16 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 nell’università. Questa è una chiave esplicativa importante del disadattamento degli studenti. I suoi esiti si manifestano in molte forme, che vanno dalla disaffezione al disinteresse per gli studi, dalla perdita di credibilità degli obiettivi dichiarati dell’istituzione alla sostituzione delle relazioni universitarie con relazioni extra universitarie. In altre parole, una buona qualità delle relazioni umane nell’università non richiede che tra docenti e studenti ci si dia del «tu» ma che si applichi un «tuismo», ovvero se ne rispetti la cultura, il pensiero, la persona e soprattutto i bisogni, la necessità di entrare in comunicazione con loro, di mostrare empatia, ovvero capacità di comprenderli, attivando il principio di identificazione, attraverso la disponibilità e anche la lingua (quando siamo in presenza di allievi stranieri). In sintesi, non va sottovaluta la ricerca dei segni di un’accoglienza finalizzata al raggiungimento di una migliore qualità della vita e del benessere relazionale all’interno dell’università (ciò ovviamente non vale solo per gli studenti ma anche per le relazioni con i collaboratori dell’amministrazione universitaria e perfino con i colleghi) ma, come ho già detto, il prius è dato dal rispetto, dalla garanzia delle finalità istituzionali dell’università. La qualità presuppone una buona organizzazione e l’eccesso di burocrazia indica un’inefficienza diretta e indiretta nell’uso delle risorse. Questi problemi non sono stati risolti dalle riforme del decennio compulsivo. I docenti oggi sono divisi tra chi pensa che l’unione tra insegnamento e ricerca possa essere ricomposta là dove essa è esile o manca, e chi ritiene che si debba prendere atto della divaricazione o dell’assenza di una ricerca vera, e per questo auspica una divisione degli atenei in due categorie, invocando per sé il discrimine dell’eccellenza. Infine si dice e si denuncia (anche da parte dell’OCSE) che l’Italia produce troppo pochi laureati (anche in confronto al Cile, al Messico), ma pochi dicono quanti di essi restano disoccupati oppure occupati in lavori che non hanno relazione con i loro studi (6), come è esperien- (6) L’Italia è uno dei paesi sviluppati con il minor numero di ricercatori al mondo. Solo Cile, Turchia e Polonia registrano un dato inferiore a quello italiano (misurato Education, Employment or Training), che fanno fatica a vedere la luce oltre il buio della crisi di sistema (5). La sensazione di vivere un presente migliore del futuro frena la loro voglia di cambiare il mondo, una condizione per la quale Adriano Prosperi ha parlato di un cinismo quasi senile diffuso tra gli studenti. Il cambiamento iniziato dal 1999 ha portato a un nuovo modello di università. Subìto dagli studenti, esso ha menomato la capacità di sviluppo del Paese. A questo contesto viene addebitata la lenta cristallizzazione della nostra dinamica sociale e quindi l’affievolimento delle speranze dei giovani per la qualità del loro futuro. L’introduzione dell’autonomia universitaria introdotta per responsabilizzare gli atenei comportava però almeno tre rischi, in parte interconnessi: la possibile dequalificazione degli studi universitari, la mancanza di tutela dei fruitori deboli del sistema universitario e, in presenza del valore legale dei titoli, la proliferazione di enti non statali, come le università telematiche, che possono offrire a una domanda elevata di titoli universitari, esposta alla diffusione del «numero chiuso», titoli universitari meno validi con costi monetari e non monetari maggiori per gli studenti. I tre rischi suddetti hanno contribuito alla «rifeudalizzazione della società», denunciata da Habermas, accettata, se non favorita, da parte dello Stato. Era perciò evidente la necessità di risvegliare lo spirito di responsabilità di docenti e discenti, per non ridurre l’autonomia universitaria a un obiettivo formale che appartiene al process oriented model, rispetto a quello sostanziale della qualità dei percorsi formativi. La qualità delle relazioni umane nell’università italiana Strettamente connessa con le politiche della qualità dei ruoli di insegnamento, ricerca e trasmissione esterna dei suoi risultati, è la questione della qualità delle relazioni umane (5) Si tratta di circa 1,5 milioni di giovani. Nel confronto con i Paesi dell’Unione Europea (in media 11,2%), l’Italia mostra la percentuale più elevata di NEET (16,1%) nel 2024, dopo la Romania. La quota meno alta si registra nei Paesi Bassi (4,8%), seguiti da Lussemburgo (5,1%), Danimarca (5,9%) e Svezia (7,3%).
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