presente. Ma che cosa significano realmente «bello» e «bellezza»? In latino «bellus» è il diminutivo di bonus, quindi vuol dire «carino, piacevole». Nella Bibbia la bellezza non è mai una qualità isolata: essa emerge e viene riconosciuta sempre in relazione a qualcos’altro, persona o paesaggio che sia; la bellezza diventa così un’esperienza. Infatti nella parola ebraica «tov» sono contenuti significati come bello, buono, efficacie, onesto, vero: tutti, senza settorialità. Nella Genesi, infatti, al momento della creazione troviamo Dio che vede la Sua opera come «cosa buona» e l’uomo come «cosa molto buona». Anche nei termini greci «kalòs» e «agathòs» troviamo la stessa globalità: è bello e buono ciò che ti fa bene. Tornando alla Bibbia, questa bellezza diventa una via, legando l’estetica all’etica: se il bene è fato male, non fa bene oppure se una persona bella fa il male, non è una bella persona. Il rischio di fermarsi alla superficie non sussiste: è vero che dal suo aspetto capisco se un ragazzo sta bene, come sostiene parte dell’antropologia cristiana, ma non mi fermo qui. Il bello genera subito la domanda «che senso ha questo per la mia vita?» La bellezza, perciò, non va scissa dalla verità: il bello biblico va colto come qualità intrinseca di qualcuno e qualcosa, indipendentemente dalla performance. Ciascuno allora riceve un invito a diventare il bello che è, senza competizione ma in collaborazione, nel pieno rispetto e valorizzazione delle differenze, in una dimensione dinamica e non statica. E come la mettiamo con il culto del brutto? Se non avessimo la bruttezza, non riusciremmo a capire il bello che cerca continuamente di emergere, non sapremmo distinguere bello e brutto. E qui interviene l’educatore, che con il suo sguardo panoramico e integrale deve stimolare i giovani a scoprire l’unicità che c’è in loro, bella proprio perché unica. A pensarci bene, anche da un medico ci aspettiamo uno sguardo che non si limiti alla malattia, ma capace di vedere la globalità della persona: il fisioterapista che non si ferma al tallone d’Achille e guarda invece l’insieme della postura della persona guida il paziente verso un nuovo modo di stare, di camminare, di avviarsi verso la vita senza bloccarsi al dolore. Si pone a questo punto un problema: come la mettiamo con le competenze richieste dal Ministero e dall’Unione Europea? Che dire quando, invece di «persone», si parla di «risorse umane»? Non vanno certamente ignorate, tuttavia il perseguimento di esse non va mai disgiunto dalla relazione, pena ottenere delle competenze simili a un vestito indossato su di un manichino inanimato. Per rispondere a obiettivi e aspettative, i ragazzi non devono rinunciare alla loro unicità e individualità: biCON-VERGENZE EDUCATIVE Iris Zocchelli, docente - socia della sezione UCIIM di Trieste

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