Gennaio-Febbraio 2020
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2020 10 l’aritmetica non sono importanti se non ser- vono a rendere i nostri figli più umani». Questa testimonianza è scioccante, per- ché l’istruzione da sola non ci porta da nes- suna parte e la prima sfida è non ridurre l’educazione a semplice istruzione. Questo ci dice che il processo educativo potrebbe ridursi a questo, perché a noi stanno molto a cuore le cose su cui gli insegnanti devono ri- spondere, come se fossero gli ingredienti più importanti della scuola ma, secondo questo modo di pensare, l’educazione sarebbe rele- gata a un ruolo molto secondario. Alle volte le iniziative sacrificano la di- dattica e spesso gli insegnanti, che si «ostinano» a voler educare, sono consi- derati un residuo di un paternalismo ideo- logico, si pensa «cosa vanno ad educare in una società rela- tivistica». Ricordia- mo papa Benedetto XVI che ha predicato contro il relativismo etico- nichilistica, tipico della società liquida», come la de- finisce Bauman (5), per cui quello che è valido in questo at- timo, l’attimo dopo non vale più. Per questo è importante correre questo rischio educativo proprio in una società in cui l’idea stessa di educazione resta precaria ed è un rischio che ci deve mettere in gioco, non dobbiamo ritirarci, il rischio va provato, in senso metaforico possiamo usare l’espres- sione rischiare, però sul piano esperienziale il rischio va colto, cioè dobbiamo fare delle esperienze che alla fine ci portano a prende- re la via migliore, a fare la scelta più giusta per costruire un modello di educazione in cui siano messe al giusto posto e in eviden- za, sia la maturazione della personalità sia la responsabilità personale e alla fine sarà educare i giovani sembrerebbe essere accan- tonato per motivi vari e diversi, perché pre- vale l’individualismo e l’utilitarismo, ognuno oggi tende a fare per sé, tot capita tot sen- tentiae , dicevano i latini. Questo sembrerebbe da un lato scoraggia- re l’opera principale che ormai non si può rimandare nel tempo, la necessità di parlare all’umano che è in noi, al cuore, per cercare di ri-portare in auge i valori e allora educa- re diventa subito un rischio da correre, il ri- schio educativo, appunto. Sappiamo che il verbo educare deriva dal latino educĕre «tirar fuori, aiutare a crescere, a venire fuori», a mettere in evidenza cioè tutte le potenzialità del- la persona, questo è educare, non solo insegnare delle cose. Ecco perché, subito, dobbiamo fare questa distinzione, tra istru- zione ed educazione che non sono sinoni- mi, infatti si può es- sere istruiti ma non educati e viceversa. A questo proposito voglio leggere questa terribile testimonian- za della scrittrice An- nick Cojean, apparsa su Le Monde in un pezzo scritto per il Giorno della Memoria, ri- ferita dal docente-scrittore Alessandro D’A- venia: «Caro professore, sono un sopravvissu- to di un campo di concentramento. Ho visto ciò che nessuno dovrebbe vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini avvelenati da medici ben formati, lattanti uccisi da infermiere provette, donne e bam- bini uccisi e bruciati da diplomati e laureati. Diffido – quindi – dell’istruzione. Aiutate i vo- stri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri formati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, (5) Cf. Z ygmunt B auman , Modernità liquida , Milano, Corsera,2010.
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