La Scuola e l'Uomo - n. 11-12 Novembre-Dicembre 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2021 41 N el confrontarmi con una scolaresca lice- ale sulla figura del «padre», ho constata- to che, pur provando per lui affetto e ri- conoscenza, i ragazzi non riescono a coglierne la specificità. In effetti la figura debole, oggi, è proprio quella del padre. Diventati ormai interscambiabili i compiti ed i ruoli di uomo e donna, quale la differenza tra una mamma ed un papà? È ancora accettabile la classica sud- divisione tra educazione affettiva-relazionale affidata alla donna e introduzione al mondo esterno affidata al padre? Domanda ancora più radicale: nella nostra realtà di famiglie monogenitoriali, arcobaleno, allargate, rico- struite, con figli avuti da donatori esterni alla coppia, resta ancora qualcosa di specifico e insostituibile nel padre, ed in particolare nel padre biologico? In fondo amare ed educare un bambino, comunque concepito, può farlo chiunque: genitori biologici o adottivi, madre o padre single, coppia di donne o uomini, ma (perché no?) anche tre, quattro adulti amorevoli co- munque combinati. Vero. Eppure… a mio avviso c’è un elemento, e ben essenziale, che solamente il padre biologi- co (anche indipendentemente dalle sue qualità personali) è in grado non solo di insegnare ma addirittura di incarnare in stesso e quindi tra- smettere ai figli e non tanto e non solo a paro- le o con l’esempio (questo, se capaci, possono farlo tutti) ma con la sua semplice presenza. Ed è il senso del limite. Solo lui infatti, anche solo con il fatto di esserci, può concretamente contenere l’istin- to del figlio di appropriarsi e spadroneggiare su quello che, per lui, rappresenta il mondo e cioè la madre. Qualunque neonato o bambino la sua mamma la pretenderebbe sempre, gior- no e notte, in forma esclusiva: per alimentarsi, essere accudito, coccolato, accolto, per gio- care… Al suo fisiologico e sano egocentrismo va però assolutamente posto fin dai primi mo- menti un freno perché non diventi morboso e degeneri nel tempo in altre forme di mancata percezione del limite quali desiderio di pos- sesso o strumentalizzazione dell’altro, sfrut- tamento ambientale, violenza, sopraffazione, smodato egocentrismo finanche mancata ca- pacità di apertura al trascendente, apertura per cui è indispensabile percepirsi come cre- atura «seconda». Ma è solo nel rapporto con il padre biologico che il bambino percepisce questa sua dimensione di secondarietà: la sua presenza gli ricorda costantemente che non è lui, il piccolo, ad essere arrivato per primo nel mondo materno. Prima di lui, in tutto, nella vita, nei sentimenti, nel pensiero, finanche nell’intimità fisica della madre c’è stato il pa- dre. Ma non in forma competitiva anzi: amo- revole e generativa. Senza di lui il figlio non sarebbe neppure nato. Lui, il figlio, è importante, importantissi- mo, amato, amatissimo, ma arrivato dopo. Al suo «esserci» c’è un limite. Limite che poi, nella vita, potrà declinarsi in vario modo: ri- spetto delle regole, del prossimo, assunzio- ne di responsabilità, capacità di accettare e superare i propri fallimenti, ma anche di scegliere (perché ogni scelta è un mettere un limite ad altre possibilità…), di orientarsi nella vita… Limiti, tutti, che quindi potranno essere vissuti non come avvilenti ma, al contrario, indispensabili alla propria sana realizzazione. Ovviamente: non che altri non possano insegnare a vivere. Oggi come oggi, però, io vedrei in questo, piuttosto che in altro, lo spe- cifico del ruolo paterno. Marina Del Fabbro - Trieste Ruolo educativo del padre In questo nuovo spazio della nostra rivista vorremmo aprire un colloquio diretto con i soci. È questo uno spazio di ascolto di vostre esperienze e proposte che volentieri socializziamo per promuovere tra i lettori un produttivo dibattito sui temi affrontati. Le lettere dovranno essere indirizzate a redazione@uciim.it oppure a Redazione La Scuola e l’Uomo, Via Crescenzio 25 - 00193 Roma Lettere al direttore
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