La Scuola e l'Uomo - n. 11-12 Novembre-Dicembre 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2021 9 (6) L. L ombardo R adice , Uno scrittore di matematica , in Nuova Antologia, 2083 (1974) to affatto, anche se nella mentalità corrente resta l’esempio classico della assoluta non risolubilità. I casi di citazioni matematiche nella Divina Commedia dianzi riportati non dicono – com’era ovvio – nulla sullo spessore della competenza del nostro poeta nelle scienze matematiche. Dicono tuttavia abbastanza su quella unità della cultura che Dante «sentì e seppe risolvere in sé» e della quale oggi sa- rebbe dannoso ignorare l’esigenza, quando la dicotomia tra cultura letteraria e informazio- ne scientifica tende sempre più all’avvento paventato da Steno Vazzana, di far «scaval- care l’humanitas da una mostruosa avanzata della tecnica». Rispetto alla quale la mate- matica avrebbe un ruolo ancillare, privo di quella valenza umanistica che Dante le attri- buisce sul lato gnoseologico anche oltre il li- mite dell’esperienza sensibile e dell’immagi- nabile. Dove successivamente – per dirla con Beniamino Segre (1903-1977) - « le avventure del pensiero da cui è, ad esempio, scaturi- to il calcolo infinitesimale a quelle che, a partire dalle geometrie non euclidee, hanno condotto alla teoria della relatività, sono tra le più affascinanti e mirabili ed onorifiche per lo spirito umano » (6). Il che porta inevitabilmente ad ammettere che la matematica sia una modalità del pen- siero umano senza la quale esso perderebbe una caratteristica essenziale del proprio es- sere tale. Una modalità che quindi deve ave- re un ruolo primario nel processo formativo della persona. Ragione per cui, per determinare l’area del cerchio, egli suggerisce di ricorrere al valore approssimato della circonferenza, ottenuto mediante il classico rapporto di 22 a 7 col suo diametro, « ut demonstravit Archimedes ». Procedimento, quest’ultimo, che però - secondo il prof. Maracchia - Dante non poteva conoscere, « tenuto conto che non conosceva Archimede, che oltretutto non pone nel «nobile castello» né altrove. Così è molto probabile che non conoscesse neppu- re, Leonardo Pisano di poco a lui preceden- te, che aveva raggiunto lo stesso rapporto prendendo spunto proprio da Archimede ». Onde l’ipotesi avanzata da qualcuno sulla conoscenza dell’anzidetto rapporto da parte di Dante sarebbe da pensare dovuta al fatto che « probabilmente si trattava di una misu- ra ormai corrente come noi oggi usiamo il p greco (3,14) senza curarci della sua origine ». Ma, a prescindere dalla conoscenza spe- cifica in pratica del problema, il principio di cui indige il geomètra dantesco non poteva che essere una regola costruttiva in una visio- ne dello spazio geometrico conforme a quel- la euclidea, che era secondo Dante l’unica concepibile dalla mente umana prigioniera della realtà sensibile. Con tutte le difficoltà che questo comporta nell’immaginare realtà di natura spirituale, quali sarebbero anche le idee matematiche. Di cui danno testi- monianza il protagonista della scena finale della Commedia, nonché i precedenti casi di immagini esemplificative di particolari stati di pensiero nella memoria dei beati. Il che conferma la natura epistemologica della matematica come attività fondamentale dello spirito umano: «non solo tecnica, ma anche cultura generale, non solo cal- colo, ma anche filosofia, cioè pensiero valido per tutti»(L. Lombardo-Radice). Fatta questa inevitabile digressione, aggiungiamo solo, a mero titolo di cro- naca, che lo status del problema immagi- nato dal Poeta adesso sarebbe anacroni- stico, dato che successivamente è stato chiuso nel senso della non risolubilità per la via elementare (con riga e compasso). Il che non significa che non sia stato risol-
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