EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 9 in Un’idea di Dante, 1976). Su questo problema si erano soffermati, direttamente o indirettamente, due altri interpreti tra i più importanti di questi anni, l’austriaco Leo Spitzer e lo statunitense Charles S. Singleton: il secondo, nei suoi ampi studi, pubblicati soprattutto a partire dal 1954, formulò alcune idee molto chiare sul rapporto fra testo del poema e allegoria, dato che, accettando in pieno le idee contenute nell’ Epistola a Cangrande, la Divina commedia doveva essere considerata una sorta di ultimo libro della Bibbia, vero nella lettera e però dotato di un’allegoria complessiva, secondo la quale il viaggio di salvezza del protagonista era in realtà quello che ‘Ogniuomo’ ( Everyman) avrebbe dovuto praticare. L’opera quindi proseguiva e completava la Vita nova, fondandosi su una grandiosa rilettura dell’intera teologia ebraico-cristiana, ma poteva poi essere apprezzata pure da un uomo moderno, laico, appunto per la valenza universale del suo messaggio. Le posizioni di Singleton trovarono molti sostenitori negli Stati Uniti (dove la lettura di Dante era assai diffusa sin dall’Ottocento) e in Europa, dove furono spesso lette a riscontro con quelle di Erich Auerbach, ebreo tedesco emigrato per questioni razziali e docente, fra l’altro, a Princeton e Yale. Nei suoi Studi su Dante (riuniti in traduzione italiana nel 1963) e in alcuni capitoli del suo capolavoro Mimesis (1946), una grandiosa serie di analisi sul problema della rappresentazione della realtà dalla Bibbia e da Omero sino a Virginia Woolf, Auerbach ebbe modo di precisare progressivamente le sue analisi dantesche, che segnalavano la grande diversità tra la Divina commedia e tutte le opere epiche greco-latine precedenti, e ne facevano una sorta di unicum di ambito cristiano, dato che solo Dante, prima del realismo ottocentesco, sarebbe riuscito a fornire una rappresentazione seria del ‘quotidiano’, peraltro trasponendolo nell’Aldilà. Infatti, secondo Auerbach il realismo dantesco dipendeva dalla sua concezione non genericamente allegorica ma specificamente figurale della realtà terrena, che trovava il suo compimento appunto nel giudizio finale, in base al quale gli uomini diventavano per sempre quanto erano stati parzialmente sulla terra: Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti, protagonisti del canto decimo dell’ Inferno, conservano negli avelli degli eretici i loro caratteri - fiero e pieno di dignità il primo, mediocre e sospettoso il secondo – fissati per sempre assieme alla loro punizione. Il critico sottolinea poi che lo stile dantesco corrisponderebbe a quello dei Vangeli, definito sermo humilis (‘lingua modesta, degli umili’) e però adatto a parlare di Cristo, quindi di qualunque argomento, persino altissimo: di qui l’idea di uno stile ‘comico’ che non si rivela inadatto a raccontare un viaggio sino a Dio. Queste interpretazioni consentivano di superare tanti ostacoli delle letture allegoriche tradizionali e per di più di collegare il grande capolavoro antico alle nuove tendenze moderne. Tuttavia, col tempo, si sono rivelati i limiti e le forzature di queste posizioni, che restano in parte valide ma non soddisfano più come esegesi complessive della grande produzione dantesca. Il plurilinguismo e il comico non coincidono con l’espressionismo (tanto meno in opere come il Fiore e il Detto d’amore, che pure Contini si propose di attribuire a Dante), ma nemmeno con il sermo humilis. Secondo Sant’Agostino, infatti, il cristiano poteva certo usarlo, ma non era obbligato a farlo, come per esempio si vede nelle Epistole di San Paolo, in parte alta teologia, in parte esortazione, in parte invettiva, e insomma non riducibili a un unico stile basso: questo è senz’altro il modo di procedere di Dante. Di sicuro, per Dante i modelli classici sono fondamentali (magari per essere emulati) quanto quelli cristiani, e con i tanti topoi che da essi derivano s’instaura una continua sfida, come ha sottolineato un altro celebre studioso, il tedesco Ernst Robert Curtius, nel suo capolavoro Letteratura europea e Medioevo latino (1948). Pur nelle loro forzature, molte di queste interpretazioni restano fra le più importanti e coerenti nella lunga storia del dantismo, specie se non risultano staccate dai contesti in cui sono nate. Per Auerbach come per Eliot e tanti altri critici o artisti, l’opera di Dante non è solo da leggere ma da fare propria, per riuscire a rappresentare drammatiche crisi simili a quella prodottasi con la Seconda guerra mondiale, oppure con i conflitti e le ingiustizie del secondo Dopoguerra. Le loro letture, come quelle di Singleton o di Contini o di altri illustri dantisti (da Étienne Gilson a Bruno Nardi…), forniscono una prospettiva coerente su Dante: ma forse, il

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