5-6 Maggio-Giugno 2025

32 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 loro ruolo. Oggi appare chiaro che anche l’Università non basta, soprattutto laddove essa tendesse a riconfigurarsi riduttivamente come un ramo dell’apparato burocratico di stato, sia pure in nome dell’efficacia, dell’efficienza, e dell’economicità delle scelte politico amministrative (28), oppure dell’integrazione europea. Certo la ricerca scientifica in questi campi conserva la sua responsabilità (o dovrebbe riassumerla), ma la soggettività professionale degli insegnanti, che per decenni ha trovato spazio e concretezza nelle sue specifiche forme associative, permane insostituibile. Gli insegnanti costituiscono una classe professionale numerosa e qualificata, un tempo portatrice di una propria «cultura di scuola» e di proprie istanze ideali, sia culturali, sia politiche. Oggi si sono trasformati in un «interlocutore assente», generando una serie di conseguenze negative su molti livelli. In questo quadro, una «celebrazione» dovrebbe piuttosto costituire un «fare memoria», anche di «sentieri interrotti» e di «stagioni concluse», per ricominciare, per un nuovo progetto, piuttosto che per la nostalgia, in una comunione ideale fra radici e utopie, che fanno presenti idealmente fra noi gli amici che ci hanno preceduti così come le generazioni ancora a venire. In questo senso considero questo piccolo contributo ancora un «servizio» di stile UCIIM alla cultura di scuola dei docenti (o a quel che ne rimane). Per quanto mi riguarda, infine, quando ero giovane mi colpì una frase di Horace Mann, pedagogista e riformatore scolastico americano dell’Ottocento, nei suoi ultimi anni, quando aveva lasciata la carriera politica per dirigere Antioch College: «Io lavoro ormai per il secolo futuro». Adesso ne capisco perfettamente il senso, e posso riferirla anche a questa relazione. (28) Ci siamo posti il problema, ancora in ambienti UCIIM, già a partire dal contenuto del Dlg. 227/2005, poi trasformato e sostituito ripetutamente, che attribuiva alle Università la prima formazione per l’accesso all’insegnamento. Cfr. M. T. Moscato, Il nuovo percorso di formazione alla docenza e il possibile ruolo delle associazioni professionali, «La Scuola e l’Uomo», LXIII, n. 6, giugno 2006, pp. 154- 162. Gli sviluppi legislativi e amministrativi degli ultimi venti anni hanno materializzato le nostre previsioni più pessimistiche. nostri risultati più importanti, questo elemento del modello sarebbe stato in seguito il meno sviluppato anche da parte mia (eccetto che per alcune attività didattiche con gli studenti universitari e con gli studenti SSIS a Bologna), soprattutto per l’improponibilità del suo costo, e perché le linee direttive governative in tema di formazione sono andate nella direzione assolutamente opposta, sulla scia della riduzione dei costi e della crescente burocratizzazione dei percorsi. Se all’inizio degli anni Ottanta pensavamo alla metodologia come nostro problema centrale, oggi mi sento di sottolineare come sia in effetti più grave e del tutto irrisolto il problema dei contenuti della formazione in servizio degli insegnanti. Il fatto che l’offerta formativa dell’Amministrazione si concentri e si imponga sempre a partire dalle riforme scolastiche progettate o attuate (fatto che, come ho scritto sopra, negli anni Ottanta ci appariva ancora compatibile con i nostri stessi obiettivi più importanti), oggi costituisce – a mio parere - obiettivamente un vero e proprio «letto di Procuste» nella progettazione di percorsi di formazione in servizio. Se il contenuto scientifico della formazione pedagogica e didattica dell’insegnante deriva unicamente dalle indicazioni ministeriali (o da un tavolo di trattative interministeriali e sindacali), con il maggiore o minore supporto di una certa pedagogia accademica (magari quella politicamente accreditata dall’Amministrazione in carica), fino a che punto si può ancora parlare di «professionalità» docente, e in che termini poi di una professionalità del docente cristiano? E quale valore assume la cosiddetta «libertà di insegnamento», quali i confini di esercizio reale dell’autonomia delle singole istituzioni, e quale rapporto fra autonomia dell’istituzione e libertà del docente? La battaglia per una formazione accademica dei docenti (di tutti i gradi scolastici) è stata per i pedagogisti, almeno fino agli anni Novanta, assolutamente laica, per la libertà e lo sviluppo della razionalità scientifica e la partecipazione democratica: si assumeva che il livello universitario della loro formazione avrebbe liberato i docenti da qualsiasi forma di esecutività procedurale e di burocratizzazione impiegatizia del

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