5-6 Maggio-Giugno 2025

17 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 stretti tra disoccupazione, contratti di breve durata sovente non legati alla formazione e retribuzioni indebolite dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Già nel Rapporto 2012 della Fondazione Agnelli su I nuovi laureati si leggeva che: «La produttività del sistema Italia è stata molto deludente proprio negli anni in cui aumentava l’accumulazione di capitale umano. Qualche anno fa il Censis ha visto l’Italia come un Paese che si ripiegava su se stesso, che implodeva e reagiva cercando soluzioni «fai da te», all’insegna dell’individualismo e che rischiava di cadere nel nazionalismo per proteggersi dalle critiche che vengono dall’esterno: un Paese dove le istituzioni perdevano peso. Ciò sottolinea le responsabilità dell’università oltre a quelle della scuola. In dialogo per educare a un nuovo modello di società Gesualdo Nosengo, il fondatore dell’UCIIM, ripeteva, come in un leit-motiv, che l’insegnamento non è un mestiere, ma una missione, anzi una delle missioni più nobili, perché il compito dell’insegnante è quello di formare la persona umana. È diffusa la percezione che l’Europa sia esposta a una crisi del senso che, a sua volta, deriva da una crisi dell’identità minacciata dal relativismo dei valori. Esso ne frantuma la struttura, fino a quello fondamentale della vita. In questo contesto si chiede a un nuovo umanesimo di restituire all’uomo dimensioni vissute nella tradizione e che sono state sacrificate alla fragilità del «pensiero debole». Si deve definire un nuovo orizzonte culturale, trovare un’etica almeno autonoma, condivisa a maggioranza nei sistemi democratici, che definisca l’uomo integrale, il valore della persona nelle sue molteplici dimensioni, un «pensiero rafforzato» da contrapporre al «pensiero debole» da cui discende il relativismo e il disorientamento comportamentale. Per valutare il distacco tra l’uomo di oggi e la persona umana che vorremmo che fosse, dobbiamo chiederci quali siano gli esiti politici, economici ed etici dell’individualismo, del consequenzialismo e del relativismo. Questa riflessione è utile per affrontare la questione za comune per molte badanti e «colf» dei paesi dell’Europa orientale, oppure trovano lavoro nei call center o, infine, vanno all’estero per trovare un lavoro coerente con la formazione ricevuta e riconosciuta. Sulla questione dell’esiguità del numero dei laureati nel nostro paese pesano invece sia il giudizio delle famiglie italiane, che negli ultimi anni hanno sovente ridotto l’iscrizione dei loro figli all’università sia i rapporti dell’Istat, che assegnano ai diplomati, piuttosto che ai laureati, la probabilità più alta di ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato. E allora si deve cercare di capire dove stanno andando i giovani, perché essi guardano a un altrove culturale e non si fidano più di una cultura fatta di procedure, di ipocrisie, di fallimenti mascherati. E una fascia di giovani, forse la più fragile, ormai cresciuta nella rassegnazione al precariato, alla prima difficoltà lascia, pensando magari di potercela fare con altri mezzi in una visione irrealistica di sé e del mondo che li circonda, magari pensando che si possano ripeter facilmente gli esempi di Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Bill Gates, Richard Branson, che hanno avuto grande successo senza una laurea. Una direzione di causalità possibile di questi eventi è: irresponsabilità politica - aspettative crescenti - crisi finanziaria - rassegnazione - precariato. La catastrofe individuale è dovuta ad attese tradite, all’incapacità di orientarsi, alle cose che sono mancate. Perciò è fondamentale l’esempio attraverso cui un docente può insegnare a vivere oltre che a sapere, in una storia della continuità che motivi la frequenza alle lezioni e alle altre iniziative didattiche. Il punto è che i giovani non capiscono più il senso di passare tanto tempo tra i banchi, tra i professori che utilizzano un linguaggio anni luce lontano dal loro, in una società che, anno dopo anno, svaluta sempre di più il ruolo della formazione e della cultura. La politica economica e sociale ha prodotto l’estraneazione di una generazione dal mondo del lavoro, indebolendo la speranza che una laurea, anche specialistica, possa ridurre il disagio di milioni di giovani, per 1000 occupati). I ricercatori italiani (espressi in equivalenti a tempo pieno) sono metà di quelli francesi e un terzo di quelli tedeschi.

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