11 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 5-6 - Maggio-Giugno 2025 Introduzione (1) Il mio è un intervento critico sui risultati della scuola in Italia, con un intento costruttivo per una «scuola oltre la crisi». Lo sguardo si estende poi all’università, soprattutto con riferimento alle scienze umane e sociali, quelle che Herbert Spencer, il maestro di Charles Darwin, chiamava le discipline superorganiche (2). Troviamo anche nell’alta formazione gravi problemi irrisolti, questioni e soluzioni che valgono in gran parte anche per la scuola. I legami tra relazionalità e orientamento nella scuola e nell’università italiana operano sul presupposto che l’efficacia del secondo sia legata a una presenza virtuosa della prima, ovvero al rapporto di fiducia tra discenti e docenti. Qui si argomenta che la chiave per una buona relazionalità e per un buon orientamento scolastico e universitario sia la valorizzazione della pietas e dell’humanitas. L’humanitas è la misura delle cose, un valore che si realizza nella civitas, accompagnato da quello del merito. Non dovrebbe esserci contrasto tra la finalità di perseguire il successo degli studenti nell’apprendimento e quella di premiarne la dimensione educativa e valoriale. Il successo scolastico di chi si impegna è uno stimolo per tutti a fare meglio nell’ambito delle proprie possibilità. Gli insegnanti devono impegnarsi su questo punto. La trasparenza della valutazione, che è necessaria per garantire l’equità interpersonale, facilita la formazione e l’orientamento degli studenti. Entrambi sono importanti per la loro realizzazione personale. Parlando del legame tra scuola e giustizia, (1) «Una scuola oltre la crisi. L’incontro con l’umano». Seminario delle Associazioni della Scuola e dell’Università -Venerdì 22 novembre 2024 (2) Questa distinzione opera sia nei riguardi delle discipline che studiano i mondi inorganico e organico sia di quelle convenzionali, come la matematica e la geometria. Piero Calamandrei diceva che la prima è più importante della seconda, «che arriva quando i danni ormai sono stati fatti». La mia convinzione è che oggi la persona non sia al centro delle istituzioni, come tutti noi vorremmo che fosse. Questo rimane, quindi, uno scopo importante da raggiungere sia nella trasmissione del sapere scientifico che di una cultura capace di valutare i cambiamenti in corso. Attualmente entrambe queste finalità non vengono raggiunte in modo adeguato né dalla scuola né dall’università. Non si tratta di una questione genetica, bensì antropologica che prospera nella debolezza istituzionale. Non è nelle mie intenzioni richiamare le consuetudini educative spartane ricordate nella Repubblica di Platone, ma non si deve nascondere agli studenti la necessità di prepararsi al confronto, una dimensione che essi non devono scoprire al termine dei loro corsi. Inevitabilmente questo fa parte della loro avventura di vita, anche quando la vita – diceva Fernand Braudel – «è un fiammifero acceso!». I giovani che, con grave perdita per il nostro Paese, hanno il coraggio di andare all’estero, pronti ad affrontare le notevoli difficoltà proprie della migrazione, lo fanno soprattutto per trovare regole trasparenti e meccanismi di promozione espliciti. Chi ha accettato per anni, o peggio per decenni, una selezione che favorisce le classi più abbienti si è assunto la responsabilità della cristallizzazione sociale attraverso le «filiere» cui si appartiene. Essere apprezzati per i propri meriti è spesso un’esperienza inebriante e nuova per i giovani che emigrano, essa ha un effetto liberatorio soprattutto a livello culturale e psicologico. Sarebbe necessario un nuovo patto tra generazioni, non limitato solo ai rapporti famigliari, che si allarghi alla società nel suo complesso. Colmare questo scarto è il luogo vero I RISULTATI DELL’ISTRUZIONE E L’INCONTRO MANCATO CON L’UMANO (1) Gian Cesare Romagnoli – Università Roma Tre
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